LAOS: UN CORRIDOIO STRATEGICO PER LA CINA

UN CORRIDOIO STRATEGICO PER LA CINA
LA RINASCITA LAOTIANA

Dopo la fondazione, nel 1975, della Repubblica Democratica Popolare, anche il Laos, devastato dalla guerra del Vietnam, diede il suo contributo alla ricerca di una soluzione globale per i problemi dell’Indocina, abbracciando una politica di riforme e apertura. Con la normalizzazione dei rapporti internazionali e l’ingresso nell’ASEAN nel 1997, ingenti flussi di denaro proveniente dalla Cina andarono a iniettare nuove energie in un’economia asfittica, sostenuta anche dal Vietnam. Attraverso vari accordi di cooperazione, il Laos evitò il default durante la crisi finanziaria asiatica del 1997-1998 e, nel 2009, ottenne dalla Cina, tramite la Comprehensive Strategic Partnership, un supporto militare e tecnologico. Da queste intese sono derivati massicci finanziamenti nei settori manifatturiero, agricolo, idroelettrico e minerario, cui si è aggiunto il Memorandum of Understanding (MoU) dell’aprile 2010, un «partenariato strategico onnicomprensivo» secondo la definizione data da Xi Jinping durante la visita in Laos nel novembre 2017. In applicazione di questi accordi sono stati stanziati fondi per le infrastrutture, cui si è aggiunto un pacchetto di aiuti allo sviluppo da 5,2 miliardi di yuan (800 milioni di dollari), oltre a 3,4 milioni di dollari USA per progetti pianificati lungo il fiume Mekong, 90 milioni di dollari per la costruzione di un ospedale a Vientiane e 615 milioni di dollari promessi per miglioramenti nel settore sanitario nazionale nei prossimi tre anni.

Fig. 1 – Lavoro minorile nelle campagne del Laos

AIUTI ‘MADE IN CHINA’

I finanziamenti concessi dalla Cina al Laos rientrano nell’ambito di una faraonica progettualità chiamata, dal 2013, OBOR (acronimo di One Belt, One Road), sulla scia delle antiche Vie della Seta, che ha preso una consistenza sempre più concreta, invasiva e pervasiva, che spazia dalla cooperazione tecnica alla vendita di ogni sorta di bene materiale, passando per percorsi di training, fino a veri e propri prestiti e sostegno umanitario. Attraverso gli aiuti made in Chinaviene quindi creata un’ampia rete di cui si giova il Paese destinatario, ma ancora di più le aziende cinesi, che riescono a creare bacini d’utenza per la sovrapproduzione, joint venture e un vasto network commerciale, come previsto dalla politica dei tied aid, in base alla quale i Paesi beneficiari degli aiuti sono vincolati a fruire di quanto il Paese offerente mette a disposizione. Questa vasta strategia going global è fondata su una sorta di credibilità della Cina in quanto Paese che ha subito una pesante colonizzazione a opera dell’imperialismo occidentale e che, di conseguenza, non dovrebbe operare con fini di dominio. Inoltre questi aiuti win win vengono erogati sotto forma di mutui benefici che non implicano però nessun cambiamento da parte dei regimi interni, a parte il rispetto della One China Policy, che vieta ai beneficiari di stringere relazioni diplomatiche con Taiwan.

LAOS E OBOR

La Cina da anni guarda con interesse al territorio laotiano in quanto rappresenta una rotta molto funzionale alla penetrazione nel Sud-est asiatico, mentre il Governo di Ventiane considera gli investimenti cinesi, in particolare quelli connessi all’OBOR, un’occasione imperdibile per un Paese senza sbocchi sul mare, ma molto ricco di risorse naturali, in grado di trasformarsi da landlocked a land-linked. Il primo passo di questa evoluzione è costituito dalla ferrovia ad alta velocità che, iniziata al di là del confine cinese nel 2016, attraverserà il Laos per 420 chilometri di strade ferrate, tunnel e ponti che consentiranno un collegamento con le capitali del Sud fino a Singapore. Queste grandi opere consentiranno alla popolazione, per lo più sparsa in villaggi montani, di migliorare notevolmente le proprie condizioni di vita, di dare nuova linfa alle attività economiche e di accedere ai servizi pubblici. A fronte di ciò non di poco conto sono le inquietudini per le gravi ripercussioni prodotte sugli abitanti dei villaggi situati sulla direttrice dell’alta velocità, sfollati senza indennizzo, sull’ambiente e sull’ecosistema.

Fig. 2 – Cittadino cinese alla frontiera laotiana si dirige verso la città di Boten

IL CONSENSO DI PECHINO

La “terra del milione di elefanti” potrà raggiungere, grazie alla progettualità delle Vie della Seta, un certo sviluppo socioeconomico, che però l’attrarrà sempre più nell’orbita cinese. Su questa linea di confine si esplicita il nuovo approccio ideologico definito «il consenso di Pechino» dall’economista americano Joshua Cooper Ramo nel 2004. Questo modello di progresso economico si differenzia e contrappone alle politiche dei Paesi occidentali e viene esportato nei Paesi in via di sviluppo, di cui la Cina ancora fa parte, ancorandolo all’innovazione, sostenuta da riforme graduali.  In questo contesto non si pongono traguardi legati al PIL, ma a uno sviluppo che dovrebbe esplicitarsi come “sostenibile ed equo”, attraverso una regolazione dall’alto del mercato, strettamente vigilato da un Governo autoritario. Questo prototipo viene accompagnato da un’ideologia forte, tesa a ricostruire lentamente, ma inesorabilmente, la tela tessuta per millenni dal Celeste Impero, di cui si veicola un’immagine pacifica, elaborata originariamente durante la Conferenza di Bandung del 1955, attraverso cui si cercò di forgiare una nuova forma di collaborazione internazionale fondata sulla cooperazione e il multilateralismo.

BOTEN E LE NUOVE FORME DI COLONIZZAZIONE

In questa ottica risulta chiaro come la disponibilità dei fondi cinesi sia libera da tutti i vincoli imposti dai Paesi occidentali, che, in base a quanto previsto dal Washington consensus, postulano tutta una serie di adempimenti da parte dei Governi dei Paesi beneficiari, comeriordino della spesa pubblica, riforme fiscali e liberalizzazioni correlate a vaste privatizzazioni, oltre che a riforme legali e politiche. In base al Beijing Consensus i finanziamenti risultano invece svincolati da ogni obbligo istituzionale, ma, soprattutto, dai parametri imposti dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. Inoltre concorrono al raggiungimento degli obiettivi economici e geopolitici della Cina, che per secoli è riuscita a realizzare un controllo indiretto, e a volte anche diretto, sui Paesi limitrofi. I finanziamenti erogati nel contesto dell’OBOR a Paesi considerati vulnerabili, come il Laos, implicano rischi elevati, cui fa da contrappeso il controllo diretto sulle infrastrutture attraverso il quale Pechino riesce ad amplificare la propria influenza politica e strategica, come accaduto a Boten. Questa area di 52 chilometri quadrati data in concessione dal Governo laotiano alla Boten Golden Land di Hong Kong, che di fatto amministrava la zona, è diventata in breve quasi completamente cinese. In essa le attività commerciali hanno superato ogni limite di liceità e legalità, spingendo il Governo del Laos a modificare lo statuto della concessione economica, ripristinando il visto per i cittadini cinesi che avevano reso il luogo una sorta di zona franca tra casinò, sale massaggi e sexy shop.

Fig. 3 – Vagliatura del riso in Laos

CHINESE CARD

Il Laos, dal canto suo, gioca la sua chinese card con la speranza di ….

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Pubblicato da Elisabetta Esposito Martino il 3/10/2018 sul “Caffé Geopolitico”

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Nuovi Orizzonti di Evangelizzazione nelle Periferie più lontane

SANTA SEDE E CINA: UN ACCORDO PROVVISORIO TRA DUBBI E SPERANZE

Sta facendo molto discutere l’accordo tra la Santa Sede e Pechino per la nomina dei vescovi cinesi. Molte perplessità, dubbi e inquietudini si registrano nella Curia, tra i vari movimenti ed i semplici fedeli, ma il compromesso raggiunto potrebbe consentire a Papa Francesco di risolvere un’annosa questione e inaugurare nuovi rapporti  con la maggiore potenza asiatica, nella speranza di ritagliare spazi percorribili per una nuova spinta evangelizzatrice.

LA LUNGA DIVISIONE DEI CATTOLICI CINESI
La dicotomia interna della Chiesa cinese, divisa tra l’Associazione Patriottica dei Cattolici Cinesi (Zhōngguó tiānzhǔjiào àiguó huì 中国 天主教 爱国 会) e la Chiesa clandestina(sotterranea, dìxià  地下), viene in qualche modo avviata a soluzione, nell’ottica di un percorso di pace in un mondo globalizzato e devastato anche per motivi religiosi. Con l’accordo appena raggiunto si cerca una rinnovata comunione tra il popolo di Dio cinese, guidato da vescovi nominati illegittimamente dal Governo di Pechino e fuori dalla comunione con Roma, cui si aggiungono i vescovi nominati dal Papa, ma non riconosciuti dalle Autorità locali, i vescovi legittimati ex post e quelli considerati legittimi in quanto, prima di essere nominati dal Governo, hanno autonomamente provveduto a chiedere l’investitura episcopale al Romano Pontefice. L’accordo, definito provvisorio, non è ancora stato reso noto, probabilmente per consentire un reciproco adeguamento in itinere delle criticità che si dovessero eventualmente verificare. Le reazioni suscitate da questa sorta di appeasement sono molteplici e svelano nodi irrisolti e questioni che risalgono al passato e che intercettano una cultura, quella confuciana, cui Xi Jinping attinge copiosamente per dare spessore all’ideologia comunista, di non facile comprensione per la mentalità occidentale.
LO SCOGLIO DI TAIWAN
Una seconda considerazione riguarda il rispetto del principio dell’unica Cina, per cui non viene considerato interlocutore chiunque abbia un qualsivoglia rapporto diplomatico con Taiwan. La Santa Sede riconosce la Repubblica di Cina e, da un punto di vista cinese, il solo approcciarsi a chi non riconosca come Governo legittimo quello di Pechino è prova di un enorme sforzo diplomatico, che in Occidente non è percepito nella sua reale portata. D’altro canto a Taipei ha sede la nunziatura apostolica, a capo di una comunità cattolica viva e influente, per la quale il Papa ha evitato di nominare un nuovo nunzio, lasciando in loco solo un incaricato di affari. La scelta, oculata in una prospettiva di pacificazione col continente, ha però procurato una dolorosa reazione dei fedeli taiwanesi, esplicitata dai vescovi in una recente visita ad limina Apostolorum.
IL BEIJING CONSENSUS
La terza considerazione riguarda la credibilità della Cina del terzo millennio. Lo Stato di Mezzo ha elaborato nuove modalità di relazioni internazionali, volte a modellare una politica estera funzionale alle dottrine economiche e sociali che hanno supportato la trasformazione avvenuta in Cina dopo il 1978. Il modello, che si esplicita nel Beijing consensus, tassello indispensabile per il successo del faraonico progetto delle vie della seta (l’OBOR), con cui Xi Jinping sta mettendo in gioco non solo il proprio potere, ma il futuro di più di un miliardo di persone, è infatti fondato su una sostanziale apertura verso il mondo esterno, di cui la Chiesa cattolica è certamente protagonista come autentica portavoce, soprattutto con Papa Francesco, delle istanze degli ultimi, dispersi nelle periferie del mondo, e della necessità del dialogo come unica speranza di pace. In questo contesto le aspirazioni del Dragone a conquistare una leadership indiscussa a livello mondiale superano di molto la tradizione di un Paese che, per quanto autodefinitosi sempre al centro del mondo (Zhōngguó 中国), guardava soprattutto al proprio “cortile di casa”. Oggi questa ipotesi di accordo con la Chiesa mette alla prova la reale volontà di apertura del Governo di Pechino, e, per la Chiesa, la realizzazione concreta di un rinnovato slancio missionario che approcci tutti gli uomini di buona volontà, come ricorda la Gaudium et Spes (39, 40).

UNA CHIESA APOSTOLICA?
Il pontefice, dal canto suo, vuole perseguire scopi squisitamente pastorali, come aiuto ai fedeli dello Stato di Mezzo e come apertura a una più profonda evangelizzazione, tra i confini di una Chiesa che potrebbe addirittura essere definita “apostolica”. Recenti indagini storiche e archeologiche effettuate su alcuni bassorilievi posti su una parete rocciosa a Kongwang shan, a nord di Shanghai, sui quali sono stati rinvenuti caratteri aramaici, confermerebbero alcune antiche tradizioni che attribuivano la prima predicazione in Cina al discepolo di Gesù, Tommaso, arrivato via mare dal sud dell’India nel 65 d.C. Le ricerche hanno trovato ampia risonanza anche sul Quotidiano del Popolo, che ha ricordato il sogno dell’imperatore Mingdi (57-75 d. C.), di cui si fa cenno negli Annali degli Han posteriori (25-220 d. C.), che vagheggiava di un uomo biondo circondato da un’aureola di luce. Dare un’origine apostolica alla Chiesa cinese, se ai nostri occhi occidentali non riveste poi troppa importanza, consentirebbe un approccio molto diverso delle Autorità cinesi verso la cristianità, per secoli considerata longa manus del dominio coloniale occidentale. Questa nuova prospettiva potrebbe quindi essere foriera di esiti nuovi, di portata molto profonda. D’altro canto, nonostante tutte le inquietudini, le criticità e le notti di dolore evocate da Joseph Zen, cardinale emerito di Hong Kong, la Chiesa ricerca la pace, in una quotidiana, costante e profonda conversione nel cammino per la Vita Eterna, e, con questo accordo provvisorio, sembra rammentare al popolo di Dio quanto scritto dal Papa San Clemente di Roma nella più antica preghiera della Chiesa per le Autorità politiche (I Tm 2,1-2): 
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https://www.ilcaffegeopolitico.org/95610/santa-sede-e-cina-un-accordo-provvisorio-tra-dubbi-e-speranze Pubblicato da Elisabetta Esposito Martino il 3/10/2018 sul “Caffé Geopolitico”

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I Brics, l’Occidente e il “cellophane del colonialismo”

I Brics, l’Occidente e il “cellophane del colonialismo”

Alla fine di luglio si è concluso il X vertice dei Brics: in questi Paesi (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) risiede oltre il 40% della popolazione del pianeta, che produce un quarto del Pil globale. Il trend positivo delle economie di questi cinque Stati, nonostante i diversi ritmi di sviluppo, testimonia il rinascimento dell’Asia, che sta trainando gli altri Paesi emergenti. Le guerre commerciali dichiarate da Trump stanno prefigurando, inoltre, un’America che pare non appartenere più agli americani, per prospettive ad oggi ancora insondabili. Questi e molti altri eventi geopolitici, sempre più interconnessi, potrebbero tracimare in un’onda anomala in grado di spazzare via il monopolio dell’Occidente, disegnando una nuova configurazione della governance globale.

Le trasformazioni strutturali della scena mondiale
Il nuovo millennio comincia in Oriente il 20 dicembre 1999 quando il ritorno di Macao alla Cina segna, dopo cinquecento anni di colonialismo, la fine definitiva del dominio occidentale e l’inizio di un grande risorgimento dell’Asia che diventa una casella fondamentale dello scacchiere planetario, non più a compartimenti resi quasi stagni da immense distanze e barriere fisiche praticamente insormontabili.

Nel nuovo mondo interconnesso vengono esplicitate le prospettive di sviluppo delle quattro potenze che, emergendo rispetto alle altre, oscillanti tra tigri asiatiche e tigri di carta (P. Krugman 1994), entrano nel lessico dei rapporti internazionali nel 2001, ad opera dell’economista della Goldman Sachs, Jim O’Neill, come Bric (Brasile, Russia, India, Cina), ai quali si aggiunge, nel 2010, il Sud Africa.

L’attentato alle Torri Gemelle sancisce tragicamente il cambiamento degli equilibri mondiali, il cui centro nevralgico, passato dall’Europa agli Stati Uniti, unici reduci del mondo bipolare, finisce nel magma indifferenziato chiamato mondo multipolare. Le dinamiche create dal terrorismo di matrice islamica, variamente interpretato, irrompono frenando le logiche di interdipendenza che franano sui confini sempre più trasformati in barriere.

Da un punto di vista economico i Paesi ad alto reddito, scossi alle fondamenta dalla crisi finanziaria del 2007 e dalla successiva grande recessione, ancora invischiati nelle sabbie mobili di una ripresa difficile, condita di disoccupazione e populismo, riescono a fatica a mantenere la gestione della cabina di regia mentre si delinea la crescente influenza delle economie emergenti, alla ricerca di nuovi spazi per esercitare il proprio peso da una posizione paritaria, rivendicando la capacità di formulare nuove regole da diverse prospettive.

Gli scenari futuri
I dati raccolti dal Fmi nel 2018 confermano i positivi trend di sviluppo dei cinque protagonisti del vertice dei Brics: l’India con un tasso di crescita del Pil reale del 7.4%, la Cina del 6.6% (dato che assicurerebbe entro il 2030 il sorpassodell’economia americana), la Russia del 1.7%, il Brasile del 2.3% e il Sudafrica del 1.5%. La sempre più stretta sinergia tra le economie del gruppo si esplicita in un generale impegno per il sud globale, nell’ottica di uno sviluppo più sostenibile, fondato su una costante lotta al protezionismo, al fine di prefigurare nuove modalità di configurazione del potere, soprattutto di fronte all’arretramento degli Usa, ripiegati verso i propri confini, blindati da una guerra commerciale fuori tempo.

Questa visione richiede la revisione della rappresentazione distorta dei Paesi emergenti e in via di sviluppo nelle strutture della governance globale, concretizzatasi nella proposta di allargare i Brics a tutti i mercati emergenti o in via di sviluppo, contenuta nella Dichiarazione Finale del IX Vertice, nell’ottica di una partnership continentale, in cui viene riconosciuto alla Cina il grande impegno assunto a sostegno dell’Africa e, di recente, a supporto anche di alcuni paesi del continente americano, nell’ambito del faraonico progetto “One Belt, One Road” al fine di forgiare un nuovo ed alternativo equilibrio politico e strategico, i cui esiti potrebbero nascondere incognite inquietanti.

Questo mutamento epocale, che l’intellettuale di Singapore, Kishore Mahbubani, sosteneva incomprensibile per tutti coloro che non erano stati avvolti nel “cellophane del colonialismo”, lega i successi economici ancorandoli ad una forte volontà di rivalsa di civiltà millenarie, alle quali bruciano ancora umiliazioni e sfruttamento. Il cammino dei Paesi in via di sviluppo e di quelli emergenti, inaugurato nel 1956 a Bandung, ebbe un aruspice in Nelson Mandela, che, molti anni dopo, proclamava: “Il momento di colmare gli abissi che ci dividono è arrivato. Il tempo di costruire è il nostro tempo, tocca a noi”.

La fine di un’epoca
La Dichiarazione di Johannesburg, a conclusione del X Vertice, conferma il nuovo ruolo dei Brics e di tutto il sud del mondo, che richiede a gran voce una crescita inclusiva, necessaria per una prosperità condivisa, inscindibile da un reale processo di pace, la cui percorribilità è legata alla creazione di una piattaforma comune in cui si prefigurino strade alternative, capaci di disinnescare le tensioni dilaganti su scala planetaria.

Riuscirà l’Occidente a riconoscere il retaggio storico e culturale di questi popoli, accogliendo i valori condivisi dai paesi emergenti come pietra angolare di una cooperazione multilaterale, paritaria, interdipendente e win win, cioè vantaggiosa per tutti? Solo da questa prospettiva l’Ovest destrutturato e dal cuore monetarizzato potrà ridare slancio ai propri ideali, incardinati nei diritti inalienabili dell’uomo, bianco, nero o giallo che sia, strappando definitivamente il “cellophane del colonialismo”.

articolo pubblicato da Elisabetta Esposito Martino su

Affari Internazionali

http://www.affarinternazionali.it/2018/08/brics-occidente-cellophane-colonialismo/

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TRA SBARCHI E NAUFRAGI. ALLA RICERCA DI UN NUOVO SABIR

Recensione – Stefano Saletti & Banda Ikona, “Soundcity – Suoni dalle città di frontiera”. Tra flussi di migranti, ONG, scontri politici e ideologici, Stefano Saletti suona il folk world del Mediterraneo, lasciando correre tra le sue sponde le note armoniche della splendida voce di Barbara Eramo. Gli artisti cantano in Sabir, la lingua del mare, dei porti, dei pescatori, dei marinai, la lingua del dialogo e della comprensione.

CITTÀ DI FRONTIERA

Le note di Stefano Saletti e della Banda Ikona cantano le suggestioni del Mediterraneo, questo Mare Nostrum in cui l’Italia si protende e che, per circa mille anni, ha forgiato popoli e culture attraverso un dialogo costante tra sponde del Nord e del Sud, che consentiva scambi di merci e di idee, avvicinando e assimilando, ma anche diversificando e rispettando. Afflitto da tante guerre, il Mediterraneo, percorso da mercanti e corsari, è però stato sempre un crocevia che ha permesso ai popoli che lo hanno abitato di stemperare le tensioni sociali e le avversità economiche. Questo bacino ha così rappresentato la strada della speranza e del riscatto, di una nuova vita affidata al mare in cui si viaggiava per emigrare, per commerciare, per fare fortuna o per scappare. Questi canti che il gruppo ci propone ci ricordano che il Mediterraneo è fatto di città di frontiera, unite da una rete ideale che legava Lisbona a Istanbul, Marsiglia al Cairo, toccava Jaffa e Sarajevo, Genova e Beirut, Tangeri e Napoli, Barcellona e Alessandria…

Fig. 1 – Il Porto di Catania, dove si svolge il SABIRFEST che ricorda lo spirito della lingua franca parlata un tempo nei porti e sulle imbarcazioni mediterranee. Foto di Elisabetta Esposito Martino

MUSICA E MIGRANTI

Questi luoghi non hanno mai fermato i flussi di migranti, che vanno altrove da sempre, e non li hanno nemmeno generati, perché i problemi sono nascosti oltre i loro confini, e si possono scorgere più in là, non solo nelle zone saharianasaheliana o siriana… ma forse dentro ciascuno di noi. Una realtà poliedrica e multiforme, che purtroppo stiamo diventando avvezzi a semplificare con superficialità, ma che il gruppo di Saletti riesce a cogliere nelle sue molteplici sfaccettature, ricavando un unico flusso musicale che diffonde per il mondo l’eco del dramma di ogni singolo migrante, delle speranze di approdo e di ritorno, delle nostalgie immanenti, dei dolori più devastanti, di amori immensi e preghiere intense. Questi spazi sonori sono il frutto di un’esecuzione raffinata con strumenti a corda e percussione e con tecniche vocali che riecheggiano i tanti stili musicali del Mediterraneo. Questi sentimenti risuonano nei ritmi e nelle melodie che ricordano le suggestioni e i colori del mare, attraverso l’affresco musicale dipinto dalla calda e magnifica voce di Barbara Eramo.

Fig. 2 – Capre al pascolo su un albero in Marocco. Foto di Elisabetta Esposito Martino

LA LINGUA SABIR

Queste canzoni sono cantate in sabir (come si chiama dal 1830 la lingua franca del Mediterranno, detta anche piccolo moresco), la lingua del possibile dialogo, che univa in un unico flusso sonoro il lessico italiano, sovente nella versione genovese o veneziana, con quello spagnolo, catalano, greco, occitano e siciliano, cui si aggiungevano voci arabe e turche. Il sabir, nato forse ai tempi delle crociate, si è diffuso dal XVI secolo, all’epoca della Barberìa, le reggenze ottomane di Algeri, Tripoli e Tunisi, una sorta di repubbliche corsare sviluppate sotto l’egida dell’Impero ottomano. Il sabir usato dai musulmani, dai coloni francesi in Algeria (i futuri Pieds-Noirs), dagli ispanici, dagli ebrei e dai moriscos dei Paesi magrebini era lo strumento di comunicazione tra i cristiani, ma anche tra questi, gli arabi e i turchi. Era la lingua di chi viaggiava e sapeva di poter capire e di essere capito, era il linguaggio delle transazioni commerciali e consentiva le relazioni diplomatiche. Era per questo l’idioma parlato in tutti i porti del Mediterraneo e sulle navi che solcavano questo mare, tra gli equipaggi, senza configurarsi come “lingua della ciurma”, perché non troppo densa di terminologia marinaresca, ma forgiata, invece, sulla vita di ogni giorno, che l’ha resa la lingua pidgin più antica e più longeva di cui si abbia notizia, lingua di comunicazione fra l’Impero ottomano e l’Europa. E in questa lingua ascoltiamo Soundcity – Suoni dalle città di frontiera“, un disco ricco di leggende, miti, storie che vengono narrate insieme alle consuetudini, ai colori e agli odori, che circondano note che inseguono il richiamo del mare.

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Fig. 3 – La band suona il bouzouki, antico strumento musicale che accompagnava i canti in sabir

ALLA RICERCA DI UN NUOVO SABIR

Dopo il 1830 il sabir viene parlato sempre meno, fino a scomparire: ne rimane traccia in alcuni termini navali e nelle canzoni e nelle ballate che hanno dato a questo gruppo l’occasione di creare un folk world mediterraneo che non solo ci incanta, ma ci anche fa sperare in un nuovo sabir, affinché tra le sponde del Mediterraneo si possa ricominciare a parlare una lingua comune, che ….continua a leggere sul Caffé geopolitico

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IL SUMMIT DI SINGAPORE E IL RINASCIMENTO ASIATICO

Si è tenuto il tanto atteso summit tra il Presidente degli Stati Uniti e il leader della Corea del Nord a Singapore. Un vertice storico, preceduto da una serie incredibile e imprevedibile di eventi, che evoca un nuovo rinascimento in Asia….mentre indiscrezioni confermano che fervono, come nulla fosse?, le attività del sito in cui si fabbricano motori per i missili balistici a combustibile solido, componentistiche varie oltre ai veicoli di rientro per testate che potrebbero essere utilizzati su missili a lungo raggio destinati a puntare sugli States…

 

L’ERA DELLA PACE

Il vertice di Singapore si apre all’insegna di una nuova era (Xi Jinping docet), quella della pace, simboleggiata dall’albero, piantato nella zona demilitarizzata a ridosso del 38° parallelo, e innaffiato con l’acqua dei fiumi Han e Taedong, che bagnano la penisola coreana, durante i recenti colloqui di Panmunjom.  Il summit segue immediatamente il G7 del 2018, tenutosi a  Charlevoix, nel quale, dopo la speranza fugace di un riavvicinamento alla Russia, forse si è consumata una rottura irreparabile tra le democrazie occidentali, incapaci di elaborare una linea comune sulla questione commerciale. L’attenzione del mondo si è spostata così in Oriente dove l’incontro tra Kim e Trump, da un lato, appare come un successo del Presidente americano, che ha costretto una dittatura fuori controllo a più miti consigli e che, giocando a questo tavolo dopo aver sparigliato quello del G7, anela ad una vittoria utile per le elezioni di mid-term e forse per passare alla storia. D’altro canto, la grande attenzione mediatica all’evento sembra sancire definitivamente il rinascimento dell’Asia, la cui influenza politica, militare ed economica sta superando i confini geografici tracimando in Medio Oriente, in Africa, in Europa per raggiungere anche il continente americano.

 

LA COREA SIMBOLO DELLA GUERRA FREDDA

La penisola coreana ha rappresentato per metà dello scorso secolo il simbolo della guerra fredda, in quanto, pur costituendo una sola nazione, è stata divisa prima tra i due eserciti vincitori della II guerra mondiale e poi trasformata, dopo una guerra sanguinosa, in due entità statuali separate,  al di là e al di qua del 38° parallelo, secondo quanto fissato dall’armistizio firmato nel 1953 a Panmunjom. Per anni i due Paesi hanno percorso strade diverse, quello a nord, di stampo comunista, sotto l’egida di Cina e Russia, quello a sud, attratto dal capitalismo, sotto l’ombrello americano. Entrambi hanno finito per rappresentare un paradosso nel nuovo millennio, in un contesto geopolitico che si è globalmente frammentato per l’esplosione di regionalismi e particolarismi dopo la fine della guerra fredda. La pace è stata per anni una chimera, a causa del programma nucleare nordcoreano, giustificato come unico possibile baluardo di difesa per un Paese povero, isolato e governato da una feroce dittatura. Una dittatura che ha testato bombe all’idrogeno e missili balistici l’anno scorso, provocando viva inquietudine per la sicurezza sia delle coste giapponesi che di quelle americane.

 

 

LA TRAPPOLA DELLE SANZIONI

La Corea del Nord ha finito così per costituire una costante minaccia per gli Stati Uniti, spingendo Trump a reinserirla, nel 2017, tra gli “Stati canaglia” finanziatori del terrorismo. Il fine ultimo del Presidente americano e delle democrazie occidentali, appoggiate in parte anche dalla Cina, è stato quello di stringere Pyongyang nella morsa delle sanzioni per costringerla al dialogo e ad abbandonare le proprie ambizioni nucleari. La pressione internazionale, che ha colpito sia il popolo nordcoreano che la leadership vicina a Kim, sembra avere infine constretto il Governo di Pyongyang ad accettare gli approcci del Presidente sudcoreano Moon Jae-in, abilissimo stratega che è riuscito ad avvicinare prima nord e sud e poi i due nemici acerrimi, Corea del Nord e Stati Uniti, sventolando la bandiera simbolica della pace, conscio delle enormi opportunità politiche e economiche celate oltre confine.

IL PRIMO PASSO DI PACE A PANMUNJON

Il primo “calumet della pace” si è acceso nel 2018 con un’apertura al dialogo iniziata in occasione dei Olimpiadi invernali di Pyeongchang e poi proseguita con lo storico incontro tra i capi di Stato delle due Coree, tenutosi il 27 aprile scorso nel piccolo villaggio di Panmunjom. Kim Jong-un e Moon Jae-in hanno oltrepassato per la prima volta dal 1953 la linea di demarcazione che separa i loro Paesi e si sono fermati brevemente sul brecciolino che marca il territorio della Corea del Sud, avviandosi poi verso i luoghi scelti per i loro colloqui. Foto, flash, sorrisi e applausi hanno accompagnato l’incontro mentre Kim suggeriva a Moon di fare un passo indietro, in Corea del Nord. Nelle due mani che si stringevano, in diretta sui megaschermi delle principali piazze asiatiche, si sono ricongiunti idealmente i destini di migliaia di famiglie coreane, le cui vite sono state spezzate e divise per sempre, separate da una linea ingiusta come quella guerra che segnò la fine del sistema di alleanzedel secondo conflitto mondiale e l’inizio della guerra fredda.

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USA E CINA

La nuova immagine di una Corea dialogante è stata però offuscata da un susseguirsi inquietante di eventi:  lo sfoggio americano di F22 e B52 durante le esercitazioni “Max Thunder” in Corea del Sud; le esternazioni di John Bolton e Mike Pence, con gli imprudenti riferimenti al “modello libico” e ad un leader (Gheddafi) che, interrotti  i programmi nucleari, era stato travolto da un’insurrezione armata; la lettera, inviata dal Presidente Trump al leader di Pyongyang, in cui si comunicava l’annullamento del summit accompagnato da non troppo celate minacce di guerra nucleare. Alla fine il summit è stato rimesso in agenda con un’altra lettera,  mentre il  Presidente cinese Xi Jinping ha chiamato a rapporto Kim, avvisando poi l’amministrazione Trump. Un segnale per ricordare a tutti che nessuna soluzione potrà essere prospettata senza il placet della Cina, che considera il quadrante nordcoreano appartenente al proprio “cortile di casa“. Gli Stati Uniti hanno risposto con un’altrettanto velata minaccia al principio dell’unica Cina, irrinunciabile per Pechino, aprendo a Taiwan, lo stesso giorno del summit di Singapore, una nuova sede dell’American Institute, cui è stato erogato un finanziamento di  milioni di dollari.

DENUCLEARIZZAZIONE

In questo nuovo Grande Gioco, che spazia dall’Asia orientale verso tutto il mondo globalizzato, Kim ha comunque deciso di smantellare il sito per test nucleari di Punggye-ri. Questo primo passo verso il disarmo atomico viene però interpretato da molti come una pura mossa mediatica, visto lo stato ormai compromesso della struttura dopo i test degli scorsi anni. Sicuramente non sarà facile raggiungere la denuclearizzazione “completa, irreversibile e verificabile” della penisola coreana, avamposto americano in Asia, dove le frequentazioni della VII Flotta stanno procurando non poche inquietudini ad una Cina già coinvolta in forti tensioni commerciali con Washington. La “sicurezza garantita” per la regione dovrà, a fronte di ciò, essere solida e sarà necessario accompagnarla con prospettive di cooperazione economica altrettanto accattivanti, soprattutto per i nordcoreani, e con garanzie convincenti per i due ingombranti vicini, Cina e Russia.

LA SFIDA DEL SUMMIT

Il summit di Singapore rappresenta infatti una sfida che andrà molto al di là della penisola coreana. Lo scontro tra Corea del Nord e Stati Uniti non è che un ulteriore tassello del variegato mosaico del  XXI secolo iniziato con gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, quando sono entrate gradualmente in crisi le strutture di governance globale emerse dopo il secondo conflitto mondiale e la guerra fredda. Tale processo sta spazzando via il sistema internazionale costruito in passato e il  G7 di Charlevoix potrebbe aver segnato la fine di quel consensus che ha accomunato per decenni i Paesi occidentali. Le contraddizioni strutturali si affastellano senza trovare una nuova, ragionevole collocazione mentre vengono ignorate le sfide mondiali imposte dalla globalizzazione, che ha prodotto prossimità e conflitti tra i popoli nei punti più caldi del pianeta.

IL RINASCIMENTO DELL’ASIA

Il “dopo Singapore” ci dirà se…

continua a leggere sul Caffè Geopolitico…

https://www.ilcaffegeopolitico.org/91442/il-summit-di-singapore-e-il-rinascimento-asiatico

 

 

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quarto Editto dei Cento Fiori: la dichiarazione congiunta Usa /Corea del Nord

Per preparare un mondo nuovo, è necessario superare la saggezza assicurata dalle convenzioni, abbandonare i modelli preconfezionati per costruire nuovi percorsi, mentali e reali, come quelli che passano per la testa di due personaggi veramente particolari, ampiamente criticati e denigrati che, tra stranezze, pericoli, minacce, più consone a infanti capricciosi che ad uomini di stato, hanno saputo cogliere un frutto straordinario che profuma intensamente di pace, diffondendo la fragranza di una nuova era di prosperità…

Così sembra si sia aperto il vertice tra Trump e Kim, nella  tranquilla e sicura location prescelta per il  summit , la piccola città stato di Singapore, che si affaccia su uno dei porti più grandi dell’Asia, nel quale spesso trova riparo la VII Flotta, che ha anche strettissimi rapporti con la Cina e non richiede il visto ai nord coreani…un hub economico, un crocevia commerciale e finanziario, un luogo dove i due leader hanno firmato il seguente documento:

DICHIARAZIONE CONGIUNTA DEL PRESIDENTE DONALD J. TRUMP DEGLI STATI UNITI D’AMERICA E DEL PRESIDENTE KIM JONG UN DELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA POPOLARE DI COREA AL SUMMIT DI SINGAPORE.

Il presidente Donald J. Trump degli Stati uniti d’America e del presidente Kim Jong Un della Repubblica democratica popolare di Corea (DPRK) hanno tenuto un primo storico summit a Singapore il 12 giugno 2018.

Il presidente Trump e il presidente Kim Jong Un hanno condotto un complessivo, profondo e sincero scambio di opinioni sulle questioni relative lo stabilimento di nuove relazioni Usa-Dprk e sulla costruzione di un regime di pace robusta e duratura nella Penisola coreana. Il presidente Trump s’è impegnato a fornire garanzie di sicurezza alla Dprk e il presidente Kim Jong Un ha ribadito la sua ferma e incrollabile determinazione per una completa denuclearizzazione della Penisola coreana.

Convinti che stabilire nuove relazioni Usa-Dprk contribuirà alla pace e alla prosperità della Penisola coreana e del mondo e riconoscendo che la costruzione di una reciproca fiducia potrà promuovere la denuclearizzazione della Penisola coreana, il presidente Trump e il presidente Kim Jong Un stabiliscono quanto segue:

1. Gli Stati uniti e la Dprk s’impegnano a stabilire nuove relazioni Usa-Dprk in accordo con il desiderio dei popoli dei due Paesi alla pace e alla prosperità.

2. Gli Stati uniti e la Dprk uniranno i loro sforzi nel costruire un regime di pace duratura e stabile nella Penisola coreana.

3. Ribadendo la Dichiarazione di Panmunjom del 27 aprile 2018, la Dprk s’impegna a lavorare verso una completa denuclearizzazione della Penisola coreana.

4. Gli Stati uniti e la Dprk s’impegnano a recuperare i resti dei prigionieri di guerra, con l’immediato rimpatrio di quelli già identificati.

Avendo preso atto che il summit Usa-Dprk, il primo nella storia, è stato un evento epcoale di grande significato per superare decenni di tensioni e ostilità tra i due Paesi e per l’apertura di un nuovo futuro, il presidente Trump e il presidente Kim Jong Un s’impegnano a realizzare pienamente e rapidamente quanto stipulato in questa dichiarazione. Gli Stati uniti e la Dprk s’impegnano a proseguire i negoziati, guidati dal segretario di Stato Usa Mike Pompeo e i relativi alti funzionari Dprk, alla prima data possibile, per implementare gli esiti del summit Usa-Dprk.

Il presidente Donald J. Trump degli Stati uniti d’America e del presidente Kim Jong Un della Commissione affari di stato della Repubblica democratica popolare di Corea si sono impegnati a cooperare per lo sviluppo delle nuove relazioni Usa-Dprk per la promozione della pace, della prosperità e della sicurezza della Penisola coreana e del mondo”.

(traduzione di   Askanews)

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La Cina tra hi-tech e sharp power

Il governo di Xi Jinping, all’inizio del secondo mandato, è notevolmente rafforzato non solo grazie all’inserimento del “pensiero” del leader nello Statuto del partito Comunista, come accaduto solo per Mao, ma anche per l’emendamento, approvato l’11 marzo 2018, che ha modificato la Costituzione cinese vigente, istituzionalizzando il progressivo accentramento di potere attraverso l’eliminazione del limite dei due mandati introdotto nel 1982, dopo la morte del grande Timoniere. Questo duplice riconoscimento rende molto salda attualmente la linea del capo del PCC, i cui obiettivi erano già stati presentati in un certo qual modo a Davos, nel corso del summit economico del 2014, quando venne prefigurata una Cina forte, protagonista della globalizzazione, in grado di decidere i destini del mondo. A fronte di un superamento del temuto hard landing economico, anzi di una sostanziale tenuta dei livelli di crescita (1), la credibilità della struttura economica cinese e del suo peculiare modello è stata veicolata al mondo attraverso la progettualità delle vie della seta per terra e per mare che, partendo da un lontano e glorioso passato, hanno proposto un tessuto connettivo che non è solo commerciale, ma anche infrastrutturale, che prefigura una rete di collegamento tra tutti i continenti. L’idea, che sembra per certi versi estremamente ambiziosa, ricalca, in fondo, l’incredibile crescita del Paese di Mezzo che, in 40 anni, ha raggiunto traguardi che in Europa sono stati tagliati in 400 anni. (2)
Questi target dovranno essere declinati, come usualmente accade negli stati legati ad una programmazione economica gestita dall’alto, in quattro fasi: la prima è quella contenuta nel XIII piano quinquennale (3), in cui lo sviluppo della Cina troverà la sua solidità nell’utilizzo delle nuove tecnologie per ottenere un sostanziale sdoganamento dalla dipendenza dall’Occidente. La seconda fase terminerà nel 2021, in coincidenza col primo centenario della nascita del partito comunista cinese, quando la Cina si presenterà al mondo come un Paese che ha finalmente superato le diversità tra le regioni, implementando forme di integrazione sempre più radicate e rendendo la crescita sostenibile. La possibilità di delocalizzare il lavoro dovrebbe consentire di implementare le opportunità globali dell’outsourcing on line, creando committenze nei luoghi più remoti della Cina ed anche nel sud del mondo deindustrializzato, che i cinesi stanno collegando nel framework delle vie della seta. In questo contesto saranno riviste le modalità di crescita, abbandonando l’attenzione alla quantità, che ha portato agli endemici problemi di sovrapproduzione, per concentrare la politica economica sulla qualità dei prodotti e suscitare una sorta di boom dei consumi interni fino ad ora abbastanza scarsi. Il modello che si prevede per la terza fase, contenuto nel Piano di sviluppo industriale “Made in China 2025”, prevede la realizzazione dell’industria 4.0, caratterizzata da una forte spinta all’automazione che declinerà in modo nuovo le occupazioni caratterizzate dalle tre D: dull, dirty and dangerous, determinando per tutti i lavori ripetitivi delle catene di montaggio, per quelli pericolosi e sporchi, la possibilità di sostituire agli uomini le macchine. Il target finale dovrebbe trovare realizzazione nel 2049, quando si celebreranno i 100 anni della fondazione della RPC: la Cina avrà compiuto il salto finale palesandosi come potenza economica fondata sul digitale, in grado di governare le nuove tecnologie, raggiungendo quell’armonia che la tradizione cinese considera un obiettivo fondamentale.
La Cina nel nuovo millennio sta infatti ritornando agli antichi splendori toccando picchi, impensabili fino a pochi anni fa, di estrema innovazione nel campo dell’industria dell’informazione e della comunicazione. Il luogo simbolo di questo incredibile quanto repentino progresso è Shenzhen, città situata nel Guangxi, poco più a nord di Hong Kong, che alla fine degli anni ‘70 era solo un piccolo villaggio di pescatori. Il governo cinese, che aveva stabilito di fare di questo borgo un luogo dove delocalizzare la produzione hi-tech delle aziende occidentali, stabilì condizioni fiscali molto favorevoli, in modo da accogliere gli ingentissimi capitali che ben presto si diressero verso quella zona, attratti da un quadro legale poco strutturato, la cui vaghezza permetteva gli esperimenti più innovativi (4). La flessibilità produsse una sorta di big bang informatico da cui nacquero giganti dell’hi-tech quali Tencent, Baidu, Ali Baba, Didi, Huawei, Xiaoni, che fecero di quel territorio la Sinicon Valley, cioè una Silicon valley con caratteristiche cinesi. (5) In questo luogo si produce ora la maggior parte dell’hardware mondiale e si depositano un tal numero di brevetti tecnologici da insidiare il primato americano. La Cina sta diventando così il paese leader del progresso informatico che utilizza con molta disinvoltura i mezzi messi a disposizione dalle innovazioni prodotte dall’intelligenza artificiale, i big data, il cloud computing, l’internet delle cose, che con il 5G consente la trasmissione di dati in tempo reale che, con 1 gigabit in download e 200 megabit in upload, è 1000 volte più veloce del 4G. Si passerà così ad un nuovo concetto di potenza, di velocità e di affidabilità della tecnologia da cui deriverà, tra l’altro, un nuovo utilizzo della robotica ed un uso efficiente ed efficace della distribuzione di energia.
Tutti questi successi nell’innovazione stanno però producendo, giorno dopo giorno, ripercussioni preoccupanti in relazione alle modalità con cui il governo cinese utilizza l’enorme mole di dati raccolta, che l’Human Rights Watch non cessa di stigmatizzare. In realtà la Cina si sta muovendo in questi spazi digitali schermando l’informazione dietro il grande firewall, il “muro di fuoco” informatico che impedisce la libera connessione di 700 milioni di utenti online con il resto del mondo. Un esempio emblematico è costituito dalle famose “3T= Tibet – Taiwan- Tiananmen”: nel momento in cui si digitano questi termini il web, su tutto il territorio cinese, viene come criptato, utilizzando tutta una serie di algoritmi predisposti dalla Commissione di vigilanza del cyberspazio, preposta al controllo degli spazi digitali dalla legge sulla cybersecurity (6). Le norme approvate dal nuovo governo di Xi Jinping sono molto stringenti e non si limitano ad utilizzare tutte le possibilità e le potenzialità delle nuove tecnologie attraverso il web, ma sorvegliano e tracciano anche i movimenti delle singole persone, utilizzando conoscenze biometriche, raccolte di dati, videosorveglianza, monitorando e soffocando ogni forma di dissenso.
In Europa si dibatte senza sosta su questi argomenti, in particolare per l’accumulo dei dati sui cittadini, introducendo e declinando la libertà nel complesso mondo digitale come una nuova tipologia da inserire tra le libertà fondamentali, per le quali non viene solo coinvolta la privacy dei singoli e delle imprese ma tutte le nuove frontiere correlate alle potenzialità offerte dall’informatizzazione, che stanno via via trovando posto nelle Carte fondamentali e nelle pronunce delle Corti costituzionali. Negli Stati Uniti, come in Europa, enorme attenzione si presta a tutte queste problematiche, considerate di straordinaria importanza, con un focus più traslato verso la difesa delle libertà economiche in tutte le sue forme. In Cina, dove una sorta di armonizzazione, almeno per quanto concerne il diritto privato, è ampiamente in corso, da un punto di vista di diritto pubblico traspaiono ancora differenze abissali, forse incolmabili. Questo è il frutto di una tecnocrazia autoritaria che rischia di diventare un modello per molti paesi, soprattutto in Oriente, dove lo Stato di Mezzo ha costituito per secoli lo stato guida ed il modello culturale, esercitando una forma di appeal che Joseph Nye ha definito Sharp Power (7).
L’auspicio è che, lentamente, la millenaria aspirazione all’armonia, col suo forte substrato filosofico, possa scuotere questo sistema molto accentrato, in cui il presidente Xi Jinping si muove coi pieni poteri per il vasto consenso interno e per l’appoggio politico da parte del partito. Certamente le prime ripercussioni deriveranno dal nuovo grande gioco che, sul solco tracciato dal Grande Gioco che caratterizzò nei secoli scorsi i rapporti tra Russia e Regno Unito nell’Asia centrale, si sostanzia nel sogno cinese, attraverso tutta la progettualità messa in campo dal governo cinese, che alcuni hanno paragonato al nuovo piano Marshall, con i suoi faraoinici investimenti infrastrutturali fondati su strategie “win win” tra più di 70 paesi. Questa rete incredibile dovrebbe consentire al Paese del Centro di sostituire il “power vacuum” lasciato da Trump che, prima o poi, dovrebbe impattare sui fondamenti del pensiero occidentale: la democrazia, le libertà ed i diritti dell’uomo e del cittadino. Attualmente sembra però che il mondo stia procedendo utilizzando gli aspetti peggiori del capitalismo coniugati con la faccia più deteriore del comunismo.
L’auspicio è che l’umanità possa fare un passo ulteriore, prendendo quanto di meglio ha elaborato il pensiero occidentale in termini di libertà e tutela dei diritti dell’uomo e del cittadino con le vette più alte del pensiero orientale, fondate sull’armonia raggiunta attraverso il compimento dei propri doveri creando una nuova elica di valori, precipua del DNA umano, che non metta al centro il business e il denaro ma l’essere umano, titolare di diritti inviolabili ma anche di doveri inderogabili.

Elisabetta Esposito Martino

Articolo pubblicato su Mentinfuga il 10/5/2018

https://www.mentinfuga.com/la-cina-tra-hi-tech-e-sharp-power/


note:

(1) Il PIL cinese per il primo trimestre del 2018 è cresciuto oltre ogni attesa (+6,8%), grazie alla forte domanda dei consumatori, al buon andamento dell’export e degli investimenti immobiliari: https://it.reuters.com/article/businessNews/idITKBN1HO0TN-OITBS

(2) “La Cina della Rivoluzione Culturale e la Cina contemporanea ricordano un po’ il Medioevo ed il presente dell’Europa: un occidentale avrebbe dovuto vivere 400 anni per assistere agli stravolgimenti che i cinesi hanno visto in appena quarant’anni”. YU HUA, La Cina in dieci parole, Feltrinelli, Milano, 2012 pag. 10.

(3) Il XIII piano quinquennale per le riforme sociali ed economiche (中国五年计划 Zhōngguó wǔ nián jìhuà) è riferito agli anni 2016-2020 durante i quali si prevede tutta una serie di interventi che si possono reperire sui siti ufficiali cinesi: http://www.chinadaily.com.cn/china/13thfiveyearplan/index.html

Per una valutazione occidentale cfr: https://www.uscc.gov/Research/13th-five-year-plan

(4) Un quadro sui traguardi raggiunti dalla Cina in campo tecnologico, è contenuto un articolo pubblicato sul Caffè Geopolitico, scritto dalla stessa autrice il 22/1/2018: https://www.ilcaffegeopolitico.org/67753/silicon-valley-cinese-le-ambizioni-digitali-di-pechino

(5) Un’interessante intervista sugli argomenti trattati in questo articolo può essere ascoltata su Radio Cusano campus durante la trasmissione del 9/2/2018 “Il Mondo è piccolo” condotta da Daniel Moretti http://www.tag24.it/podcast/elisabetta-esposito-martino-ambizioni-digitali-cina/

(6) Ampi riferimenti alla normativa in questione possono essere trovati nel sito: https://chinacopyrightandmedia.wordpress.com/2016/11/02/cybersecurity-law-of-the-peoples-republic-of-china-third-reading-draft/

(7) L’articolo di JOSEPH S. NYE è stato pubblicato nel gennaio 2018 e può essere letto sul sito: https://www.project-syndicate.org/commentary/china-soft-and-sharp-power-by-joseph-s–nye-2018-01?barrier=accessreg

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sei volata in cielo mamma

“Un dì decisi di guardarmi dentro:
Vidi l’orgoglio… Lo calpestai;
L’alterigia… La scambiai con la semplicità;
La presunzione… La sostituii con la modestia;
Le critiche… Le cedetti ai miei nemici;
Qualche avere… Lo donai agli altri;
L’ostinazione… La trasformai in compiacenza;
L’egoismo… Lo gettai in mare;
Poi risi felice e, sentendomi più leggera, presi in prestito le ali da una farfalla e, volai in cielo.”

E sei volata in cielo mamma, il 7/05/16.

La tua bambina per sempre.

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Terzo Editto dei cento Fiori: Uno strano convoglio ha oggi attraversato Pechino…

Uno strano convoglio ha oggi attraversato Pechino, sceso da un treno che, in un primo momento, ha fatto pensare ad un nuovo pezzo di quella  metropolitana euroasiatica  delle nuove vie della seta, ma che, in realtà, blindato e corazzato, conteneva una delegazione nordcoreana, presieduta dallo stesso leader nord coreano, Kim Jong Un, un  martedì 27 marzo, per noi in occidente martedì Santo. Ad oggi nessuna conferma, ma nemmeno nessuna smentita.

Memore di un’antichissima usanza orientale, quella legata al vassallaggio, prima di vedere il presidente sudcoreano Moon Jae In e il presidente americano Donald Trump, Kim è andato presso le sale del trono del nuovo Imperatore celeste per stringere ancora di più i lacci di un legame millenario, reso più vivido nel XX secolo, quando una Cina ancora povera ma moralmente forte della sua vittoria contro l’Imperialismo occidentale ed i nemici di fuori ed interni, si affacciava sullo scenario internazionale appoggiando un piccolo paese, in fondo ingiustamente diviso da logiche spartitorie neocolonialiste. Ma questa è la storia e la storia la scrivono i vincitori. Oggi da un conflitto nucleare, negli ultimi anni più volte minacciato dal governo della corea del nord, non uscirebbero vincitori, ma solo terribili e imponderabili conseguenze, forse un pianeta disintegrato. Nessuno ai nostri giorni vuole nemmeno pensare a simili catastrofi e nelle logiche di Pechino, purtroppo, la difesa dei popoli oppressi è stata spesso un palcoscenico in cui rappresentare tragedie epocali, disprezzo dei diritti umani e logiche di dominio.

Oggi sul palco di una capitale blindata si rappresenta un nuovo episodio dell’Opera di Pechino in cui il novello sovrano, assegnato per ancora chissà quanti anni sul trono del Drago, deve investire il vassallo, assicurandogli appoggio e sostegno nel bel mezzo di una guerra commerciale, accompagnata da strali nel mar cinese meridionale. Il solo paventare la presenza americana ai confini della RPC forse sta convincendo Xi Jinping ad un’azione multi settoriale, che mantenga l’Impero di Mezzo nel mezzo degli equilibri geopolitici forse da ridefinire, ma non senza la Cina!, e se stesso al centro di un potere tanto più solido quanto suffragato dal benessere di una nuova superpotenza globale, il cui soft power della nuova ricchezza confuciana viene accompagnato, gioco forza, da un sempre meno recondito hard power.

In questo atto dell’opera di Pechino toccherà al  Paese del Calmo mattino fare la sua parte, come la storia, antica  e recente ci ricorda….

e se vuoi ricordare un po’ di cose ascolta qui:

https://auroraborealeorientale.wordpress.com/la-cina-e-il-mondo/quarta-intervista-su-radio-cusano-campus/

https://auroraborealeorientale.wordpress.com/la-cina-e-il-mondo/prima-intervista-a-radio-cusano-campus-2392016/

e per saperne di più rileggi qui:

https://auroraborealeorientale.wordpress.com/crisi-nel-mondo/dalla-corea-alla-corea-la-fine-della-storia-e-la-nascita-della-tragedia/

https://auroraborealeorientale.wordpress.com/la-corea-e-i-fantasmi-del-vietnam/

https://auroraborealeorientale.wordpress.com/2018/01/14/ruolo-della-cina-nella-risoluzione-della-crisi-nord-coreana/

https://auroraborealeorientale.wordpress.com/2016/10/18/cina-e-corea-del-nord-ii-comunismo-business-e-ordigni-nucleari/

https://auroraborealeorientale.wordpress.com/2016/09/05/cina-e-corea-del-nord-dalleta-imperiale-alla-guerra-fredda-prima-parte/

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Silicon Valley alla cinese: le ambizioni digitali di Pechino

Xi Jinping, il cui pensiero è stato posto dal XIX Congresso del Partito Comunista Cinese (PCC) allo stesso livello di quello di Mao, è il nuovo Timoniere che sta guidando Pechino verso la creazione di una Silicon Valley con caratteristiche cinesi che potrebbe, tra il 2025 ed il 2049, rovesciare gli equilibri tecnologici del mondo. Ma la strada per realizzare tale ambizioso obiettivo non appare priva di ostacoli e dilemmi

UNA CINA MODERNA È UNA CINA DIGITALE

Nel passato quinquennio, Xi Jinping ha prestato non poca attenzione alle risorse digitali, all’industria dell’informazione e della comunicazione, e ha incoraggiato una sempre maggiore cooperazione tra le principali imprese tecnologiche cinesi e lo Stato. Il rinnovo del mandato del segretario del PCC accelererà il raggiungimento degli obiettivi prefissati, che vedono nell’intelligenza artificiale una priorità nei piani di sviluppo del Paese, finalizzati a fare della Cina una superpotenza scientifica e tecnologica, intensificando gli investimenti in settori di frontiera come quello delle nanotecnologie, dei big data, del cloud computing e dei «quantum computers», i calcolatori di nuova generazione, basati sui principi della meccanica quantistica, che consentono ai sistemi elettronici di raggiungere livelli di velocità incredibili. La promessa di Xi è quella di aprire sempre di più le porte della Cina alle nuove tecnologie, scommettendo su un’ulteriore crescita dell’economia nei prossimi anni.

LA SILICON VALLEY CON CARATTERISTICHE CINESI

La Cina sta rilanciando una politica di investimenti ad hoc nel lungo periodo per porsi come diretto competitor dei giganti americani con le proprie mega-aziende hi -tech, tra le quali AlibabaBaiduTencentDJ.comDidiHuaweiXiaomi, che stanno forgiando il più grande mercato internauta del mondo con i suoi 700 milioni di utenti online. L’utilizzo della mole di dati che affluisce nei database di queste aziende, che catalogano ogni sorta di movimenti online, costituirà un banco di prova per la nuova amministrazione cinese, che dovrà dare indicazioni precise sui limiti invalicabili della privacy e della libertà dei privati cittadini. Una gestione autoritaria del cyberspazio può infatti produrre forme di sorveglianza preoccupanti ed inquietanti. Lo scorso aprile, durante la Conferenza di Lavoro sulla Cybersecurity e l’Informatizzazione, il Governo cinese ha indicato le strategie e le politiche guida da perseguire sotto la vigilanza di una apposita istituzione, “The Cyberspace Administration of China(CAC)”, incaricata di provvedere alla governance del cyberspazio, il cui cardine è la legge sulla cybersecurity. Le modalità applicative di questo impianto normativo costituiranno una sfida ulteriore per la nuova leadership del Dragone.

LA GOVERNANCE DEL CYBERSPAZIO

Human Rights Watch ha in effetti già stigmatizzato le modalità con cui il Governo cinese  si sta muovendo in questi spazi digitali, nei quali pare oltrepassare i limiti imposti dalla sicurezza, utilizzando in modo spregiudicato algoritmi e conoscenze biometriche multi-modali, con le correlate applicazioni in campo miliare. Così facendo il rischio di reindirizzare i controlli per monitorare e soffocare le forme più o meno esplicite di dissenso, sembra plausibile nella misura in cui la raccolta dei dati sui cittadini, le zone video controllate, la tracciabilità vadano oltre quanto necessario per combattere i traffici illeciti, la malavita ed il terrorismo. Il timore è che la tecnocrazia autoritaria della Cina possa diventare un modello attraente per i Paesi emergenti. Altrettanto controversa appare la nuova grande Muraglia,  il Great Firewall, creato dal Golden Shield Project, come baluardo impalpabile che difficilmente si rapporta con le comunicazioni web ultraveloci, grazie all’utilizzo delle più moderne teorie quantiche, già in parte in funzione. I rischi per il sistema Cina, come oggi è strutturato, non potranno essere trascurati da un’amministrazione accorta e lungimirante.

MADE IN CHINA 2025

Gli obiettivi strategici del gruppo dirigente eletto dal XIX Congresso prevedono un reale cambiamento strutturale, riassunto nelle “quattro R: resilienza, riduzione, ristrutturazione e robot, che dovrà essere portato a compimento entro il 2025, nonostante le contraddizioni quasi inevitabili per una realtà, come quella cinese, in continua trasformazione, caratterizzata da una crescita esponenziale in un contesto di estrema innovazione, che coinvolge tutto il futuro dell’industria secondo il piano Made in China 2025中国制造 (Zhōngguó zhìzào) 2025, per un’industria 4.0 con caratteristiche cinesi. Lo scopo è quello di ottimizzare i dieci principali settori industriali, applicando gli strumenti della tecnologia dell’informazione alla produzione, per contrastare la disomogeneità, aumentando l’efficienza e l’integrazione, e procedere con una crescita più sostenibile, attenta alla qualità e non solo alla quantità, rimodulata a favore dei consumi e dei servizi, con un’attenzione particolare al talento umano. Le innegabili trasformazioni tecnologiche, che hanno permesso alla Cina di primeggiare in molti settori, ad esempio l’alta velocità, risultano però ancora troppo legate all’ingerenza del Partito nell’economia e nella società. Appare quindi sempre più indispensabile procedere sul cammino delle riforme economiche e sociali, che richiedono un ripensamento del ruolo delle imprese statali, al fine di contrastare l’endemica piaga della corruzione e di ridurre la forbice delle diseguaglianze.

 

IL SOGNO CINESE PER IL 2049

La semplificazione amministrativa e la riforma fiscale, che si è tradotta in una riduzione delle imposte stimata in 500 miliardi di RMB (72,7 miliardi di USD) dal maggio 2016 e che ha permesso l’ingresso sul mercato di circa 13 milioni di PMI, soprattutto nei settori trainanti dell’innovazione, devono essere ulteriormente implementate per consentire strategie di sviluppo nuove, che nel Paese di Mezzo determinano effetti più incisivi in quanto in partesvincolate dalla logica del profitto, che condiziona pesantemente l’Occidente, ostaggio di lobby e corporation. L’obiettivo di lungo periodo viene fissato per il centenario della rivoluzione, anno in cui la Cina dovrebbe tornare a rivestire il ruolo di “Paese del Centro”, come accaduto per millenni. Questa leadership non sarà però più circoscritta al lontano Oriente, ma estesa a tutto il pianeta, come annunciato da Xi Jinping a Davos nel 2014 quando, come primo capo di Governo cinese a partecipare ad un Forum economico mondiale, ha rivendicato il ruolo di protagonista della globalizzazione per il Paese di Mezzo, che rappresenta la terza potenza commerciale del globo,  con un volume complessivo di importazioni ed esportazioni pari a 3690 miliardi di USD nel 2016, circa il 50 per cento del commercio mondiale.

 

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