“Un dì decisi di guardarmi dentro:
Vidi l’orgoglio… Lo calpestai;
L’alterigia… La scambiai con la semplicità;
La presunzione… La sostituii con la modestia;
Le critiche… Le cedetti ai miei nemici;
Qualche avere… Lo donai agli altri;
L’ostinazione… La trasformai in compiacenza;
L’egoismo… Lo gettai in mare;
Poi risi felice e, sentendomi più leggera, presi in prestito le ali da una farfalla e, volai in cielo.”

E sei volata in cielo mamma, il 7/05/16.

La tua bambina per sempre.

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Terzo Editto dei cento Fiori: Uno strano convoglio ha oggi attraversato Pechino…

Uno strano convoglio ha oggi attraversato Pechino, sceso da un treno che, in un primo momento, ha fatto pensare ad un nuovo pezzo di quella  metropolitana euroasiatica  delle nuove vie della seta, ma che, in realtà, blindato e corazzato, conteneva una delegazione nordcoreana, presieduta dallo stesso leader nord coreano, Kim Jong Un, un  martedì 27 marzo, per noi in occidente martedì Santo. Ad oggi nessuna conferma, ma nemmeno nessuna smentita.

Memore di un’antichissima usanza orientale, quella legata al vassallaggio, prima di vedere il presidente sudcoreano Moon Jae In e il presidente americano Donald Trump, Kim è andato presso le sale del trono del nuovo Imperatore celeste per stringere ancora di più i lacci di un legame millenario, reso più vivido nel XX secolo, quando una Cina ancora povera ma moralmente forte della sua vittoria contro l’Imperialismo occidentale ed i nemici di fuori ed interni, si affacciava sullo scenario internazionale appoggiando un piccolo paese, in fondo ingiustamente diviso da logiche spartitorie neocolonialiste. Ma questa è la storia e la storia la scrivono i vincitori. Oggi da un conflitto nucleare, negli ultimi anni più volte minacciato dal governo della corea del nord, non uscirebbero vincitori, ma solo terribili e imponderabili conseguenze, forse un pianeta disintegrato. Nessuno ai nostri giorni vuole nemmeno pensare a simili catastrofi e nelle logiche di Pechino, purtroppo, la difesa dei popoli oppressi è stata spesso un palcoscenico in cui rappresentare tragedie epocali, disprezzo dei diritti umani e logiche di dominio.

Oggi sul palco di una capitale blindata si rappresenta un nuovo episodio dell’Opera di Pechino in cui il novello sovrano, assegnato per ancora chissà quanti anni sul trono del Drago, deve investire il vassallo, assicurandogli appoggio e sostegno nel bel mezzo di una guerra commerciale, accompagnata da strali nel mar cinese meridionale. Il solo paventare la presenza americana ai confini della RPC forse sta convincendo Xi Jinping ad un’azione multi settoriale, che mantenga l’Impero di Mezzo nel mezzo degli equilibri geopolitici forse da ridefinire, ma non senza la Cina!, e se stesso al centro di un potere tanto più solido quanto suffragato dal benessere di una nuova superpotenza globale, il cui soft power della nuova ricchezza confuciana viene accompagnato, gioco forza, da un sempre meno recondito hard power.

In questo atto dell’opera di Pechino toccherà al  Paese del Calmo mattino fare la sua parte, come la storia, antica  e recente ci ricorda….

e se vuoi ricordare un po’ di cose ascolta qui:

https://auroraborealeorientale.wordpress.com/la-cina-e-il-mondo/quarta-intervista-su-radio-cusano-campus/

https://auroraborealeorientale.wordpress.com/la-cina-e-il-mondo/prima-intervista-a-radio-cusano-campus-2392016/

e per saperne di più rileggi qui:

https://auroraborealeorientale.wordpress.com/crisi-nel-mondo/dalla-corea-alla-corea-la-fine-della-storia-e-la-nascita-della-tragedia/

https://auroraborealeorientale.wordpress.com/la-corea-e-i-fantasmi-del-vietnam/

https://auroraborealeorientale.wordpress.com/2018/01/14/ruolo-della-cina-nella-risoluzione-della-crisi-nord-coreana/

https://auroraborealeorientale.wordpress.com/2016/10/18/cina-e-corea-del-nord-ii-comunismo-business-e-ordigni-nucleari/

https://auroraborealeorientale.wordpress.com/2016/09/05/cina-e-corea-del-nord-dalleta-imperiale-alla-guerra-fredda-prima-parte/

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Silicon Valley alla cinese: le ambizioni digitali di Pechino

Xi Jinping, il cui pensiero è stato posto dal XIX Congresso del Partito Comunista Cinese (PCC) allo stesso livello di quello di Mao, è il nuovo Timoniere che sta guidando Pechino verso la creazione di una Silicon Valley con caratteristiche cinesi che potrebbe, tra il 2025 ed il 2049, rovesciare gli equilibri tecnologici del mondo. Ma la strada per realizzare tale ambizioso obiettivo non appare priva di ostacoli e dilemmi

UNA CINA MODERNA È UNA CINA DIGITALE

Nel passato quinquennio, Xi Jinping ha prestato non poca attenzione alle risorse digitali, all’industria dell’informazione e della comunicazione, e ha incoraggiato una sempre maggiore cooperazione tra le principali imprese tecnologiche cinesi e lo Stato. Il rinnovo del mandato del segretario del PCC accelererà il raggiungimento degli obiettivi prefissati, che vedono nell’intelligenza artificiale una priorità nei piani di sviluppo del Paese, finalizzati a fare della Cina una superpotenza scientifica e tecnologica, intensificando gli investimenti in settori di frontiera come quello delle nanotecnologie, dei big data, del cloud computing e dei «quantum computers», i calcolatori di nuova generazione, basati sui principi della meccanica quantistica, che consentono ai sistemi elettronici di raggiungere livelli di velocità incredibili. La promessa di Xi è quella di aprire sempre di più le porte della Cina alle nuove tecnologie, scommettendo su un’ulteriore crescita dell’economia nei prossimi anni.

LA SILICON VALLEY CON CARATTERISTICHE CINESI

La Cina sta rilanciando una politica di investimenti ad hoc nel lungo periodo per porsi come diretto competitor dei giganti americani con le proprie mega-aziende hi -tech, tra le quali AlibabaBaiduTencentDJ.comDidiHuaweiXiaomi, che stanno forgiando il più grande mercato internauta del mondo con i suoi 700 milioni di utenti online. L’utilizzo della mole di dati che affluisce nei database di queste aziende, che catalogano ogni sorta di movimenti online, costituirà un banco di prova per la nuova amministrazione cinese, che dovrà dare indicazioni precise sui limiti invalicabili della privacy e della libertà dei privati cittadini. Una gestione autoritaria del cyberspazio può infatti produrre forme di sorveglianza preoccupanti ed inquietanti. Lo scorso aprile, durante la Conferenza di Lavoro sulla Cybersecurity e l’Informatizzazione, il Governo cinese ha indicato le strategie e le politiche guida da perseguire sotto la vigilanza di una apposita istituzione, “The Cyberspace Administration of China(CAC)”, incaricata di provvedere alla governance del cyberspazio, il cui cardine è la legge sulla cybersecurity. Le modalità applicative di questo impianto normativo costituiranno una sfida ulteriore per la nuova leadership del Dragone.

LA GOVERNANCE DEL CYBERSPAZIO

Human Rights Watch ha in effetti già stigmatizzato le modalità con cui il Governo cinese  si sta muovendo in questi spazi digitali, nei quali pare oltrepassare i limiti imposti dalla sicurezza, utilizzando in modo spregiudicato algoritmi e conoscenze biometriche multi-modali, con le correlate applicazioni in campo miliare. Così facendo il rischio di reindirizzare i controlli per monitorare e soffocare le forme più o meno esplicite di dissenso, sembra plausibile nella misura in cui la raccolta dei dati sui cittadini, le zone video controllate, la tracciabilità vadano oltre quanto necessario per combattere i traffici illeciti, la malavita ed il terrorismo. Il timore è che la tecnocrazia autoritaria della Cina possa diventare un modello attraente per i Paesi emergenti. Altrettanto controversa appare la nuova grande Muraglia,  il Great Firewall, creato dal Golden Shield Project, come baluardo impalpabile che difficilmente si rapporta con le comunicazioni web ultraveloci, grazie all’utilizzo delle più moderne teorie quantiche, già in parte in funzione. I rischi per il sistema Cina, come oggi è strutturato, non potranno essere trascurati da un’amministrazione accorta e lungimirante.

MADE IN CHINA 2025

Gli obiettivi strategici del gruppo dirigente eletto dal XIX Congresso prevedono un reale cambiamento strutturale, riassunto nelle “quattro R: resilienza, riduzione, ristrutturazione e robot, che dovrà essere portato a compimento entro il 2025, nonostante le contraddizioni quasi inevitabili per una realtà, come quella cinese, in continua trasformazione, caratterizzata da una crescita esponenziale in un contesto di estrema innovazione, che coinvolge tutto il futuro dell’industria secondo il piano Made in China 2025中国制造 (Zhōngguó zhìzào) 2025, per un’industria 4.0 con caratteristiche cinesi. Lo scopo è quello di ottimizzare i dieci principali settori industriali, applicando gli strumenti della tecnologia dell’informazione alla produzione, per contrastare la disomogeneità, aumentando l’efficienza e l’integrazione, e procedere con una crescita più sostenibile, attenta alla qualità e non solo alla quantità, rimodulata a favore dei consumi e dei servizi, con un’attenzione particolare al talento umano. Le innegabili trasformazioni tecnologiche, che hanno permesso alla Cina di primeggiare in molti settori, ad esempio l’alta velocità, risultano però ancora troppo legate all’ingerenza del Partito nell’economia e nella società. Appare quindi sempre più indispensabile procedere sul cammino delle riforme economiche e sociali, che richiedono un ripensamento del ruolo delle imprese statali, al fine di contrastare l’endemica piaga della corruzione e di ridurre la forbice delle diseguaglianze.

 

IL SOGNO CINESE PER IL 2049

La semplificazione amministrativa e la riforma fiscale, che si è tradotta in una riduzione delle imposte stimata in 500 miliardi di RMB (72,7 miliardi di USD) dal maggio 2016 e che ha permesso l’ingresso sul mercato di circa 13 milioni di PMI, soprattutto nei settori trainanti dell’innovazione, devono essere ulteriormente implementate per consentire strategie di sviluppo nuove, che nel Paese di Mezzo determinano effetti più incisivi in quanto in partesvincolate dalla logica del profitto, che condiziona pesantemente l’Occidente, ostaggio di lobby e corporation. L’obiettivo di lungo periodo viene fissato per il centenario della rivoluzione, anno in cui la Cina dovrebbe tornare a rivestire il ruolo di “Paese del Centro”, come accaduto per millenni. Questa leadership non sarà però più circoscritta al lontano Oriente, ma estesa a tutto il pianeta, come annunciato da Xi Jinping a Davos nel 2014 quando, come primo capo di Governo cinese a partecipare ad un Forum economico mondiale, ha rivendicato il ruolo di protagonista della globalizzazione per il Paese di Mezzo, che rappresenta la terza potenza commerciale del globo,  con un volume complessivo di importazioni ed esportazioni pari a 3690 miliardi di USD nel 2016, circa il 50 per cento del commercio mondiale.

 

…continua a leggere sul caffé geopolitico

https://www.ilcaffegeopolitico.org/67753/silicon-valley-cinese-le-ambizioni-digitali-di-pechino

 

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Verso un nuovo impero globale? Le ambizioni di Xi Jinping nel 2018

Per il Presidente cinese il nuovo anno sarà ricco di opportunità geopolitiche e economiche. Ma riuscirà a sfruttarle adeguatamente? 

 

Xi jinping (习近平主席 Xíjìnpíng zhǔxí) è il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, a capo della Commissione militare centrale (il vertice delle forze armate) e Segretario generale del partito comunista cinese, riconfermato lo scorso ottobre dal XIX Congresso. Al rinnovo del mandato il suo pensiero è stato aggiunto nello Statuto del Partito, accanto a quello di Mao.

Nel corso del 2017 il Presidente ha dato una poderosa spinta alle riforme, corroborate da un’efficace lotta alla corruzione. I successi economici, legati al consistente aumento dei consumi e del miglioramento nel settore dei servizi, al boom del mercato immobiliare e ad una moneta (RMB) forte nei confronti di un dollaro americano debole, sono stati l’asso nella manica di Xi Jinping,  che si è  presentato agli incontri con il neoeletto presidente americano con grande autorevolezza e come protagonista della governance mondiale. Xi Jinping  ha infatti  “calato” il Dragone nel “piatto” del vicino Oriente,  in Africa e persino in America per giocare una nuova partita del nuovo Grande Gioco, quello del Sogno Cinese: diventare una Grande Potenza, capace di riempire il power vacuum lasciato da Trump, insieme alla Russia, e forse, tra breve,  anche da sola.

A man takes photos of a party flag of Communist Party of China made with flowers, which promotes the 19th National Congress of the Communist Party of China (CPC), in Shanghai, China September 30, 2017. REUTERS/Aly Song

Nel 2018, a quarant’anni esatti dall’introduzione dell’economia di mercato in Cina, un sapiente mix tra pianificazione e liberismo economico che ha consentito al valore del PIL della Cina di moltiplicarsi per più di centodieci volte, il rieletto Presidente lancerà la sfida finale, fatta di sostenibilità e qualità con  nuovi motori di crescita: la produzione avanzata e il consumo medio-alto. Tutto fa presagire l’epocale sorpasso degli Stati Uniti, in relazione al tasso di crescita, ai consumi e persino al budget per la Difesa anche grazie all’ OBOR, le  nuove vie della seta per terra e per mare,  perno intorno al quale il governo cinese  con faraonici investimenti infrastrutturali tesserà una rete, con una progettualità supportata da strategie win-win,  che porterà la presenza dello Stato di Mezzo in tutti i continenti fino ai Poli. Il 2018 sarà quindi un anno cruciale per Xi Jinping che, potendo contare sull’appoggio di un’ampia maggioranza all’interno del Partito e su un vasto consenso tra la popolazione, rassicurata dal costante miglioramento del proprio benessere, dovrà lanciare definitivamente la Cina come grande Potenza promotrice e garante di nuovo ordine mondiale. Riuscirà Xi Jinping a riportare il Paese del Centro agli antichi splendori ed a rifondare un nuovo Impero Celeste, questa volta globalizzato? Le scommesse sono aperte…

Elisabetta Esposito Martino

continua a leggere il Il Giro del Mondo in 30 Caffè – 2018

sul Caffè geopolitico

https://www.ilcaffegeopolitico.org/category/temi/il-giro-del-mondo-in-30-caffe-2/girodelmondo2018

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La crisi in Catalogna tra storia, politica e diritto

In  Catalogna, nonostante  la tensione centralista proveniente da Madrid, le elezioni del 21 dicembre 2017  hanno decretato per le tre forze indipendentiste (Erc-CatSì,  Cup  e JUNTSxCat), al governo nel Parlamento uscente,   la maggioranza assoluta dei seggi, (70 su 135) a fronte però di una conta dei voti che non ha loro permesso di superare il  47,5 per cento ed ha incoronato (mai termine fu più congruo!) come primo partito  il centrista unionista di Ciudadanos con 37 seggi. Il destituito presidente catalano, Puigdemont, dall’esilio belga ha dichiarato che la Repubblica catalana, proclamata il 27 ottobre 2017, ha vinto sulle pretese monarchiche veicolate con l’applicazione dell ‘articolo 155 della Costituzione. Il blocco nazionalista ha dichiarato di voler ricandidare Puigdemont suscitando un vespaio, in un contesto magmatico in cui si affrontano principi fondamentali costituzionalmente garantiti e difesa dell’ordine costituito, mentre l’economia di una regione fin ora ricca e prospera arranca.  Uscirà la Spagna da questo labirinto che la caratterizza da tanti troppi anni? Ma come si è arrivati a questo punto? Cerchiamo di dare ai nostri lettori qualche traccia…

«VOLEU QUE CATALUNYA SIGUI UN ESTAT INDEPENDENT EN FORMA DE REPÚBLICA?»

In un clima profondamente scosso dall’attentato terroristico del 17 agosto a Barcellona, il Presidente della Generalitat, Carles Puigdemont aveva indetto un referendum, fuori da ogni previsione costituzionale, che metteva in discussione, in poche parole , l’unità dello stato spagnolo e la monarchia. Il rocambolesco succedersi degli eventi  è culminato, prima, nella decisione dei  Mossos de Escuadra, la polizia catalana, di non rispondere agli ordini di Madrid, vigilando sui seggi e scontrandosi con  la Guardia Civil (diciamo che c’è stato qualche tafferuglio tra Mossos e Guardia Civil, ma nulla di diffuso), inviata ad impedire l’espressione del voto il 1°  ottobre 2017. L’esito referendario, nonostante le forti intimidazioni, ha avuto come conseguenza  la dichiarazione di indipendenza del 27 ottobre,  in aperta sfida al  governo centrale e in profondo contrasto con quanto previsto dall’art. 2 della Costituzione spagnola , che proclama l’indissolubile unità della nazione. L’intervento del sovrano non è riuscito, come prevede la Costituzione, ad arbitrare e moderare il funzionamento regolare delle istituzioni (art. 56 Cost..), come fece invece suo padre Juan Carlos, reagendo ad un tentativo di colpo di Stato (il golpe Tejero del 1981) con autorevolezza e determinazione, per la difesa dell’ordinamento democratico.

NUOVE ELEZIONI

La proclamazione dell’indipendenza della Catalogna, con un iter estraneo alla procedura costituzionale, ha comportato l’arresto, con l’accusa di sedizione e ribellione, del vicepresidente della Generalitatcatalana, di parte dell’esecutivo, mentre il presidente Carles Puigdemont fuggiva in Belgio. Il governo centrale ha sciolto il Parlamento catalano, convocando le elezioni per il prossimo 21 dicembre. Questa procedura, prevista dall’art.155 della Costituzione, costituisce uno strumento legislativo asimmetrico, ma comunque temporaneo. Le ansie separatiste catalane, affrontate per anni con diverse modalità, sono sfociate in una situazione che il governo di Madrid non ha saputo né prevenire né gestire, dimostrando un’intrinseca debolezza e una sostanziale incapacità di utilizzo degli strumenti giuridici fruibili per una risoluzione pacifica della controversia istituzionale. D’altro canto anche il governo catalano ha operato scelte a dir poco dissennate, che potrebbero preludere ad una vera e propria rivolta violenta, più volte invocata.

TRACCE DI SOVRANITA’

Le origini di questi eventi risalgono a molti secoli fa. Nel XII secolo si trovano riferimenti alla nazionalità dei Cathalani, parte dell’unione dinastica che diede vita al regno di Spagna. Successivamente le istituzioni catalane (Generalitat de Catalunya) furono protagoniste di tensioni e conflitti che determinarono la conquista di consistenti spazi di autonomia, fino alla fondazione della Repubblica catalana (1641-1652). Correva l’anno 1714, quando la Catalogna, in esito alla guerra di successione spagnola, perse ogni forma di indipendenza: ogni anno quindi, l’11 settembre, in ricordo di quell’evento, si celebra la Diada de Catalunya, la “festa nazionale” che ricorda la chiusura delle Generalitat, sede del Governo, e delle Cortes Catalanes (sede del Parlamento), e l’adozione obbligatoria della lingua castigliana. E’ questa la data, tradotta in minuti (17’14’), utilizzata dalla tifoseria della squadra del Barcellona per avviare i cori indipendentisti durante le partite di calcio, in particolare quelle contro il Real Madrid. Nel corso del ‘900  i catalani  hanno goduto di una brevissima indipendenza durante la II Repubblica (1931-1939), travolta dalla guerra civile che insanguinò la Spagna dal 1936 al 1939 fino all’instaurazione del regime di Franco. Dopo la morte nel 1975 del Caudillo  che aveva soffocato ogni velleità autonomistica, la struttura statuale spagnola si andò saldamente ancorando a uno stato di diritto democratico e sociale, con un assetto in cui trovavano ampie garanzie le comunità storicamente autonome: la Catalogna, la Galizia, l’Andalusia e il Paese Basco.

COMPROMESSI ISTITUZIONALI

La Costituzione, approvata nel 1978, rifletteva un peculiare processo, durante il quale si sarebbe generata una forma di regionalismo a doppio binario, qualora le singole province, oltre le comunità storiche, avessero deliberato di associarsi come comunità autonome. La centralità delle Cortes veniva temperata dalle competenze normative proprie del governo, dal ruolo forte degli enti territoriali autonomi e dalle facoltà di intervento repressivo del Tribunale Costituzionale, che svolge un ruolo di indubbia rilevanza e  non è indipendente dal potere politico. Il processo autonomistico, istituzionalizzato con l’approvazione dell’art.2 della Costituzione, fu il frutto di un compromesso tra le diverse tendenze (dall’UCD di Suarez al PSOE) che, nel corso degli anni ‘80, non si rivelarono ostili alle rivendicazioni delle nazionalità storiche, rimanendo sempre attente a tutelare l’unità della Spagna. La politica delle autonomie rimase però uno dei passaggi più delicati della vita delle istituzioni spagnole.

UNA STAGIONE DI RIFORME

Nel 1998, con la Dichiarazione di Barcellona, le nazionalità riproposero formalmente il riconoscimento della sovranità, mentre si riacutizzava lo scontro centro-periferia cui il governo Zapatero, sostenitore di una Spagna plurale, cercò di ovviare riavviando il processo di riforma degli statuti delle comunità autonome, sospeso negli anni precedenti. Il nuovo Statuto catalano venne approvato il 18 giugno 2006 con referendum regionale, ma  i popolari di Rajoy si opposero fermamente alla sua adozione. L’art.1 del Titolo I prevedeva che la Catalogna, in qualità di nazione, esercitasse il suo autogoverno sulla Comunità Autonoma, in accordo con la Costituzione e lo Statuto stesso, quale norma fondamentale. Il Senato non accolse la proposta originaria del Parlamento catalano, che definiva la Spagna uno stato plurinazionale, ma consentì, nel  testo varato, importanti spazi di autonomia, l’obbligatorietà della lingua catalananelle scuole e una più ampia gestione delle risorse economiche e finanziarie.

CONCERTAZIONE E SOLIDARIETA’

In un primo tempo, in effetti, il progetto catalano si era ben differenziato (soprattutto da quello basco, insanguinato dall’ETA) per la concertazione che lo aveva caratterizzato e per il rispetto della solidarietà interterritoriale. Inoltre, la possibilità concessa dallo Statuto di firmare trattati internazionali, subordinata all’autorizzazione dello Stato centrale, confermava il pieno rispetto dell’unità nazionale, in un equilibrio che molti definirono virtuoso, teso ad un rafforzamento delle sedi di raccordo intergovernativo. Il Partido Popular considerava però le previsioni statutarie catalane fonte di disgregazione, di instabilità sociale e foriere di uno sgretolamento dell’unità nazionale. Pertanto iniziò una forte contrapposizione tra il governo centrale e le periferie che portò a impugnare il procedimento utilizzato per l’approvazione della legge di riforma dello statuto catalano, perché si ravvisava in esso non una modifica statutaria ma una vera e propria riforma costituzionale.

BATTAGLIE LEGALI

Il Tribunal Constitucional, in un primo tempo, aveva rigettato la questione, ma poi la riprese e, con la famosa sentenza n.31 del 28 giugno 2010, abrogò la parte dello Statuto che riguardava gli obiettivi autonomistici ed eliminò il riferimento al termine “nazione” (catalana) dal Preambolo, spiegando che per nazione si deve intendere solo la Spagna, come regno cui inerisce l’esercizio della sovranità. La Catalogna rimase soggetto di diritto, ma non destinataria di poteri sovrani. In questa ottica non si prevede alcun potere di indire consultazioni referendarie in quanto tale materia è riservata alla competenza statale. Poco dopo, nel 2013, il governo Rajoy, dopo il fallimento dei negoziati sul Pacto Fiscal, impugnò una nuova risoluzione del parlamento catalano (la n. 5/X), con la quale veniva approvato il diritto di autodeterminazione, secondo il principio di legittimità democratica, partecipazione e legalità in senso addirittura europeista.

BATTAGLIE PROCEDURALI

Il Tribunale Costituzionale dichiarò l’incostituzionalità della previsione normativa, interpretando il derecho a decidir,  nel senso dell’impossibilità di  convocare  un referendum sull’indipendenza della Catalogna. In effetti, anche in base al diritto internazionale, il principio di autodeterminazione è percorribile solo qualora un popolo sia privato della propria indipendenza, come accadde durante il dominio coloniale, o qualora un  territorio sia stato occupato da un Paese straniero, oppure qualora un popolo, configurandosi come gruppo minoritario, sia privato dell’accesso al potere di governo e alle forme della rappresentanza politica. Diversamente non si configura alcun diritto di rompere l’unità dello Stato, se non  nel caso in cui sia espressamente riconosciuto dallo Stato stesso, come, ad esempio, è previsto nell’ordinamento giuridico della Gran Bretagna. In conclusione, la Catalogna non avrebbe dovuto prevedere consultazioni referendarie, ma avrebbe potuto presentare una proposta di riforma costituzionale, che le Cortes sarebbero state obbligate a prendere in esame. In questo progetto sarebbe stato possibile inserire una nuova norma costituzionale che prevedesse la possibilità per le autonomie di indire referendum con oggetto un quesito sull’indipendenza. Il tribunale Costituzionale spagnolo aveva in qualche modo indicato una procedura percorribile per un eventuale processo di autodeterminazione.

BATTAGLIE REFERENDARIE

Il Parlamento catalano, fermo nella sua determinazione, ha approvato nel 2014 una nuova legge, la n.10, che prevedeva il referendum consultivo e che ha dato luogo, come escamotage, a seguito di una nuova pronuncia del Tribunale costituzionale, a una semplice e non vincolante votazione spontanea, tenutasi il 9 novembre 2014, il cui esito, favorevole all’indipendenza, ha dato sostegno alle successive rivendicazioni. Approvata la Declaración de ruptura del 9-N, dichiarata incostituzionale, il governo catalano ha creato la Commissione di studio del processo costituente e poi ha indetto un altro referendum sull’indipendenza, nonostante le reiterate dichiarazioni di incostituzionalità del giudice delle leggi. Altre due norme sono state poi approvate per disciplinare lo svolgimento delle consultazioni, la transitorietà giuridica e la fondazione della Repubblica. L’epilogo di questo braccio di ferro è stata la dichiarazione unilaterale di indipendenza della Catalogna.

LABIRINTI E FILI DI ARIANNA

Tutte le contraddizioni della giovane democrazia spagnola, che Brenan definì come un labirinto, sembrano convogliate oggi in Catalogna. Le domande che ci poniamo sono tante ma, fra tutte, la più inquietante riguarda l’Europa. Sicuramente l’UE non ha alcun ruolo istituzionale in questa faccenda, che riguarda il diritto costituzionale e la geopolitica di una regione ricca e trainante per l’economia come quella catalana. Molti però si chiedono se, a fronte di una situazione così grave che si sta innescando all’interno di quelle frontiere che avrebbero dovuto abbracciare gli Stati Uniti d’Europa, lo spirito dei padri fondatori possa risvegliare il popolo europeo affinché abbandoni formalismi di bilanci e di monete, per quanto importanti, e ritorni a disegnare (attraverso proposte federali, per esempio) nuove immagini di un mondo fatto di dialogo, reciproca comprensione e certezza dei diritti dell’uomo e del cittadino. Nel frattempo molti, troppi stanno a osservare , da piazza Maidan al Kosovo, fino ad Hong Kong, per esempio, dove altre forme di indipendenza sono state chieste.

Elisabetta Esposito Martino

 

Gerald Brenan, nel suo testo The Spanish Labyrinth: An Account of the Social and Political Background of the Spanish Civil War, racconta del suo viaggio nella Spagna del 1919, tra le tensioni sociali e politiche che precedettero la guerra civile. L’uscita dal labirinto diviene così metafora di un intero Paese e della natura umana.

L’articolo  è stato pubblicato sul Caffé Geopolitico il 15/12/2017

https://www.ilcaffegeopolitico.org/66380/66380

Per gli aggiornamenti continuate a seguire questo blog , sulle tracce di aspetti interessanti del diritto costituzionale comparato …

 

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RUOLO DELLA CINA NELLA RISOLUZIONE DELLA CRISI NORD COREANA

La questione Nord coreana rimane di costante attualità, anche dopo i colloqui intercorsi tra la Corea del nord e quella del sud, nella speranza di un riavvicinamento in vista delle Olimpiadi invernali, ma dietro gli sforzi dei due governi fratelli si ergono gli Stati Uniti e la Cina, due grandi che già in primavera avevano delineato le proprie intenzioni durante il Summit tenuto il 6 e 7 aprile a Mar-a-Lago, vicino Palm Beach, residenza  estiva dei presidenti americani.  Dopo quella data si sono aperte nuove prospettive, forse di un mondo trilaterale, in cui la Cina è chiamata ad aggiungere alle speranze di giustizia e di pace l’anelito all’armonia, 和谐社会 “héxiéshèhuì”,  quale “Paese in via di sviluppo responsabile”.

I punti caldi toccati sono stati molti: gli accordi di libero scambio per un’economia guidata dal XIII Piano quinquennale, di fronte alle minacce protezionistiche di Trump; Taiwan, per la quale non è in discussione la politica dell’unica Cina; infine la Corea del Nord con il programma nucleare di Kim Jong-Un ed i periodici lanci di missili balistici che minacciano tutto il Pacifico, a partire dai confini segnati dal ponte sul fiume Yalu, fino probabilmente alle più remote coste americane, e che stanno esaurendo la pazienza strategica americana, che vuole schierare il sistema antimissilistico Thaad.

E’ innegabile la necessità di porre un freno all’arroganza del dittatore nord coreano, a capo di un paese artificialmente diviso da logiche spartitorie ed espansionistiche, coniugate con interessi economici, intrecciati con la storia di vassallagio verso l’Impero Celeste, la cui stabilità è funzionale all’equilibrio politico ed economico della RPC, che può ridurre le esportazioni di carbone ed i vari tipi di sostegno economico

Ma questo summit, definito “molto arduo”, per le paventate guerre nucleari, convenzionali e commerciali, aveva preso una piega inaspettata la notte del 6 aprile, con la decisione di Trump, prontamente e gentilmente comunicata al proprio ospite, di lanciare 59 missili Tomahawk sulle basi siriane da cui, ma sicuro non è, è stato lanciato un attacco chimico a Khan Sheikhoune su civili inermi e tanti bambini. Dall’epoca di Saddam ancora si cercano armi chimiche, mentre il Dragone pare avallare la decisione della Casa Bianca che ha avvisato la grande madre Russia

Da questo mondo multilaterale, incapace di governance si passerà ad un mondo trilaterale? Solo la storia ce lo dirà…

qui il link all’intervista di Elisabetta Esposito Martino su Radio Cusano Campus

RUOLO DELLA CINA NELLA RISOLUZIONE DELLA CRISI NORD COREANA

(Puntata del  20 aprile  2017 de IL MONDO E’ PICCOLO una trasmissione di Daniel Moretti su  RADIO CUSANO CAMPUS)

collegio2

 

 

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Buon Natale

 

LA NOTTE SANTA

di Guido Gozzano


– Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!
Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell’osteria potremo riposare,
ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.

Il campanile scocca
lentamente le sei.

– Avete un po’ di posto, o voi del Caval Grigio?
Un po’ di posto per me e per Giuseppe?
– Signori, ce ne duole: è notte di prodigio;
son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe

Il campanile scocca
lentamente le sette.

– Oste del Moro, avete un rifugio per noi?
Mia moglie più non regge ed io son così rotto!
– Tutto l’albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi:
Tentate al Cervo Bianco, quell’osteria più sotto.

Il campanile scocca
lentamente le otto.

– O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno
avete per dormire? Non ci mandate altrove!
– S’attende la cometa. Tutto l’albergo ho pieno
d’astronomi e di dotti, qui giunti d’ogni dove.

Il campanile scocca
lentamente le nove.

– Ostessa dei Tre Merli, pietà d’una sorella!
Pensate in quale stato e quanta strada feci!
– Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella.
Son negromanti, magi persiani, egizi, greci…

Il campanile scocca
lentamente le dieci.

– Oste di Cesarea… – Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?
L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame
non amo la miscela dell’alta e bassa gente.

Il campanile scocca
le undici lentamente.

La neve! – ecco una stalla! – Avrà posto per due?
– Che freddo! – Siamo a sosta – Ma quanta neve, quanta!
Un po’ ci scalderanno quell’asino e quel bue…
Maria già trascolora, divinamente affranta…

Il campanile scocca
La Mezzanotte Santa.

È nato!
Alleluja! Alleluja!

È nato il Sovrano Bambino.
La notte, che già fu sì buia,
risplende d’un astro divino.
Orsù, cornamuse, più gaje
suonate; squillate, campane!
Venite, pastori e massaie,
o genti vicine e lontane!

Non sete, non molli tappeti,
ma, come nei libri hanno detto
da quattro mill’anni i Profeti,
un poco di paglia ha per letto.
Per quattro mill’anni s’attese
quest’ora su tutte le ore.
È nato! È nato il Signore!
È nato nel nostro paese!
Risplende d’un astro divino
La notte che già fu sì buia.
È nato il Sovrano Bambino.

È nato!
Alleluja! Alleluja!

 

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Oltre lo spettacolo del Congresso (II): una nuova era per la Cina

Mentre si chiudeva la prima sessione plenaria del XIX Congresso del PCC si apriva, per la Cina e per il mondo, un nuovo capitolo di storia. Il rieletto Presidente Xi Jinping, nuovo Grande Timoniere di Pechino, ha infatti fatto diverse promesse importanti che mirano a far entrare il socialismo con caratteristiche cinesi in una nuova era.

Seconda parte dello speciale del Caffè Geopolitico sul Congresso di Pechino. La prima è qui.

LE PRIORITÀ E LE CRITICITÀ DEL SECONDO MANDATO

Xi Jinping ha conquistato nell’ambito dell’establishment cinese e, innegabilmente, anche tra la popolazione un consenso molto diffuso che gli ha permesso di concludere il primo plenum, con cui tradizionalmente si chiude il Congresso del Partito Comunista cinese, con una vittoria su tutti i fronti, con la quale potrà procedere speditamente sulla strada delle riforme, già tracciata nel corso del primo mandato, cui abbiamo accennato nel primo articolo di questo speciale. Il pensiero di Xi Jinping, definito “Presidente di tutto”, che è stato inserito accanto a quello di Mao nello Statuto del partito, farà della Cina, entro il 2049, una nazione potente, prospera, moderna, democratica, socialista, armoniosa e bella per quella rinascita che consentirà al Paese di tornare ad essere il centro del mondo, come indicato nel nome stesso di Cina in cinese: Zhong Guo, il Paese del Centro. Ma che cosa intende il neoeletto segretario del Partito con questi aggettivi? Riuscirà davvero a far risorgere la Cina culturalmente e moralmente, non perdendo di vista l’ambiente, l’economia e l’ideologia?  Quali criticità si profilano all’orizzonte?

UNA NAZIONE POTENTE

Il cammino avviato con la fondazione della Repubblica popolare, che ha permesso alla Cina di uscire dal cortile di casa e diventare a tutti gli effetti una nazione potente, è ormai quasi al traguardo e viene annunciata una nuova era in cui il Paese di Mezzo rivestirà sempre di più un ruolo da protagonista nello scacchiere internazionale. E come un novello imperatore celeste, garante dell’armonia tra cielo e terra, Xi Jinping si pone di fronte alle sfide del nuovo millennio per modulare una nuova estetica del potere con caratteristiche cinesi. La nuova leadership dovrà a questo punto fare i conti con la tecnocrazia, che in Occidente muove le leve dell’egemonia, attraverso tutti i cluster che producono tecnologia per ogni uso, anche militare.  Amazon, Apple, Facebook, Google e Microsoft, pur potendo condizionare pesantemente i Governi e controllare i singoli, hanno però prosperato all’interno di società democratiche, in cui la libertà e la privacy vengono tutelate e garantite. In questo contesto è stato possibile declinare il capitale con la scienza e l’innovazione per offrire modelli che, con i loro simboli (la Silicon Valley), hanno creato, oltre ad un immenso potere finanziario ed economico, una leadership culturale ed un rinnovato soft power. Saprà la Cina fare di meglio?

LE VIE DELLA SETA DIGITALE DEL XXI SECOLO

Il nuovo mandato di Xi accelererà il raggiungimento degli obiettivi prefissati con i piani di sviluppo che porteranno alla costruzione di una superpotenza scientifica e tecnologica di qualità, intensificando la cooperazione in settori di frontiera per la costruzione di città intelligenti, nuovi caravanserragli delle Vie della Seta digitali del XXI secolo. Secondo quanto previsto dall’OBOR,  i centri,  attraversati dalle carovane che collegavano l’Oriente e l’Occidente, saranno destinatari di investimenti infrastrutturali per miliardie di programmi di interventi dedicati alla trasformazione digitale ed informatica. La Cina lancia così la sua sfida al primato del Nord America per quanto attiene ai fondi stanziati per le smart city (118,5 miliardi di dollari nel 2016, 244,5 miliardi nel 2021). Secondo quanto diffuso dal Ministero cinese dell’Industria e dell’Informazione tecnologica, il programma di investimenti digitali in questo campo raggiungerà la cifra di  610 miliardi di dollari nel 2020 (circa 4.000 miliardi di yuan).

CINA BELLA CON LA GREEN ECONOMY

A febbraio del 2016 anche il Ministero dell’Ambiente cinese ha avviato tutta una serie di programmi fortemente innovativi, per implementare la green economy, attraverso la costruzione di città ecosostenibili in tutto il Paese, che si aggiungeranno a circa l’80% delle città cinesi i cui piani di sviluppo ricalcano quanto previsto per le città intelligenti. Il Governo ha predisposto non solo strumenti finanziari, i green bond, ma, durante il Congresso, ha anche annunciato la creazione di una Commissione centraleper la gestione di tutto il “capitale di risorse naturali”, per rendere compatibile con le esigenze ecologiche il panorama urbano del nuovo millennio, accelerando l’integrazione tra Internet, i meta dati e l’intelligenza artificiale con l’economia reale, elaborando raffinati strumenti per il risparmio energetico e per la diminuzione dell’inquinamento. Il Governo di Xi dovrà cavalcare l’onda resa anomala dalla politica americana, che ha abbandonato l’impegno ecologico, e farsi portabandiera della lotta contro il global warming.

LA LEGITTIMAZIONE DELLA PROSPERITÀ

Molte di queste sfide rischiano di mettere a repentaglio l’armonia vagheggiata da Xi, ma la situazione più difficile da affrontare riguarda certamente la ripartizione della ricchezza tra i cittadini cinesi. Il pensiero di Xi Jinping non ritorna comunque sulle strade dell’uguaglianza eretta a sistema, come ai tempi di Mao, ma prende atto delle disparità, acquisite nell’immaginario del cinese medio dalla tradizione confuciana, cercando di assicurare a tutti un certo livello di agiatezza, garantita per ora non solo da un PIL che, nel terzo trimestre del 2017 è cresciuto del 6,8%, ma soprattutto da un costante miglioramento delle condizioni di vita. Questo benessere di cui oggi gode una grossa fetta dell’immensa popolazione cinese funge da garante della legittimità del Governo che, in fondo, ha saputo assicurare una agiatezza che, non dimentichiamolo, era impensabile all’indomani della fine della rivoluzione culturale, che aveva lasciato un Paese, già afflitto negli ultimi secoli da una profonda crisi, distrutto economicamente e snaturato culturalmente.

CONSENSO E MANDATO CELESTE

Il consenso di cui gode il PCC trova la sua matrice nell’antichissima tradizione cinese del Mandato del Cielo ( 天命 tiān mìng) utilizzato per legittimare le dinastie imperiali, che poteva essere revocato, qualora il cielo mandasse segni inequivocabili (carestie, inondazioni, terremoti..) della perdita del mandato stesso. La ribellione che fosse sorta dalle conseguenze di ogni genere di calamità, cui un sovrano non fosse stato capace di far fronte, coronata da successo, era considerata una prova che il «Mandato del Cielo» era passato ad altri, in grado di riportare l’Impero di Mezzo in armonia. Questa concezione, utilizzata da Mao per legittimare la rivoluzione comunista, permette ancora oggi al partito una guida indiscussa, quasi in simbiosi col popolo, ed al suo apparato la gestione di una vera e propria rinascita, come proclamato da Xi Jinping, che permetta alla popolazione cinese di godere, all’interno, di un livello di vita sempre migliore e, all’esterno, di affermarsi tra i grandi del mondo.

UNA CINA DEMOCRATICA E SOCIALISTA

Questa leadership deve quindi prestare la massima attenzione alla possibilità che…

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https://www.ilcaffegeopolitico.org/60404/oltre-lo-spettacolo-del-congresso-ii-una-nuova-era-per-la-cina

SCRITTO DA ELISABETTA ESPOSITO MARTINO

PUBBLICATO SUL CAFFè GEOPOLITICO IL 7/11/2017

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Elisabetta Esposito – Congresso Partito Comunista Cinese

 Nella PUNTATA DEL 25 OTTOBRE 2017

della trasmissione: Ho scelto Cusano       

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Oltre lo spettacolo del Congresso (I): la marcia di Xi verso Pechino

Il 18 ottobre ha aperto i battenti il XIX Congresso del Partito Comunista cinese, visto da molti come un evento epocale per il futuro del Regno di mezzo. L’evento è stato introdotto da un lungo discorso del Presidente Xi Jinping che, tra ambizioni geopolitiche e nuove strategie economiche, ha tratteggiato una Cina superpotenza mondiale guidata da un nuovo “pensiero” politico e sociale. In questa prima parte di un lungo speciale analizziamo i retroscena e le premesse che hanno portato alla kermesse di Pechino e all’irresistibile ascesa di Xi ai vertici dello Stato cinese

DOVE ERAVAMO RIMASTI

Al termine del XVIII Congresso del Partito Comunista cinese (PCC), l’attenzione era concentrata sulla necessità di far ripartire le riforme, di fronte al timore di un hard landing economico, per riuscire a raggiungere, nel medio periodo (il 2020), l’obiettivo di una “moderata prosperità” e nel lungo periodo (il 2049, centenario della fondazione della RPC), lo status di Paese “sviluppato”, come vagheggiato nel sogno cinese. Dopo questo Congresso si profilava una sostanziale virata rispetto alla leadership uscente, quella di Hu Jintao, eletto nel 2002 dal XVI Congresso, che aveva ripristinato la centralità del ruolo svolto dal Grande Timoniere, artefice della rinascita cinese, nonostante gli innegabili (e non più taciuti) errori della rivoluzione culturale. L’acme di questa linea politica fu rappresentata nella grande kermesse con cui si celebrò il sessantesimo anniversario della Rivoluzione: Hu, in abiti di foggia maoista, aveva veicolato un nuovo nazionalismo, nel tentativo di compattare una nazione disgregata da una crescita economica troppo veloce, che aveva prodotto molte distorsioni e profonde tensioni sociali, cercando nuove opportunità per uno sviluppo sostenibile.

A man takes photos of a party flag of Communist Party of China made with flowers, which promotes the 19th National Congress of the Communist Party of China (CPC), in Shanghai, China September 30, 2017. REUTERS/Aly Song

LA CRISI ECONOMICA E IL MODELLO CINESE

Queste criticità economiche si incrociarono poi con la grave crisi del capitalismo occidentale, iniziata tra il 2007 ed il 2008, a seguito del processo di finanziarizzazione dell’economia, sospinta dalla deregulation neoliberista, in un mondo in cui si venivano globalizzando anche gli strumenti finanziari, sempre più strutturati e complessi, oggetto di spregiudicate e rovinose speculazioni. A questo si aggiungeva il problema della sovrapproduzione, dovuta alla rottura dell’equilibrio tra il potenziale produttivo e la capacità di consumo di una classe media e lavoratrice, depauperata e largamente disoccupata in America come in Europa, sferzata da una politica di bilancio restrittiva che avrebbe dovuto allentare la crescita del debito pubblico statuale. In questo assetto economico internazionale la Cina si proponeva con un nuovo modello macroeconomico, l’economia di mercato socialista, che non era stata travolta dalla crisi in atto, ma dalla quale era emersa una progettualità politica, riproposta nel 2011 in occasione dei 90 anni della fondazione del PCC.

L’ASCESA DELLA QUINTA GENERAZIONE 

In questo contesto viene nominato nel 2012 il nuovo Comitato permanente del Politburo, capeggiato da Xi Jinping, che costituiva la cd. quinta generazione: la prima, quella di Mao, comprendeva gli eroi della Lunga Marcia e della guerra antigiapponese, che avevano fondato la Repubblica popolare; la seconda, quella di Deng Xiaoping, rappresentava il gruppo di coloro che avevano voluto l’apertura della Cina al mondo esterno e il passaggio da un’economia rigidamente pianificata all’economia di mercato socialista; la terza, quella di Jiang Zemin, aveva preso il potere dopo l’epurazione di Zhao Ziyang in seguito alla strage di Tiananmen, virando verso obiettivi tesi a distogliere le masse dalle aspirazioni democratiche; la quarta, quella di Hu Jintao, apriva le porte a burocrati preparati e alla tecnocrazia. L’ascesa al potere di Xi Jinping veniva fortemente sostenuta dalle scelte politiche ed ideologiche di un partito comunista legittimato dai successi economici e dall’epopea della rinascita che si contrappone alla crisi che investe su tutti i piani i sistemi democratici occidentali.

LA CINA DI XI JINPING

In questi cinque anni Xi Jinping ha combattuto aspramente contro quella che viene definita dagli intellettuali la “trappola di trasformazione”, una vasta area di poteri forti che tengono in ostaggio le riforme, bloccandone e distorcendone gli effetti, per stravolgerne lo spirito, insinuando nel popolo una vera avversione al cambiamento, considerato causa prima della diffusa corruzione. In realtà questi gruppi di interesse, proteggendo pochi privilegiati, contribuirebbero ad acuire le tensioni sociali, aumentando il divario nella distribuzione del reddito fino ad una vera e propria polarizzazione della ricchezza, in un Paese che solo cinquant’anni prima aveva elaborato una sorta di mitologia dell’uguaglianza. Le riforme economiche, che hanno consentito al valore del PIL di moltiplicarsi centodieci volte in soli 30 anni, vengono collegate alle riforme politiche ed amministrative, il cui  target è “rischiare riforme imperfette, ma evitare crisi e immobilità”, onde rivedere la crescita in termini qualitativi, per ricostruire quella cornice di armonia cui, da cinquemila anni, anela tutta la civiltà cinese.

MODERNIZZARSI SENZA OCCIDENTALIZZARSI

Il Presidente Xi ha difeso strenuamente in questi cinque anni il ruolo di potenza regionale giocato dalla Cina, non celando l’intento di raggiungere obiettivi più arditi, anche in modo molto assertivo. Da qui i conflitti per imporre la propria sovranità marittima, associati alle allettanti proposte racchiuse nelle nuove Vie della Seta per terra e per mare, aspetti poliedrici di un’ascesa che coniuga il potere militarecon quello economico, coinvolgendo tutti i continenti del pianeta. Le salde radici nell’humus confuciano hanno saputo dare peculiari caratteristiche al modello di sviluppo cinese ed alla governance del nuovo Impero Celeste, che sembra far leva più sulla tradizione culturale che sui valori socialisti. In questo contesto ideologico si è assistito ad un irrigidimento sulla questione dei diritti umani, il cui acme è stato rappresentato dalla tragica fine del premio Nobel Liu Xiaobo. Anche le istanze democratiche sono state progressivamente soffocate, con pesanti conseguenze nei rapporti con Taiwan, avviluppata all’unica Cina, e con Hong Kong, che ha visto diminuire di giorno in giorno i diritti fondamentali e le libertà, che dovrebbero essere garantiti dalla Basic Law e che invece paiono sempre più assottigliarsi.

NUOVI ORIZZONTI

Il XIX Congresso nazionale del Partito comunista cinese …..CONTINUA A LEGGERE SUL CAFFé GEOPOLITICO…

https://www.ilcaffegeopolitico.org/59887/oltre-lo-spettacolo-del-congresso-i-la-marcia-di-xi-verso-pechino

 

SCRITTO DA ELISABETTA ESPOSITO MARTINO

PUBBLICATO SUL CAFFè GEOPOLITICO IL 25/10/2017

(FILES) This file picture taken on November 15, 2012 shows the Communist Party of China’s new Politburo Standing Committee, the nation’s top decision-making body (L-R): Zhang Gaoli, Liu Yunshan, Zhang Dejiang, Xi Jinping, Li Keqiang, Yu Zhengsheng and Wang Qishan meeting the press at the Great Hall of the People in Beijing.
Chinese leader Xi Jinping is expected to tighten his grip on power at a Communist Party conclave in mid October, 2017, cementing his stature as the country’s most dominant ruler in decades. / AFP PHOTO / MARK RALSTON / TO GO WITH: China-congress-politics, Laurent THOMET

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