LA BOMBA HONG KONG SULLA STRADA DEL “SOGNO CINESE”

La Repubblica Popolare Cinese (RPC) sta osservando le manifestazioni che si snodano per le strade di Hong Kong, dove si sono incrociate culture e civiltà, common law e civil law, democrazia liberale e socialismo con caratteristiche cinesi e dove oggi tutte le istanze sembrano aggrovigliarsi e riannodarsi, in un insieme indifferenziato che vogliamo provare a dipanare, in attesa di una soluzione che ancora oscilla tra epiloghi drammatici e speranze di una nuova era.

HONG KONG POSTCOLONIALE TRA LIBERTÀ E AUTORITÀ

l ’autonomia è stata concessa a Hong Kong dal 1° luglio 1997 per 50 anni, ed è stata più o meno garantita fino a oggi dal Governo di Pechino, dopo i complicati negoziati con la Corona britannica che portarono all’handover dopo 156 anni di domino colonialedurante i quali i cittadini di Hong Kong non avevano mai goduto pienamente dei diritti politici. La particolare autonomia di cui gode Hong Kong è prevista dalla Carta Costituzionale cinese che ha introdotto le SARs, una sorta di Regioni Amministrative Speciali, nel rispetto del principio “un Paese due sistemi”, in base al quale nella RPC sono presenti due strutture politico-istituzionali: quella socialista e quella capitalista. Per gli abitanti di Hong Kong è prevista infatti una forma di rappresentanza sostanzialmente democratica e multipartitica, tutelata da un sistema giudiziario indipendente, come disciplinato dalla Legge Fondamentale. La “Basic Law” ha assicurato il rispetto delle libertà fondamentali per cui è sempre stato possibile, ad esempio, commemorare il 4 giugno di ogni anno l’eccidio di Tiananmen presso il Victoria Park, nel centro di Hong Kong.

UN PAESE E DUE SISTEMI

Il principio in base al quale in un unico Stato possono convivere due sistemi fu ideato da Deng Xiaoping, che riteneva il Porto dei Profumi non solo un hub finanziario indispensabile cui ancorare la riforma economica, ma anche un modello sociale da studiare perché capace di conciliare un sistema economico libero con la certezza del diritto, unite a un’elevata qualità dei servizi e delle infrastrutture. Questo sistema, d’altro canto, ha permesso a Hong Kong di mantenere intatte le sue peculiarità godendo del maggior grado di apertura al mondo, con un basso livello di tassazione e la quasi totale mancanza di dazi, che ne hanno fatto un centro strategico di accesso ai mercati mondiali. Questa situazione ha subito il primo contraccolpo nel 2014, quando il Comitato permanente della XII Assemblea Popolare nazionale abrogò il sistema elettorale previgente, riducendo il suffragio universale attraverso la limitazione dell’elettorato passivo a una lista ristretta scelta da un Comitato di Designazione.

UNA RIVOLUZIONE COLORATA DI GIALLO

Dal settembre al dicembre 2014 la popolazione scese in piazza, veicolando le richieste di compiuta democrazia e il rispetto dei diritti fondamentali. Come risposta a queste manifestazioni battezzate Rivoluzione degli ombrelli – rigorosamente gialli e aperti, – nel 2015, mentre il Consiglio Legislativo di Hong Kong respingeva la riforma cinese, le successive elezioni, con un sistema farraginoso e diretto dal Governo centrale, assegnarono la vittoria a una candidata gradita al Partito comunista. Il succedersi di fatti inquietanti come la sparizione di alcuni editori e la condanna di alcuni giovani, tra i quali i fondatori del partito ispirato alla democrazia ateniese, Demosisto (di nuovo arrestati in questi giorni e rilasciati su cauzione), ha negli ultimi anni causato tra la gente di Hong Kong sempre maggiori preoccupazioni, esplose in occasione della presentazione di un emendamento alla legge sulle estradizioni. Formalmente non viene contemplata la possibilità di estradare per reati politici, ma sostanzialmente il rischio di un utilizzo distorto della norma, che potrebbe permettere alle autorità della RPC di ottenere il rimpatrio di eventuali dissidenti riparati a Hong Kong, ha innescato la miccia che ha fatto esplodere vivacissime proteste. Le manifestazioni oceaniche che hanno bloccato le attività del Porto dei Profumi e persino l’aeroporto e il Parlamento, accompagnate da disordini e scontri anche molto violenti con le forze dell’ordine e l’intervento dei fiocchi bianchi degli intellettuali, sono debordate in una protesta generalizzata di giovani e meno giovani vestiti di nero e mascherati (per evitare le identificazioni biometriche). Alla fine il Governo di Carrie Lam è stato costretto a ritirare ufficialmente il controverso emendamento sulle estradizioni, ma la tensione resta alta e ora i manifestanti sembrano volere strappare nuove concessioni, incluso il suffragio universale per tutti i cittadini di Hong Kong.

Protesters throw back a tear gas canister fired by police during a rally against a controversial extradition law proposal outside the government headquarters in Hong Kong on June 12, 2019. – Violent clashes broke out in Hong Kong on June 12 as police tried to stop protesters storming the city’s parliament, while tens of thousands of people blocked key arteries in a show of strength against government plans to allow extraditions to China. (Photo by DALE DE LA REY / AFP)DALE DE LA REY/AFP/Getty Images

NAZIONALISMO E INGERENZE OCCIDENTALI

Il Governo cinese si è schierato a supporto del Governo locale e della sua leader, Carrie Lam, per contrastare gli effetti farfalla che ogni scelta su Hong Kong potrebbe produrre all’esterno, in particolare nei rapporti con Macao, Taiwan, Tibet, Xinjiang e Mongolia interna. La leadership di Pechino non ha esitato a dipingere, attraverso i propri mezzi di comunicazione, i giovani manifestanti come dei terroristi che non amano la propria città, né tantomeno la Cina. Queste narrazioni sono finalizzate a “proteggere dalla violenza” la popolazione di Hong Kong, i cui giovani sono in balia dell’Occidente. L’intervento di Trump ha corroborato l’idea di una strumentalizzazione americana delle proteste, a loro volta reinterpretate surrettiziamente sui social: Facebook e Twitter hanno denunciato l’apertura sul territorio della RPC di un numero incredibile di profili fittizi, adoperati per screditare ampiamente le manifestazioni degli ultimi mesi, che non hanno capi riconosciuti e che vengono organizzate tramite Telegram.

LA POLIZIA STA UTILIZZANDO METODI MOLTO VIOLENTI PER REAGIRE AD ALTRETTANTO VIOLENTI ATTACCHI

I FANTASMI DI TIANANMEN

Le dinamiche che si stanno intrecciando a Hong Kong sono complicate. Da un lato il conto alla rovescia per il 2047 riempie gli abitanti del Porto dei Profumi di inquietudini, per il timore di perdere i diritti acquisiti durante la lunga colonizzazione, che ha comunque garantito l’habeas corpus, presidio della libertà individuale contro ogni forma di arbitrio che i cittadini vedono impallidire lentamente, subendo forme di controllo sempre più stringenti. L’ampiezza e la risonanza internazionale delle manifestazioni nella città fanno necessariamente tornare alla mente le proteste di piazza Tiananmen di 30 anni fa e i drammatici esiti che le recenti commemorazioni per la morte di Lì Peng hanno reso ancora più tragici. La presenza dell’esercito ai confini di Hong Kong e i movimenti di truppe notturni, definiti di routine, rappresentano infatti una minaccia sempre più grave che non è stata accompagnata da reazioni internazionali ferme, probabilmente per il sempre più importante ruolo economico svolto nel mondo globalizzato dalla RPC.

LE BATTAGLIE PROSEGUONO SENZA SOSTA

DIRITTI E CICATRICI

D’altro canto il dominio occidentale ha rappresentato, qui come altrove, una cicatrice per i popoli colonizzati, che leggono i fatti attraverso quello che un intellettuale di Singapore, Kishore Mahbubani, ha definito il “cellophane del colonialismo”, che ha avvolto civiltà millenarie, innescando dinamiche di forte rivalsa.  Il successo delle manifestazioni svoltesi per le strade di Hong Kong a favore del Governo della RPC, che ha saputo risorgere dalle umiliazioni patite e che si picca di definirsi “Paese in via di sviluppo”, possono essere lette in questa ottica. A queste considerazioni si aggiunge la rinnovata importanza che l’ideologia confuciana riveste nel nuovo corso inaugurato da Xi Jinping che ha contribuito a sdoganare, dopo la parentesi maoista, il pensiero classico e i suoi pilastri, tra i quali riveste un ruolo fondamentale l’armonia, più volte richiamata dalla vigente costituzione cinese, che molti ritengono minacciata dai disordini che si protraggono ormai da settimane.

IL RUOLO CENTRALE DELLA GREAT BAY AREA

Un ulteriore elemento che complica lo scenario di Hong Kong è rappresentato dall’ambizioso progetto della Great Bay Area (GBA) che, oltre Hong Kong, comprende Shenzhen, Guangzhou e altre nove città, con un’economia del valore stimato di 1.400 miliardi di dollari USA – maggiore dei PIL combinati di Russia, Australia, Messico, Indonesia e Svizzera – nonché una popolazione di 68 milioni di abitanti. La strategia di Pechino ha tratteggiato i confini di questa nuova Silicon Valley, comprendendo in essa Hong Kong, al fine di limitarne progressivamente l’influenza. La GBA, cresciuta vorticosamente, necessita di una forte stabilità, indispensabile per inglobare definitivamente Hong Kong nell’assetto politico ed istituzionale della RPC, per sostenere la guerra dei dazi con gli Stati Uniti e stare al passo col sempre più difficile confronto tecnologico.

UN RINNOVATO “SOGNO CINESE”

Lo scopo che il Dragone si prefigge è quello di raggiungere l’ambizioso obiettivo di divenire la prima potenza mondiale per realizzare il “sogno cinese”, fatto di retaggi storici propri di una civiltà plurimillenaria, ma anche di rivalse politiche, dopo secoli di umiliazioni e di soluzioni sociali indispensabili in un Paese che è passato in pochi anni dall’egualitarismo più rigoroso a una spiccata polarizzazione della ricchezza. Sicuramente questo sogno potrà affascinare con un rinnovato soft power solo nella misura in cui riuscirà a delineare un modello alternativo credibile, in cui i principi che hanno permesso alla Cina di risollevarsi e di riacquistare la propria dignità, radicati in 5mila anni di storia, si coniughino con i diritti fondamentali e le libertà, che le periferie dell’impero hanno conosciuto e che non intendono perdere. D’altro canto i giovani “Hong Kongers” potranno ottenere almeno parte dei risultati sperati se saranno come l’acqua, ma non in riferimento a Bruce Lee, quanto alla millenaria saggezza cinese che può puntare sulla conoscenza fondata sull’intermediazione attraverso il dialogo pacifico, per poter sognare il nuovo “sogno cinese”. La vera sfida è questa. Riuscirà il Governo di Pechino a tener conto di queste istanze e riusciranno i giovani manifestanti a fungere da lievito senza far fermentare tutta la pasta?

Elisabetta Esposito Martino

pubblicato il 4/9/2019 su IL CAFFè GEOPOLITICO: https://www.ilcaffegeopolitico.org/110555/la-bomba-hong-kong-sulla-strada-del-sogno-cinese


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IL RAGNO CINESE TESSE LA SUA TELA DI SETA

Nel nuovo anno le Vie della Seta, ramificate ormai in tutta l’Asia, sono approdate in Europa e in particolare in Italia, dove le discussioni sulla firma del memorandum di adesione da parte del Governo Conte hanno coinvolto esperti noti e improvvisati sinologi. Intanto l’equità e la sostenibilità stanno diventando il target della faraonica progettualità della Belt and Road Initiative (BRI), tra infrastrutture ramificate ovunque, stanziamenti miliardari e mercati in fermento, che devono essere reindirizzati e forse reinterpretati. Una revisione necessaria anche a livello domestico, dove la strategia economica cinese deve fare i conti con gravi disastri ambientali e un ecosistema pesantemente danneggiato. Nonostante ciò, la Cina in fondo ha fatto miracoli negli ultimi decenni e ora ci propone la sua idea di ordine mondiale, cui la BRI fa un po’ da cassa di risonanza.

Questa volontà di potenza, che i dazi di Trump hanno solo scalfito, è infatti sempre più agganciata alle  sfide ambiziose lanciate da Pechino in ambito tecnologico e si traduce anche in un impegno militare quasi sotto tono che però emerge con tutta la sua forza nel Mar Cinese meridionale e lungo le Vie della Seta marittime. Ma i grandi progetti della Cina devono fare i conti con i focolai di rivolta che travolgono Hong Kong, Taiwan e alimentano un nuovo scontro tra blocchi, “anti e pro Beijing”, nuovi don Camillo e Peppone di un mondo cambiato, ma non troppo.

Negli anni ‘20 (o quasi) del nuovo millennio il sistema economico, politico e giuridico con caratteristiche cinesi, che ci troviamo dentro casa è oggi sotto i riflettori del mondo che, nel bene e nel male, ne metteranno in luce la fattibilità, per capire se il sogno cinese è veramente un sogno, in grado di competere con quello americano che, diciamo la verità, non ha ancora perso del tutto il suo fascino, oppure se, in realtà, è solo un incubo da cui risvegliarsi.

articolo Di Elisabetta Esposito Martino  pubblicato sul Caffé Geopolitico il 19 Agosto 2019

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Per comprendere le dinamiche riassunte potete dare uno sguardo al Caffé Geopolitico

Best of 2019 – Gli articoli da ricordare di questa prima parte dell’anno per il Desk Asia  – Prima parte

L’economia cinese: luci e ombre di una strategia

di Isabel Pepe

La Maritime Silk Road e la crisi del Mar Cinese Meridionale: una questione spinosa per il Sud-est asiatico

di Benedetta Mantoan

Le Nuove Vie della Seta: una scommessa per l’Italia

di Elisabetta Esposito Martino

Due mondi: la nuova economia cinese sarà la fine della Pax Americana?

di Federico Zamparelli

Via della Seta: tra dubbi e preoccupazioni Roma firma il memorandum con Pechino

di Rocco Forgione

Alla corte del Dragone: verso il secondo Belt and Road Forum di Pechino

di Elisabetta Esposito Martino

La nuova svolta interna cinese e il credito sociale

di Giuditta Vinai

Huawei entra nella lista nera USA

di Rocco Forgione

Acque malsane: la Cina e il problema dell’inquinamento idrico

di My Ding Hua

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Italia-Cina: le navi dei tesori, il Mediterraneo e l’Europa

Il Memorandum d’intesa tra il governo di Roma e quello di Pechino è stato firmato, e con esso l’Italia, prima tra i Paesi del G7, è ufficialmente nella “Belt and Road Initiative”, la Nuova Via della Seta – seguita a ruota dal Lussemburgo – mentre la Repubblica popolare di Cina, quasi per incanto, è assurta al centro delle discussioni politiche, economiche e strategiche nostrane, anche in vista del Vertice bilaterale Unione europea-Cina in programma a Bruxelles martedì 9 aprile.

Tecnicamente, non è stato firmato un trattato, ma è stata apposta una firma ad uno strumento operativo, volto ad una cooperazione bilaterale, nel contesto di un partenariato strategico globale che riguarderà scienza, tecnologia e innovazione, start-up e agenzie spaziali, televisioni e agenzie di stampa, con una grande attenzione ai beni culturali ed ai siti Unesco, con lo scopo di implementare l’e-commerce, la collaborazione fiscale, sanitaria e le esportazioni di prodotti nostrani, simboli dello stile di vita italiano. Tante le imprese coinvolte (tra cui Eni, Cassa Depositi e Prestiti, Banca Intesa, Ansaldo Energia, Snam, Danieli) con l’intento di creare sinergie ed opportunità.

Una rete terrestre, marittima e anche polare
Gli accordi costituiscono per l’Italia un tentativo di agganciare le opportunità offerte dal faraonico progetto annunciato dal presidente cinese nel 2013, che coinvolge già 70 Paesi, di cui 13 europei, in un grande spazio economico eurasiatico integrato. Questa rete è articolata in sei corridoi terrestri – la Silk Road Economic Belt (Sreb) – che si ramificano dall’Asia fino all’Europa, cui si è aggiunta la Via della Seta polare, lungo tre rotte attraverso l’Artico: un passaggio a nord-est in Russia, uno centrale e uno a nord-ovest che dovrebbe raggiungere il Canada, grazie alla nuova percorribilità resa possibile dal riscaldamento globale. Il 21 aprile 2016, un treno di 41 container, partito da Wuhan il 6 aprile, arrivava alla periferia di Lione, dopo aver percorso 11.500 km: la Nuova Via della Seta è fatta di strade, ferrovie, vie sotterranee di gasdotti ed oleodotti.

A questo fascio di percorsi terrestri fa da corona la XXI Century Maritime Silk Road (Msr), i blue economic passages che dalle coste del Fujian, tra Cina e Taiwan, passano per il Mar cinese meridionale e, attraverso lo Stretto di Malacca, raggiungono l’Oceano Indiano, risalendo il Mar Rosso fino al Canale di Suez per immettersi così nel Mediterraneo e, attraversato l’Adriatico, approdare sulle coste italiane, per agganciarsi alla Via della Seta terrestre. Queste arterie, che tradizionalmente partivano da Yumen, la Porta di Giada, eretta nel 121 a. C., finiscono a Venezia, porta millenaria tra Oriente ed Occidente, che oggi si dilata verso i sistemi portuali di Genova-Savona, sbocco dell’area più industrializzata d’Europa e di Trieste e Monfalcone, rivolti alla Mitteleuropa, che collegano il Mediterraneo al Nord Europa e ai Paesi orientali. A questi si è aggiunto, dopo la visita di Xi, il porto di Palermo, cuore pulsante del Mare Nostrum.

Retaggi storici e nuove epopee
Ma quali rischi e quali speranze possono celarsi dietro tutto questo? La Belt and Road Initiative risponde alla necessità di dare certezza e compattezza al popolo cinese che cerca, come da millenaria tradizione, nel proprio passato gli strumenti per forgiare il futuro. E così il Partito comunista cinese ha ripescato la fitta rete logistico-economico-commerciale rappresentata dalla variegata rete di percorsi, battezzata nel 1877 come Seidenstraße, Via della Seta, dal barone Ferdinand von Richthofen, che oggi tesse una rete di connettività tra passato e futuro, per una nuova visione di globalizzazione.

Sulla scia di questi traffici millenari, che coinvolsero beni, uomini ed idee da epoche remote, l’amministrazione cinese ha ripercorso la propria storia, rievocando le missioni diplomatiche di Zhang Qian, nel II secolo a. C., che avviarono scambi economici, culturali e politici in un’ottica di rafforzamento strategico delle posizioni acquisite dalla dinastia Han, ed anche le gesta di un ammiraglio musulmano, Zheng He. Questo eroe, con un’immane flotta  (le colossali navi dei tesori, imponenti come un’attuale portaerei), si spinse nel 1405 oltre il Mar cinese raggiungendo l’Oceano Indiano, il Golfo Persico e il Mar Rosso (fino a La Mecca) per arrivare sulle coste orientale dell’Africa, tra Somalia e Kenya.  L’epopea finì dopo pochi anni a causa di una politica ottusa che abbandonò ogni pretesa mercantile. Questa abdicazione probabilmente contribuì alla dissoluzione dell’Impero Celeste e alle successive umiliazioni che oggi il Dragone vuole cancellare, proponendo un modello economico diverso, alternativo a quello Occidentale, che possa rendere la Cina un’indiscussa protagonista della globalizzazione, in grado di decidere i destini del mondo e di guidarne l’economia.

l’immane flotta di Zheng He

Equilibri geostrategici e ruolo italiano
Il sogno di dominio dei mari è diventato così parte integrante del sogno cinese ed ha trovato una configurazione giuridica con l’inserimento della Nuova Via della Seta nella Carta costituzionale della Repubblica popolare, con un emendamento del 2018. La fitta rete di relazioni diplomatiche che Pechino sta tessendo è funzionale alla realizzazione delle grandi opere infrastrutturali – finanziate attraverso l’Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib), dotata di un capitale pari a 100 miliardi di dollari americani -, divenute strumento precipuo della politica economica e militare cinese e garanzia della sua sicurezza energetica. Il disegno strategico cinese ha come scopo ultimo quello di accreditarsi, attraverso la gestione a livello globale delle relazioni internazionali, come grande potenza il cui progetto egemonico è indissolubilmente legato alla tenuta del modello del capitalismo comunista con caratteristiche cinesi, finalizzato alla costruzione di una società moderatamente prospera. In questo contesto si inserisce il nostro Paese, che potrebbe trarre dei considerevoli vantaggi dalla crescita dei flussi commerciali in un contesto aperto, inclusivo e bilanciato, ma che, d’altro canto, difficilmente riesce a smarcarsi da una politica frammentata, incoerente e instabile, forse segnata anche da grosse ingenuità per la pesante ombra dell’asimmetria dei rapporti con la Cina.

L’epilogo europeo del viaggio del presidente Xi Jinping, le polemiche col governo francese e con quello tedesco, ci richiamano comunque alla nuova centralità del Mediterraneo, da molti evocata, e ad una rivisitazione delle istituzioni europee. L’Unione europea, per assurgere ad un nuovo, determinante ruolo deve perciò fare un ulteriore, grande “sforzo creativo” che attinga all’idea elaborata dai padri fondatori, un’Europa di popoli e non di governi e di finanza, terra di pace, sicurezza, inclusività e stabilità, che sappia ridare nuova spinta a quel motore dello sviluppo che l’antica progettualità della Via della Seta sta avviando e che l’Italia della Cappella Palatina, delle ancora modernissime Constitutiones Melphitanae, può degnamente alimentare.

Pubblicato il 7 Apr 2019 – Elisabetta Esposito Martino su Affari Internazionali

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SULLE TRACCE DELLA LIBERTA’

L’evento si è svolto in collaborazione con :

logo

http://unipd-centrodirittiumani.it/it/news/Festival-Eventone4-regimi-e-liberta-negate-Padova-30-maggio-2-giugnio-2019/4918

EVENT-ONE 2019

Giunto alla sua quarta edizione, il festival de “L’Osteria Volante” è un evento che si snoda tra dibattiti, cinema, teatro, musica e il nostro Breakfast news,  in perfetto stile Osteria Volante: gratis, per il bene comune… rum e formaggio compresi!

Eventone4, in particolare, è dedicato al tema dei regimi autoritari esistenti o emergenti nel mondo, con uno sguardo sui diritti civili e politici negati o sistematicamente violati.

La programmazione fa parte del Festival per lo Sviluppo Sostenibile (promosso da ASVIS) con focus su #SDG16“Pace, Giustizia e Istituzioni solide”.

Nel contesto attuale, quando anche in Europa la democrazia e il rispetto delle libertà personali sembrano essere in pericolo, diventa urgente comprendere quale sia la situazione dei diritti civili e politici nel mondo, soprattutto in quei Paesi ove già vigono ovvero sembrano emergere Regimi autoritari, al fine di acquisire consapevolezza di quali siano i rischi per le libertà individuali e le possibili evoluzioni future. In particolare, tratteremo dei Paesi del Far Est, dei regimi africani, ma anche l’est Europa

Giovedì 30 maggio 2019 alle h. 18.00 presso il Centro Universitario, Via Zabarella, 82 si parla di Asia 

Conferenza di Elisabetta Esposito Martino (Sinologa e costituzionalista) su “I Diritti umani in Cina” e dialogo dedicato ai luoghi dell’Asia dove i diritti civili e politici vengono negati o sistematicamente violati, nell’ambito di EventOne4, parte del Festival per lo Sviluppo sostenibile.

Con il patrocinio del Centro Diritti Umani dell’Ateneo di Padova, di UNESCO Chair “Human Rights, Democracy and Peace” e del Comune di Padova.

Evento finanziato dall’Università di Padova in collaborazione con Festival per lo Sviluppo Sostenibile ASviS – Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (focus Goal 16:“Pace, Giustizia e Istituzioni solide”).

http://unipd-centrodirittiumani.it/it/news/Festival-Eventone4-regimi-e-liberta-negate-Padova-30-maggio-2-giugnio-2019/4918

da remoto, collegato con Skype, partecipa Simone Pelizza (storico) de “Il Caffè Geopolitico”.

Proveremo a raccontarvi di un mondo molto lontano e molto diverso, che ora é improvvisamente vicino e col quale dobbiamo fare i conti… Cercheremo quindi di focalizzare i sentieri percorsi cercando di trovare nuove strade che ci permettano di incontrarci per camminare insieme per realizzare un nuovo sviluppo fatto di collaborazione in un mondo pacificato… Una chimera? Non lo so, ma noi lavoriamo per realizzare i sogni più arditi…

L’incontro è stato arricchito da intermezzi di recitazione di poesie e frammenti di vari Autori: quando il regime uccide i suoi stessi cittadini. Con Daniele Nigris, Professore Associato di Sociologia dell’Università di Padova presso Centro Universitario di via Zabarella.

Genocidi; nel tempo, nei continenti.
Iniziamo dall’Armenia.
Lettura tratta da “La Masseria delle allodole”, A. Arslan
Recitata da Daniele Nigris

https://www.facebook.com/events/398276967690292/permalink/405048250346497/

Genocidio; nel tempo, nello spazio.
Europa, genocidio degli ebrei.
“Erbe amare”, di Marga Minco. 
Recitato da Daniele Nigris.

Genocidi; nel tempo, nei continenti.
Cambogia, dopo il regime di Pol Pot.
“Fantasmi”, di T. Terzani.
Recitato da D. Nigris.

https://ilbolive.unipd.it/it/event/eventone-regimi-liberta-negate

Padova oggi: https://www.padovaoggi.it/eventi/festival-eventone-padova-30-maggio-2-giugno-2019.html

h. 20.45 – dove: Palazzo Liviano, Sala dei Giganti, Corte Arco Valaresso 7

Vecchio Continente | Cosa: Concerto* da camera con brani tratti da opere collegate ai Paesi trattati nel Festival, con: Cristina Nadal, violoncello e canto; Igor Cognolato, pianoforte; Xhoan Shkreli, violino. In collaborazione con Centro d’arte degli Studenti dell’Università di Padova. * Gratuito per studenti dell’Universuità di Padova (euro 5 prezzo intero).

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ALLA CORTE DEL DRAGONE: IL SECONDO BELT AND ROAD FORUM DI PECHINO

Il secondo Belt and Road Forum ha permesso a un gran numero di capi di Stato e di Governo di confrontarsi con questo grandioso progetto, all’indomani del Forum di Boao e di un’intensa attività diplomatica tra i Paesi asiatici. Riusciranno le Nuove Vie della Seta a creare mercati e infrastrutture per uno sviluppo economico diffuso e condiviso o rappresentano solo un tentativo di Pechino di modificare gli equilibri geopolitici mondiali a proprio vantaggio? Dopo la firma del memorandum con Pechino, quale ruolo rivestirà l’Italia nell’iniziativa? E l’Europa?

IL FORUM DI BOAO

Dopo il secondo Belt and Road Forum, ospitato a Pechino dal 25 al 27 aprile 2019, cerchiamo di analizzare il contesto in cui si inserisce la nuova progettualità chiamata, in cinese, Yīdài yīlù一 带 一 路, una cintura, una via, frutto degli sforzi di un Paese non più emergente, ma ormai in corsa per scalzare gli Stati Uniti dalla posizione di prima potenza mondiale, ruolo che l’Impero Celeste ha rivestito per molti secoli nel passato. Il forum si è aperto poco dopo la conferenza annuale del Boao Forum for Asia(BFA), svoltosi ad Haikou, nella provincia di Hainan, al quale, per l’Italia, ha partecipato il Ministro delle Finanze Giovanni Tria, e in cui si è discusso di Futuro Condiviso, Azione Concertata e Sviluppo Comune. Il premier cinese Li Keqiang, sottolineando la speranza di una decisiva ripresa economica per il 2019, ha esaminato i molteplici problemi legati alle politiche monetarie, alla volatilità dei mercati, al ritorno del protezionismo, sottolineando l’importanza del Progetto BRI, in linea con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile, in un’ottica sinergica per un miglioramento della qualità della vita dei popoli di tutto il mondo.

LA RICETTA ASIATICA
L’incremento del commercio globale multilaterale viene veicolato come fondamentale anche dall’India e dall’ASEAN+3, che riunisce dieci Paesi del Sud-est asiatico (Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Singapore, Sultanato del Brunei, Thailandia e Vietnam) e le prime tre economie del Continente (Cina, Giappone e Corea del Sud). Certamente un’azione politica coordinata tra questi Paesi dovrebbe facilitare uno sviluppo tecnologicamente avanzato, al fine di proporre una nuova “ricetta asiatica”. In questa ottica il Boao Forum, creato nel 2001, cerca di avviare colloqui tra i Governi, le Istituzioni e le imprese e mira ad affrontare i problemi più pressanti per dare contestualmente una spinta verso l’innovazione, la sostenibilità e l’inclusività. La crescente vivacità dei Paesi asiatici traspare dai diversi accordi commerciali trans-regionali che oltrepassano il continente per coinvolgere gli Stati che si affacciano sul Pacifico, in un’ottica non solo meramente economica, ma attenta alle strategie geopolitiche.

STRATEGIE AMERICANE E RISPOSTE CINESI


Nonostante la decisione dell’Amministrazione Trump, nel gennaio del 2017, di abbandonare il Partenariato Trans-Pacifico (Trans-Pacific Partnership, TPP) l’accordo è rimasto vigente. Questi 11 Stati (Canada, Australia, Brunei, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam), che erano stati coinvolti dagli Stati Uniti in una strategia multilaterale, finalizzata a mantenere la supremazia americana nella governance globale, frenando le pretese geoeconomiche e geopolitiche della Cina, hanno sottoscritto il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP) nel marzo 2018, che ha garantito in poco più di 2 anni un aumento del 2% del PIL dei Paesi coinvolti. Il tentativo di emarginare la Cina, ma soprattutto l’intento di superare le criticità legate al cosiddetto noodle bowl, per il proliferare di accordi bilaterali che avevano in qualche modo frenato la crescita del commercio regionale, ha prodotto, sin dal summit dell’ASEAN a Bali nel novembre 2011, una fervida attività diplomatica, spesso grazie all’impulso di Pechino. Sin d’allora si è cominciato a lavorare per costruire un sistema regionale multilaterale che ha portato all’Accordo che coinvolge i Paesi ASEAN (Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Filippine, Singapore, Thailandia, Vietnam), la Cina, il Giappone, la Corea del Sud, l’India, l’Australia e la Nuova Zelanda in un Partenariato Economico Globale Regionale (RCEP, Regional Comprehensive Economic Partnership). La conseguente regolamentazione degli scambi e dei servizi, degli investimenti esteri, della proprietà intellettuale e dell’e-commerce dovrebbe determinare, secondo i dati ICE, un impatto pari a 286 miliardi di dollari USA.

BRI E BENE PUBBLICO


Lo scopo di una simile attività multilaterale è volto a rendere i diversi ecosistemi aperti, equi, trasparenti e prevedibili, e quindi a realizzare “una comunità dal destino condiviso”, come dicono i cinesi. Lo strumento che la Cina intende utilizzare a questo scopo è la Belt & Road Initiative (BRI), considerata un vero e proprio “bene pubblico”, in un contesto di relazioni internazionali completamente nuove, che coinvolge 124 Paesi e 29 organizzazioni internazionali. In questa faraonica progettualità, avviata dall’Amministrazione cinese nel 2013, si cela la grande sfida all’egemonia statunitense, che si traduce nella volontà di implementare il piano “Made in China 2025” e di ottenere il predominio digitale, per il quale la Cina ha messo a bilancio una cifra che sfiora i 1.200 miliardi di dollari entro il 2035. Trump, d’altro canto, scatenando la guerra dei dazi ha cercato di “contenere” l’espansione cinese ed il nuovo modello di globalizzazione proposto con le vie della seta, che può minare alle fondamenta il predominio geopolitico americano.

IL RUOLO DELL’EUROPA
In questo scontro tra Washington e Pechino emerge la necessità che anche l’Europa riveda il proprio ruolo nello scacchiere mondiale. Di fronte a quella che è stata definita la pervasività della penetrazione economica cinese ed in esito alle visite nel vecchio continente del Presidente cinese e all’adesione alla BRI di Italia e Lussemburgo, emerge l’urgenza di un approccio sistematico e condiviso da parte degli Stati UE, indispensabile per rendere effettive e imprescindibili il diritto e le regole del mercato multilaterale e del libero commercio. Il vertice UE-Cina svoltosi il 9 aprile a Bruxelles, che, tra l’altro, ha avviato una collaborazione che consentirà i collegamenti tra le vie della seta e le reti europee di infrastrutture sia fisiche che informatiche, ha messo in luce l’asimmetria dei rapporti tra i più o meno piccoli Paesi Europei e la Cina. Questo approcci, perché abbiano un peso a livello internazionale, postulano un ruolo pregnante dell’Unione Europea, capace di evitare la frammentazione e di allontanare lo spettro di un ritorno ad un’Europa divisa, destinata ad indebolirsi a livello internazionale, sprofondando nel ruolo di provincia di nuovi Imperi.

LA POSIZIONE ITALIANA
Sulla base di questi presupposti, il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte si recherà al Belt & Road Forum per dare un apporto al progetto e iniziare a rendere operativa la firma del Memorandum of Understanding e dei protocolli di intesa. Lo scopo al quale mira è aumentare l’interscambio che già colloca l’Italia al quarto posto tra i Paesi europei per volume di traffici con la RPC, con un incremento delle importazioni ed un aumento dell’interscambio (ma anche del deficit commerciale) e dell’export pari a 13,2 MLD di Euro nel 2018 (secondo i dati Eurostat ). Una particolare sensibilità per il progetto delle vie della seta era già era stata manifestata dal Premier Gentiloni nel 2017, in occasione del primo B&R Forum, al quale però non era stato dato un riscontro effettivo. L’azione del nuovo Governo sembrerebbe avviata verso una maggiore concretezza, non scevra da molti timori, legati soprattutto ai problemi della mancata crescita italiana che da un lato potrebbe giovarsi dei finanziamenti offerti dalla controparte cinese ma, dall’altro, potrebbe rischiare di perdere il controllo di infrastrutture strategiche, come è stato ipotizzato, tra gli altri, dall’amministrazione americana. D’altro canto l’Italia ha rappresentato per secoli l’approdo, ma anche il crocevia di questa rete di strade, rotte, percorsi su cui, per secoli, è transitata la seta, le giade, i lapislazzuli, il tè, le spezie… insieme a uomini, idee, credi religiosi, conoscenze e scoperte. La sfida è oggi rinnovata affinché nella progettualità faraonica delle nuove Vie della Seta non si configurino pretese egemoniche dell’uno o dell’altro ma si realizzi realmente un progresso per tutti, che avvicini i popoli e le culture, portando comprensione e pace al fine di creare un mondo migliore. In questa prospettiva l’Italia, come Stato fondatore dell’UE, può dare sicuramente un grande contributo e giocare anche la carta di una salda ripresa economica.

ARTICOLO SCRITTO DA Elisabetta Esposito Martino IL 16 APRILE 2019 SUL

CAFFè GEOPOLITICO
https://www.ilcaffegeopolitico.org/105893/alla-corte-del-dragone-verso-il-secondo-belt-and-road-forum-di-pechino

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Notre Drame

NOTRE DAME BRUCIA

Notre Dame fino a Lunedì 15 aprile 2019 quando un terribile rogo ha fatto crollare la guglia ed ha distrutto il tetto, la foresta di legno antico di 800 anni del sottotetto e tante opere artistiche all’interno

LE VETRATE MIRACOLOSAMENTE SALVE
gli interni di Notre Dame
Una cattedrale che si eleva fino al cielo…
Pregare e ricordare la storia di Francia e dell’Europa…
non è più primavera a Parigi…
L’ACRE SAPORE DI BRUCIATO…
UN’ELEGANZA DA RICOSTRUIRE
la Senna guarda attonita mentre abbraccia l’ile
Il cuore di Parigi
Adieu
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LE NUOVE VIE DELLA SETA: UNA SCOMMESSA PER L’ITALIA

In breve

  • Il progetto cinese della nuova Via della Seta si spinge fino all’Europa e riguarda direttamente anche l’Italia
  • Uno dei sei percorsi che si spingono verso Occidente approdano nel Mediterraneo coinvolgendo i principali porti italiani
  • Il Governo di Roma sta guardando sempre più a Oriente nell’ottica di aumentare gli scambi commerciali e gli investimenti con Pechino

Le vie della seta del XXI secolo

One Belt, One Road” (OBOR) oppure “Belt and Road Initiative” (BRI), in cinese 一 带 一 路Yīdài yīlùuna cintura, una via,  sono gli acronimi con cui viene indicato un piano epocale, per un controvalore di mille miliardi di dollari (circa sette volte il piano Marshall), che riecheggia le antiche Vie della Seta, un grande spazio fisico non solo per lo scambio di merci, ma per la costruzione di modernissime infrastrutture, anche nelle terre più desolate, per creare lavoro, ricchezza, progresso e scambi culturali, in un’ottica di equità. Queste nuove Vie della Seta  si ramificano in sei corridoi che corrono per l’Asia e arrivano fino al cuore dell’Europa e si spingeranno, nel 2019, molto più a Nord, fino alla penisola artica di Yamal, 600 km oltre il Circolo Polare Artico, su quella che viene chiamata la Via della Seta Polare. Alle vie di terra si aggiungono poi i “blue economic passages” per la cooperazione marittima, un partenariato bluper lo sviluppo sostenibile, che si dirige verso l’Oceano Indiano, collegandosi con l’Africa, nella quale il Governo cinese sta espandendo la propria influenza, con i recenti stanziamenti per oltre 60 miliardi di dollari. Il percorso marittimo, risalito il Mar Rosso, entra nel Mediterraneodove approda in Italia per ricollegarsi ai corridoi terrestri.

Obiettivi e criticità

L’ampiezza di questa progettualità sta però suscitando timori e sospetti in molti Stati, sia per l’asimmetria dei rapporti, che ha spinto diversi Paesi a recedere dagli accordi, sia per l’assertività della Cina sui mari, che traspare sotto la copertura dei blue economic passages. I rischi economici ventilati ricordano gli ammonimenti presenti nel VI e nel XII libro della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio (I sec. d. C.), per limitare il commercio della seta, che aveva causato un disavanzo nelle casse dell’erario romano che ammontava a circa 100 milioni di Sesterzi! D’altro canto, nel discorso di Capodanno, il Presidente Xi Jinping ha assicurato un sempre maggiore impegno finanziario nel progetto, che ha determinato una crescita dei flussi commerciali straordinaria. Questa connettività rende il piano il più imponente del secolo, assurto a dignità costituzionale con l’inserimento nell’emendamento dell’11 marzo 2018 alla Carta Costituzionale della RPC, vigente del 1982. L’obiettivo che il Dragone si prefigge è quello di creare mercati e sviluppo economico per dare sbocchi alle industrie cinesi, attraverso un’ulteriore apertura che le consentirà di “spalancare” le porte al mondo ed assicurare quella stabilità indispensabile per l’ascesa verso il primato globale. Un Paese non più emergente, ma emerso alla luce della continuità imperiale sinocentrica.

Fig. 2 – Luigi Di Maio, Matteo Salvini e Giuseppe Conte: i tre personaggi chiave dell’attuale Governo italiano che in varie occasioni a Venezia hannomanifestato idee diverse e spesso contrastanti sulla partecipazione alla Belt and Road Initiative cinese

L’impatto geopolitico italiano

Le nuove Vie della Seta rappresentano per l’Italia una grande opportunità che consentirebbe allo Stivale di dare un notevole contributo alla creazione di un mondo globale multipolare. La collocazione geografica rende inoltre molto appetibili, nell’ottica BRI, i principali porti italiani, al centro del Mediterraneo, complementari ad Haifa, Ambarli (Turchia) ed anche al Pireo, ormai acquisito, per il 51%, da parte cinese dal 2016. Nel 2019, mentre il nuovo sistema portuale Genova – Savona si appresta a fungere da raccordo con il Nord Europa, Trieste da cerniera con i Paesi dell’Est, Venezia continua a rappresentare la naturale porta dell’Europa verso Oriente, con un porto, antico di 1200 anni, collegato ad una rete ferroviaria sviluppata e moderna e un hub imprenditoriale, presente nel territorio circostante, in grado di interfacciarsi con la controparte cinese per un interscambio complementare e proficuo per entrambi. A fronte della riluttanza dell’Unione Europea a manifestare una qualche progettualità coordinata, l’Italia, che offre competenze distintive in diversi settori, dovrà però rapportarsi con un Governo come quello di Pechino che, avvezzo ai Piani quinquennali, alle vision decennali e a progettazioni che arrivano al 1949 (per il centenario della fondazione della RPC), si aspetta da Roma coordinamentocostanza e continuità. Il Governo italiano, che guarda con molta attenzione al ritorno di questa potenza geoculturale che ha saputo cavalcare le dinamiche della globalizzazione con estrema rapidità, sarà in grado di …..CONTINUA A LEGGERE SUL CAFFé GEOPOLITICO

SCRITTO DA Elisabetta Esposito Martino PUBBLICATO SUL CAFFé GEOPOLITICO IL 4 FEBBRAIO 2018 NEL GIRO DEL MONDO IN 30 CAFFÈ – 2019

troverete la “fotografia” del Caffé per il 2019.

Il nostro Giro del Mondo: quale ruolo per l’Italia nel 2019?

Il Giro del Mondo 2019
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Auguri per il Nuovo Anno Cinese! 马上就要到春节了啊!

In questa vigilia (除夕 Chúxī) auguriamo a tutti gli amici cinesi un buon anno del maiale!

Pace e prosperità


年年有余!!!!



猪年,春节到,春节到,春节到了真热闹;鞭炮响,焰火亮,孩子脸上露微笑;庆团圆,送祝福,好运福运皆来到。祝你新年快乐,日子一天更比一天好!

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UN IMPEGNO PER I DIRITTI UMANI – Paesi Edizioni ed Il Caffé Geopolitico presentano il terzo numero di BABILON

Siamo nella sofisticata location del Macro, il Museo d’arte Contemporanea di Via Nizza a Roma , un piccolo esempio romano di Archeologia industriale, diventato un importante punto di riferimento non solo dell’arte ma della cultura che dalla capitale si irradiano verso ogni angolo del mondo. Vaghiamo negli spazi di incontro tra eventi, performances, laboratori, installazioni, fino all’affollata Sala Lettura del primo piano in cui la casa editrice Paesi Edizioni  ed il Caffè Geopolitico presentano il  terzo numero di Babilon, il primo periodico trimestrale di geopolitica, in italiano ed in inglese,  che descrive gli scenari internazionali e indaga le dinamiche politiche ed economiche cercando di scorgere nelle relazioni diplomatiche intessute dagli stati, nella trama della sicurezza e nell’ordito dell’intelligence, la geopolitica del nuovo mondo globalizzato, di cui Oltrefrontiera News ed il Caffè Geopolitico danno resoconti quotidiani accompagnati da analisi e studi.

 I protagonisti dell’Incontro, Luciano Tirinnanzi (Panorama – fondatore con Rocco Bellantone di Paesi Edizioni), Lorenzo Cremonesi (Corriere della Sera), Valerio Mazzoni (Il Caffè Geopolitico) e  Marco Cochi (africanista e scrittore) descrivono, ad un pubblico attento, il focus del terzo numero della rivista, il futuro dell’ARABIA SAUDITA e del Medio oriente. I riflettori geopolitici sono puntati su Mohammed bin Salman, e su molti altri personaggi, per intercettare vicende, luoghi, storia, economia.

 Si parte dal brutale assassinio di Jamal Khashoggi, il reporter saudita scomparso nel consolato di Istanbul, che in qualche modo ha rivelato il vero volto di MBS, la cui successione al padre non è più così scontata, per continuare con un dibattito interessante e avvincente, da cui ricavare lezioni passate e proiezioni future.

Questa discussione apre però molte pagine, alcune chiare e limpide, altre buie, altre ancora preoccupanti, forse dilanianti…a questo punto, dalle pagine di questo blog, racconto con pochi tratti e qualche pennellata di un Paese, l’Arabia Saudita, che scuote le nostre coscienze e le nostre menti europee che hanno raggiunto obiettivi e riscosso risultati, per quanto concerne libertà e diritti umani, che comunque tanto scontati non sono più…una breve analisi per ricordare qualche anteffato, analizzare qualche fatto ed interrogarci sul futuro che si prefigura ….

Il re Salman, la cui dinastia ha dato il nome al Paese, ha voluto, dal giorno dell’incoronazione nel 2015, il figlio Mohammed bin Salman (che chiameremo MBS) al proprio fianco, sostituendo Nayef, considerato un falco dell’antiterrorismo, fautore di una politica che potremmo schematicamente definire vicina a quella di Obama. Questa sostituzione ha costituito l’ultimo epilogo di una lotta interna alla famiglia reale di cui il New York Times ha dato ampio riscontro nel 2016, e che ricorda la scelta obbligata di re Saud a favore del fratello, mezzo secolo fa.

 La successione al trono di questa immensa famiglia, i cui componenti si moltiplicano grazie al gran numero di mogli, si snoda per linee orizzontali, per cui già sei figli di re Saud hanno regnato passandosi il potere di fratello in fratello e garantendo così ad ogni ramo dell’albero geneologico delle aspettative per il trono. Alla morte del sesto re saudita ‘Abd Allah nel 2015, in linea con questo sistema, è salito al trono il fratello, Re Salman e l’altro  fratello, Muqrin, è divenuto il principe ereditario, poco dopo sostituito da Mohammed Bin Nayef , la terza generazione di regnanti, nipoti del fondatore su una linea di successione orizzontale rispetto al re Salman. Mohammed bin Salman bin Abdulaziz al Saud, in breve, MbS, designato nel 2017 al posto di Nayef, è stato il primo ad inaugurare una successione verticale, che va ad impattare contro il grande potere dei fratelli e cugini del re, che hanno in mano molte leve dell’economia e mantengono stretti legami con le potenze europee.

Il principe ereditario saudita, che non ha studiato negli Stati Uniti, era entrato in politica nel 2009 come special advisor cioè governatore di Riad, per ricoprire nel 2015 il ruolo di Ministro della Difesa e segretario generale della Corte. Uno dei primi atti del suo ministero è stato la dichiarazione di guerra ai ribelli Houthi dello Yemen: questo conflitto, che sembrava dover risolversi in pochi giorni, è diventato un pantano agonizzante, fatto di sangue, di fame e di errori strategici e, per la sua complessità, è di difficile soluzione in quanto ha tutte le caratteristiche di una guerra interposta tra Iran e Arabia Saudita, tra sciti e sunniti, con tutte le temibili conseguenze per la regione.  

Nonostante questi problemi in politica estera, MBS ha elaborato un piano per la modernizzazione dell’Arabia Saudita, “Vision 2030”, con il correlato programma di implementazione, il National Transformation Programme (NTP) 2020, presentato nell’aprile 2016, col quale si cerca, preso atto dell’insostenibilità della dipendenza economica dal petrolio, di progettare una politica nuova, per molti versi una rottura con la tradizione, invisa dai gruppi di potere e soprattutto dall’integralismo wahhabita, che rende necessaria un’enorme spesa per la sicurezza ed una costante attenzione per i militari e gli armamenti, attualmente saldamente nelle mani di MBS.

MBS ha pigiato sull’acceleratore per un radicale cambiamento del modello politico del Regno, che comporta ripercussioni sia economiche che sociali e postula un ridimensionamento della polizia religiosa e la messa al bando dei clerici estremisti. Queste riforme vengono portate avanti con metodi autoritari, un classico esempio di “caveats”, come dimostrato con l’eliminazione del divieto di guida per le donne, preceduto da retate finalizzate ad imprigionare i leader religiosi che avrebbero potuto opporsi alla nuova legislazione che, lentamente, sta eliminando i divieti per l’ingresso delle donne negli stadi, nell’esercito e persino nella politica, come accaduto dopo le elezioni amministrative del 2015.

 Le riforme stanno poi attenuando anche la guardian ship law,  il controllo esercitato sulle donne, dalla nascita fino alla morte, da un uomo, che funge da tutore (il padre, il marito o il fratello, o addirittura i figli maschi). Human Rights Watch ha pubblicato un report: “Boxed In: Women and Saudi Arabia’s Male Guardianship”, in cui sono evidenziate le barriere che impediscono alle donne saudite di vivere liberamente e che hanno determinato il posizionamento dell’Arabia Saudita al 138° posto su 144 per quanto riguarda l’indice delle pari opportunità, realizzato dal World Economic forum nel 2017. Per ovviare a questa realtà, che pesanti riflessi provoca non solo da un punto di vista sociale ma soprattutto economico, si sta delineando da parte di MBS anche un’apertura sul codice di abbigliamento. In realtà non si tratta di una primavera araba…dei diritti femminili, ma scelte funzionali a favorire il business in un’ottica di lungo respiro in cui le donne rappresentano un’opportunità di crescita della regione.

L’elemento centrale della politica saudita è costituito dai tagli alla troppo elevata spesa pubblica, con l’obiettivo di spezzare il circolo vizioso di un’economia unidimensionale che funge da erogatrice improduttiva di rendite, col  sostegno dei rappresentanti del potere economico, i quali, a fronte del calo del prezzo del petrolio verificatosi a partire dal 2015, ed al conseguente deficit di bilancio, appianato in parte utilizzando le ingenti riserve di valuta estera e con l’emissione di titoli di stato, hanno puntato sulla diversificazione. La mancanza di tessuto industriale e commerciale, richiede un giro di boa dell’economia attraverso un ambizioso piano di investimenti, per aumentare le aree coltivabili e la produzione dei pochi beni che la penisola possiede, tra cui il frumento, la carne di pollo e i datteri (unico bene di cui il Paese è produttore ed esportatore mondiale). L’Arabia Saudita, che ha visto il prezzo del petrolio crollare da 100 dollari al barile nel 2014 a 35 dollari nel 2015, non solo è un paese estremamente povero di risorse naturali, se si escludono le risorse energetiche, ma utilizza i proventi del petrolio in maniera distorta, cioè sotto forma di sussidi.

MBS vuole rompere con questa politica assistenzialista,  implementando gli  investimenti per creare posti di lavoro nei settori considerati prioritari come quello minerario, manifatturiero, petrolchimico, nel turismo, e soprattutto nell’intrattenimento, fino ad oggi assolutamente impedito dalle autorità religiose, che ha prodotto una notevole fuoriuscita di capitali verso le vicine nazioni, meno rigide e moraliste, in particolare il Bahrain dove si può avere e fare tutto ciò che in Arabia Saudita è vietato, solamente attraversando un ponte.. In questa nuova ottica saranno autorizzate le aperture di cinema, l’organizzazione di concerti, festival e di molte altre kermesse sportive, culturali, fieristiche, oltre a sfilate di moda e molti altri eventi che dovrebbero produrre una filiera con le relative possibilità occupazionali, dai cantieri per la realizzazione delle strutture, con il correlato indotto, a tutto il sistema di servizi collegati, una sorta di ipercapitalismo tecnologico, che affonda le sue radici nella finanza.

Il fine che si prefigge MBS è quello di dare nuovi input ai giovani, collocati in una realtà sociale estremamente problematica, afflitta da una pesante disoccupazione, sfociata in ampie proteste nel 2011 con le derive preoccupanti che questo comporta e per il sostegno finanziario e logistico clandestino alle varie tipologie di gruppi radicali, che probabilmente ricevono milioni di dollari all’anno da fonti saudite. Per arginare questo trend, in passato notevolmente incoraggiata dai regnanti, sono state previste pene fino all’ergastolo per chi finanzia il terrorismo.

Lo scopo di MBS è anche quello di non creare acredine con gli Usa, alleati dal 1945, cui hanno appaltato le scelte strategiche con l’intento di rilanciare anche il ruolo di leadership dell’Arabia Saudita nel contesto arabo, riconoscendo i diritti di Israele, in un’ottica multipolare, che ha prodotto un avvicinamento tattico alla Russia, alla Cina, all’India e persino all’Europa. La posta in gioco è quindi strategica come la posizione dell’Arabia Saudita, cui è legato l’equilibrio di tutto il Medio Oriente, diviso tra sciti e sunniti, in un quadrante devastato da aperte avversioni (Iran, Hezbollah) o da latenti contrasti (Turchia, Qatar).

Nel mondo globalizzato del XXI secolo tante tessere non entrano però nel mosaico: il pacchetto di riforme pensato dal regno saudita, considerato “octroyée”, cioè concesso graziosamente per volontà del sovrano e legato all’uso della forza, per funzionare dovrà conquistare la fiducia dei possibili investitori, scoraggiati dalla mancanza di regole e di competitività, dalla dilagante corruzione e dai rischi connessi alla nuova realtà politica del Paese, il cui paventato fallimento porterebbe al caos più totale.

Inoltre il perdurare di alcune realtà intrise di violenza e arretratezza, profondamente lontane da ogni modalità di rispetto dei diritti e dei valori universali, richiama ad una lettura meno superficiale e più attenta, idonea a differenziare i reali progressi dalla mera propaganda. Alla luce di ciò anche in Occidente è necessario un ripensamento ed una riflessione su quanto un insensato e malinteso rispetto della diversità abbia contribuito alla creazione e al permanere di realtà soffocanti, deliranti e contrarie ad ogni forma di rispetto dei diritti umani, impedendo e limitando ogni forma di esportazione dei valori fondamentali delle nostre democrazie, spesso vanificati per gli interessi economici, in un’ottica attenta solo al business e al potere.

 L’Italia del calcio è la prima a dover riflettere.

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LA GEOPOLITICA DEI MAGI



dal Vangelo di Matteo 2, 1-2


Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo»

Questa stella che splende dall’Oriente indica ai Re Magi il percorso verso un incontro …ma chi sono questi Magi?

La loro origine è molto discussa in quanto varie sono le fonti a cui attingere: quelle letterarie che, originate da civiltà differenti, risultano estremamente variegate, come testimoniano gli scritti in Antico Persiano, Elamita e Accadico babilonese; a queste si aggiungono le fonti archeologiche, epigrafiche e più squisitamente storiche, che dall’impero persiano achemenide, si arricchiscono dei contributi della Grecia classica e della Roma repubblicana fino a quella imperiale (per saperne di più vedi nota a piè di pagina)

I Re Magi appartenevano alla casta sacerdotale persiana di cui si hanno testimonianze nell’Iscrizione di Behistun all’epoca del Re dei Re Dario I (521 a.C.), paragonabile, per gli studiosi di assirologia, alla stele di Rosetta in quanto scritta in tre lingue: persiano, elamita ed accadico. Questa iscrizione si trova su una roccia lungo il tracciato dell’antico percorso che collegava Babilonia a Ecbatana, capitale della Media e che oggi unisce Baghdad e Teheran.

Questa casta sacerdotale, grazie alla propria cultura e alla forte spiritualità, mantenne la propria influenza ed il proprio ruolo sia con i Medi che durante l’Impero Persiano. I Magi furono ammirati per la loro autorevolezza e la profonda religiosità anche da Erodoto che, glorificando la vittoria greca sui persiani, manifestò un profondo rispetto verso questa grande e gloriosa civiltà, ne apprezzò le virtù, tra le quali la severa educazione impartita ai giovani e il culto della giustizia e della verità , soprattutto per opera dei magoi i sacerdoti astronomi della religione zoroastriana. Anche Senofonte, mercenario dell’esercito di Ciro il Giovane, ci racconta dei Magi nell’Anabasi e nella Ciropedia. Probabilmente fu il consiglio lungimirante dei Magi che, probabilmente, indusse Ciro a liberare il popolo ebraico deportato e costretto all’amara schiavitù di Babilonia da Nabucodonosor ed a ricostruire il Tempio di Gerusalemme.

Anche Marco Polo, nel Milione, racconta la visita a quelle che erano considerate le tombe dei Magi a Saba, poco più a sud di Teheran, nel 1270:
In Persia è la città ch’è chiamata Saba, da la quale si partiro li tre re ch’andaro adorare Dio quando nacque. In quella città son soppeliti gli tre Magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi con barba e co’ capegli: l’uno ebbe nome Beltasar, l’altro Gaspar, lo terzo Melquior. Messer Marco dimandò piú volte in quella citta de di quegli tre re: niuno gliene seppe dire nulla, se non che erano tre re soppelliti anticamente….dicono che anticamente tre re di quella contrada andarono ad adorare un profeta, lo quale era nato, e portarono tre offerte: oro per sapere s’era signore terreno, incenso per sapere s’era Iddio, mirra per sapere s’era eternale. E quando furono ove Iddio era nato, lo minore andò in prima a vederlo, e parvegli di sua forma e di suo tempo; e poscia il mezzano, e poscia il maggiore, e a ciascuno per sé parve di sua forma e di sua etade; e riportando ciascuno quello che avea veduto, molto si maravigliarono e pensarono di andare tutti insieme. Andando insieme, a tutti parve quello ch’era cioè fanciullo di tredici giorni. Allora offersono l’oro e lo incenso e la mirra, e il fanciullo prese tutto; e lo fanciullo donò agli tre re uno bossolo chiuso, e gli re si mossono per tornare in lor contrade…. Quando li tre magi ebbero cavalcate alquante giornate, vollono vedere quello che ‘1 fanciullo avea loro donato: apersono lo bossolo, e quivi trovarono una pietra, la quale avea loro data Cristo in significanza che stessono fermi nella fede, che avevano cominciata, come pietra….” (Marco Polo, Il Milione, a cura di Dante Olivieri, Laterza, 1912, pp. 25-26)

Nello scenario geopolitico orientale che caratterizzò parte del I millennio a.C., i Magi si distinsero quindi non solo come sacerdoti della ritualità achemenide, esperti del divino e di quanto riguardava il sovrannaturale, incaricati di trasmettere le conoscenze più approfondite anche ai giovani nobili e, in particolare, di curare l’educazione della famiglia reale nel culto della giustizia e della verità, ma soprattutto come sapienti consiglieri dei sovrani, in quanto sapevano interpretare i sogni, riuscivano a dare un senso ai fenomeni atmosferici e, studiando le stelle, a comprenderne molti misteri, nell’attesa del Salvatore chiamato Saosyant.

Questi Magi, custodi del sigillo della regalità, studiavano le stelle nel loro desiderio di trovare Dio.
Il re di Tarsis e delle isole porteranno offerte, i re degli Arabi e di Saba offriranno tributi.  A lui tutti i re si prostreranno, lo serviranno tutte le nazioni.” (Salmo 72,10-11)

I Magi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.
Matteo 2, 9-12

I Magi, tra l’altro, accompagnavano l’incoronazione del Re dei Re e ne garantivano la legittimità fondata sul volere divino. Sono loro quindi che sanciscono, in fondo, la divinità del Signore, al quale donano l’oro come riconoscimento di regalità, incenso proprio dei sacerdoti e mirra, profetizzandone la morte: erano i Magi infatti che spegnevano il fuoco sacro al momento della morte del sovrano e sono magi che profetizzano a Gesù la morte come Re, come scriverà anche Pilato: il Re dei Giudei.
Questi Magi nella loro ricerca e nel coraggio di mettersi in cammino non solo trovano il Bambino ma ne sanno riconoscere la Regalità.


Alziamo anche noi lo sguardo per cercare Dio. Con coraggio avviamoci là dove non pensiamo, dove forse non vorremmo andare ma dove Dio ci sta indicando…certi che la sua stella ci precederà in tutte le nostre angustie e che si fermerà là dove Dio si fa trovare. E come per i Re Magi accogliamo il Bambino con grandissima gioia: lasciamo che ci riempia il cuore, l’anima e lo spirito con una speranza nuova, oltre ogni confine ed ogni dove… dall’Oriente in cui la Festa dell’Epifania è nata, tra l’Arabia, la Persia, la Mesopotamia fino all’Occidente dove nel IV secolo è arrivata. ..Di fronte a questa storia, ricca di aspetti intricati e sfuggenti, a questo racconto dei Re Magi, sapienti sacerdoti, forse un po’ maghi, ma anche mercanti o legati, alziamo lo sguardo verso orizzonti più ampi e come loro non disdegnarono dialogo ed apertura verso l’altro e verso il diverso, cerchiamo di aprire percorsi e dialoghi, e lungo le strade che uniscono Baghdad e Teheran, fino alla Palestina, l’Egitto e per tutti i luoghi dove le profezie si sono compiute preghiamo che la pace torni a regnare, lavoriamo per essa incessantemente.

Ed ogni giorno della nostra vita guardiamo in alto, a questa stella, e per quanto molti considerino inverosimili le ipotesi che fosse una cometa o una supernova, ma anche se fosse, come dalla teoria oggi più accreditata, una congiunzione astrale, lasciamoci guidare seguendo la sapienza, l’umiltà, la ricerca del bene… perché “l’arrivo dei Magi dall’Oriente a Betlemme, per adorare il neonato Messia, è il segno della manifestazione del Re universale ai popoli e a tutti gli uomini che cercano la verità…. “nebbia fitta avvolge le nazioni e la nostra storia. Non si può dire infatti che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt’altro. I conflitti per la supremazia economica e l’accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale.

C’è bisogno di una speranza più grande, che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti. “Questa grande speranza può essere solo Dio… Non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano” (“Spe salvi”, n. 31): il Dio che si è manifestato nel Bambino di Betlemme e nel Crocifisso-Risorto.

Se c’è una grande speranza, si può perseverare nella sobrietà. Se manca la vera speranza, si cerca la felicità nell’ebbrezza, nel superfluo, negli eccessi, e si rovina se stessi e il mondo. La moderazione non è allora solo una regola ascetica, ma anche una via di salvezza per l’umanità. È ormai evidente che soltanto adottando uno stile di vita sobrio, accompagnato dal serio impegno per un’equa distribuzione delle ricchezze, sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto e sostenibile.

Per questo c’è bisogno di uomini che nutrano una grande speranza e possiedano perciò molto coraggio: il coraggio dei Magi, che intrapresero un lungo viaggio seguendo una stella, e che seppero inginocchiarsi davanti a un Bambino e offrirgli i loro doni preziosi. Abbiamo tutti bisogno di questo coraggio, ancorato a una salda speranza. Ce lo ottenga Maria, accompagnandoci nel nostro pellegrinaggio terreno con la sua materna protezione. Amen!” (Benedetto XVI -omelia di Benedetto XVI nella messa celebrata in San Pietro il 6 gennaio 2008, festa dell’Epifania).

Seguiamo umilmente la strada che Dio vorrà indicarci, e quando ci sentiremo dispersi tra mille vie che confondono e alienano, o temeremo di essere finiti in un gorgo, vuoto, sordo e senza uscite, un tunnel lungo e stretto, percorriamolo fino in fondo, certi di rivedere la luce di questa stella, questa Epifania in cui Dio si rivela e si fa conoscere.

per una geopolitica anche dell’anima!

Per saperne di più:

AA VV La Luce della Stella, I Re Magi fra arte e storia, 2017;

Cardini Franco, I Re Magi. Leggenda cristiana e mito pagano tra Oriente e Occidente, 2017;


H.C. Puech, Storia delle religioni, l’Oriente e l’Europa nell’antichità 1, 1976;

G. B. Lanfranchi, Continuity of empires, 2003;

M. Carastro, La cite des mages, 2006;

G. Widengren, Les religions de l’Iran, 1968;

A. De Jong, Traditions of the Magi, 1997

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BUON NATALE

Nostalgie di Natale

A Natale camminiamo verso Betlemme, dove il Signore ci attende per cambiare il corso della Storia e delle nostre storie personali…la voce di Dio risuona con quella di Papa Francesco ed arriva alle vette dell’egoismo su cui molti di noi si barricano, mentre altri scivolano nei burroni della mondanità e del consumismo, rotolando in un non senso che avviluppa e strangola la nostra vita.
In questa Notte di Natale 2018 risuona il grido di tanta, troppa umanità affamata per quella poca avida e vorace che si riempie di cose per colmare il profondo non-senso della vita. A questo urlo di dolore dà voce il Papa denunciando i pochi che banchettano lautamente davanti ai troppi che non hanno pane per vivere.


Questa voce scuote ciascuno di noi, abitanti di un’Europa ricca ed arroccata nei propri privilegi, come tante, troppe volte nella storia è già accaduto.
Questo richiamo ci chiama a conversione, una conversione concreta, palpabile che si sostanzia in nuove scelte di vita, in un nuovo modello che non divori né accaparri ma sia disposto a condividere e donare.


Sei disposto? Sono disposta?
Forse da soli non riusciremo mai, è nella natura dell’uomo, ma Dio si presenta oggi come Colui che non prende ma dona e nel dono della sua vita «ci fa assaporare già ora la vita eterna».


Da questo blog auguriamo a tutti di «rinascere nell’amore» in una semplicità da custodire, in una sobrietà da reinventare, spezzando il pane con chi ne è privo, condividendo il nostro tempo prezioso, che non basta mai e che serve spesso solo a fare denaro, con chi ne ha bisogno…
non temete…il Figlio di Dio nasce in mezzo a noi «per dirci che mai più nessuno è solo; abbiamo un Pastore che vince le nostre paure e ci ama tutti, senza eccezioni».

Camminiamo fiduciosi nella nostra vita perché anche nelle notti dei problemi sappiamo di poter stare stretti alle mani del Signore per raccontare la bellezza dell’incontro con Dio


Allora sì che sarà Natale.

Torna Gesù

La memoranda notte è ormai vicina e mi risuona ancora negli orecchi,
eco gentil dell’età mia bambina,
la voce de’ miei vecchi:
“Candido, roseo e biondo
come, nato da giorni, eri anche tu,
vien questa notte al mondo
il Bambino Gesú!”

Ogn’anno, ogn’anno, in questo freddo mese, per quanto stanca, l’anima risogna
la festa che a Gesú fa il mio paese.
Già suona la zampogna…
Ah, che profonda, arcana
malinconia, che nostalgia m’assal
della casa lontana,
del villaggio natal!

Rigide sere della pia novena…in cui, sur ogni piazza, in ogni via,
fiamman, fuochi gregal, fasci d’avena;
mentre la litania
il vicinato intuona
raccolto innanzi a un rustico altarin,
e la zampogna suona,
tintinna l’acciarin.

E dubitavo allora, e ho dubitato sempre, dappoi. S’inaridí l’istinto
della fede nel cuore: errai bendato
per questo labirinto
della vita mortale,
e te pure chiamai causa, Gesú,
d’una parte del male
che si soffre quaggiú.

Ma santa adesso appar la tua follia anche al mio sguardo, o dolce redentore.
E torna, io prego, a noi, torna, Messia,
a predicar l’amor;
torna con la man pura
a battere alle porte infime ancor,
dove una gente oscura
di fame e freddo muor!

Altri, del rosso tuo mantello avvolto, d’odio nudrendo la gentil parola,
batte alle oscure case, e infosca il volto
de la miseria. Vola
il grido della guerra…
Pace tu sei, Gesú, tu sei pietà:
torna a rifare in terra d’amor la carità.

(Luigi Pirandello 1867-1936)

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ROMA DIVERSA A NATALE, UN GIORNO

L’Avvento è iniziato e cadenza con le sue celebrazioni l’arrivo del Natale, momento di riflessione , rincorso da pensieri e nostalgie. Le luci  illuminano le strade, si riflettono nelle vetrine, saltano sull’acqua delle fontane e si distendono lungo asfalti graffiati e spaccati. Roma è diversa questo Avvento, che vede sempre più mescolati tanti di noi, ricchi europei, con le mani appesantite da pacchi, ma spesso vuoti nella mente e nell’anima, con troppa paura di abbassare lo sguardo sul nostro non senso, con i sempre più numerosi  poveri, che percorrono attoniti vie piene di luci ma sbiadite di significato e che ogni giorno di più si confondono con gli altri poveri, quelli che arrivano da luoghi lontani che nemmeno sanno bene cosa sia  il Natale, svelato solo dagli accordi  di  canzoni che rimixano  Jingle bells o White Christmas. Queste note oggi risuonano da piazza Venezia, affollata mentre si accendono le luci dell’albero di Roma 2018, fino ai  sentieri sterrati di troppi luoghi del mondo dilaniati da fame, bombe, ingiustizie e immense solitudini che si accavallano, negli schermi impietosi di tv e computer che, da ogni angolo del pianeta, ritraggono  fantasmagoriche  grandi metropoli insieme a bidonville, stragi, guerre e dolori.

Tante domande mentre iniziamo a percorrere questo tempo di Avvento nella speranza, forte, tenace, di un Natale diverso. 

Perché
dappertutto ci sono cosi tanti recinti?
In fondo tutto il mondo e un grande recinto.

Perché
la gente parla lingue diverse?
In fondo tutti diciamo le stesse cose.

Perché
il colore della pelle non e indifferente?
In fondo siamo tutti diversi. 

Perché
gli adulti fanno la guerra?
Dio certamente non lo vuole.

Perché
avvelenano la terra?
Abbiamo solo quella.

A Natale – un giorno – gli uomini andranno d’accordo in tutto il mondo.
Allora ci sarà un enorme albero di Natale con milioni di candele.
Ognuno ne terrà una in mano, e nessuno riuscirà a vedere l’enorme albero fino alla punta.

Allora tutti si diranno “Buon Natale!” a Natale, un giorno.

NATALE, UN GIORNO di Hirokazu Ogura

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IL MEKONG E LA CHIMERA DELLO SVILUPPO CONDIVISO

In un’epoca in cui i problemi ambientali risuonano in maniera amplificata nel mondo globalizzato, la lunga battaglia per proteggere l’ecosistema del fiume Mekong, al centro degli interessi contrastanti di diverse grandi potenze, costituisce un banco di prova decisivo per il futuro del nostro pianeta.

LA GREAT MEKONG SUBREGION

Nel Sud-est asiatico la Cina ha posto in essere forme di cooperazione che vanno al di là dei limiti statuali, in quanto raccordano un’intera regione fisica, quella attraversata dal Mekong, che riveste una notevole importanza strategica, a fronte della forte asimmetria di capabilitiestra i Paesi rivieraschi, destinatari privilegiati delle politiche che sostanziano il Beijing consensus. Questa subregione prende il nome dal suo fiume principale, chiamato “Fiume di Pietra”, “Acqua Turbolenta”, “Grande Acqua”, “Fiume del Dragone”, “Fiume Madre”, “Fiume dei Nove Draghi” e, infine, “Madre delle acque Khong”, dalla cui contrazione deriva il termine Mekong, utilizzato in Occidente.


Fig. 1 – Il fiume Mekong presso Luang Prabang, nel Laos
GOVERNANCE AMBIENTALE

I Paesi attraversati dal fiume cooperarono dal 1957 in un framework di sviluppo, il Mekong River Committee, che, perso l’originario fine di collante economico in funzione anticomunista, si arenò dopo la guerra del Vietnam. Nel corso degli anni Novanta l’ONU e altre Organizzazioni internazionali avviarono politiche rivolte a una nuova gestione delle risorse naturali, finalizzate a promuovere uno sviluppo sostenibile e una governance partecipata. La lenta ma inesorabile globalizzazione delle problematiche ambientali stava infatti determinando la necessità di un approccio integrato multiscalare, partecipativo e inclusivo, al fine di elaborare politiche efficienti e efficaci per eliminare la povertà e proteggere il pianeta. In questo quadro si mosse il Congresso Internazionale dell’Acqua e dell’Ambiente di Dublino del 1992, durante il quale fu formulato il programma relativo alla gestione integrata delle risorse idriche (IWRM), supportata dalla Asian Development Bank (ADB), che coinvolgeva in questa progettualità tutti gli Stati che condividono il bacino del fiume Mekong (Cambogia, Laos, Myanmar, Thailandia, Vietnam e Cina). L’Integrated Water Resources Management è stato poi affiancato dalle Water Users Associations (WUAs, associazioni locali per l’utilizzo dell’acqua) e dalla Global Water Partnership, costituita da tecnici, policymakers e studiosi.


Attività economiche sulla riva laotiana del Mekong
LAOS:SCENE DE VIE SUR LE FLEUVE MEKONG LAOS:SCENE DE VIE SUR LE FLEUVE MEKONG. (Photo by Michel RENAUDEAU/Gamma-Rapho via Getty Images)
LA CONVENZIONE ONU

Lo scopo di questa gestione integrata dell’acqua era quello di creare Istituzioni comuni in grado di permettere la partecipazione e l’inclusione nei processi decisionali, con l’intento di valorizzare le risorse da un punto di vista economico. Un ulteriore tassello fu costituito dalla Convenzione ONU sulle vie d’acqua transfrontaliere del 1997, che sostenne la fondazione di Commissioni dell’acqua e consigli di bacini fluviali per provvedere in maniera più mirata alla tutela, alla gestione e allo sfruttamento sostenibile delle risorse della regione del Mekong. Fu avviato perciò un costante monitoraggio della qualità delle acque, condividendo informazioni e dati idro-meteorologici, per lottare contro la siccità e le inondazioni, per regolare il flusso fluviale, implementando le attività commerciali e i servizi con l’intento di mitigare gli impatti negativi della costruzione di dighe.


Fig. 3 – Un incontro della Mekong River Commission (MRC) nel 2011
A general views of the Eighteenth meeting of the Mekong River Commission (MRC) council in Siem Reap province, some 300 kilometers northwest of Phnom Penh on December 8, 2011. Laos and its Southeast Asian neighbours on December 8, postponed a decision over a proposed hydropower dam on the Mekong River, saying in a statement that further study was needed. AFP PHOTO / YOUVONG (Photo credit should read youvong/AFP/Getty Images)

LA MEKONG RIVER COMMISSION

Queste attività furono istituzionalizzate con la creazione di una nuova struttura, la Mekong River Commission (MRC), un organismo intergovernativo che univa Laos, Cambogia, Thailandia e Vietnam e che godeva solo parzialmente del sostegno della Cina, il cui Governo, con quello birmano, è dialogue partner, anche per il marcato accento dato alla reciprocità attraverso meccanismi di consultazione preventiva. La procedura per la notifica e la consultazione preliminare (PNPCA) prevedeva infatti che ogni progetto idroelettrico fosse prima notificato a tutti e poi discusso tra i quattro Paesi interessati, che dovevano dare il proprio unanime consenso. Questo iter fu reso però vano dall’impossibilità di impedire che lo Stato costruttore procedesse comunque nei suoi intenti sia per l’assenza della Cina, nei cui confini il fiume nasce e procede per circa un quarto della sua lunghezza, sia per la mancata previsione di sanzioni a qualsivoglia comportamento omissivo.

IL DUELLO USA-CINA

Nello stesso periodo l’Amministrazione di Barack Obama avviava la Lower Mekong Initiative per rafforzare le relazioni tra Stati Uniti e Paesi rivieraschi, con l’obiettivo di sostenere le trasformazioni istituzionali e politiche, funzionali all’agenda neo-liberale del Washington Consensus. Le risorse idriche subirono una forma di decentralizzazione, liberalizzazione e privatizzazione che comportò l’introduzione di forme di mercato che sovente non tenevano conto dei contesti socio-economici delle realtà locali. Il Governo di Pechino, ideatore del Beijing Consensus, creava nel 2016, in risposta alle iniziative dell’Amministrazione Obama, il Lancang-Mekong Cooperation Mechanism (LMCM), uno specifico programma finalizzato a realizzare un dialogo più efficace ed efficiente tra gli Stati della regione, soprattutto in relazione ai risvolti dell’acquacoltura, un’attività che coinvolge circa 40 milioni di persone. Questo framework di cooperazione non è però ancora sufficiente per approdare a una politica effettivamente comune, per cui gli Stati continuano a procedere autonomamenteQuesti obiettivi sono stati riproposti e approfonditi durante il summit “Our River of Peace and Sustainable Development”, svoltosi a Phnom Penh, in Cambogia, nel gennaio 2018.


Fig. 4 – Bandiera rossa sul Mekong? Sia il Governo cinese che quello americano sono interessati alle modalità di utilizzo delle risorse che gravitano intorno al grande fiume
XISHUANGBANNA – JULY 06: A Chinese flag waves over the Lancang-Mekong River on July 6, 2005 in Xishuangbanna Prefecture, Yunnan Province, China. The Chinese government attaches importance to the role of the business circle in the Greater Mekong Subregion (GMS) cooperation, and hopes it would make greater contribution to the common progress of the region, said Chinese Premier Wen Jiabao during the Second GMS Summit Economic Cooperation Program which held in Kunming, capital of southwest China’s Yunnan Province, on July 4 and 5. (Photo by Guang Niu/Getty Images) *** Local Caption ***
LA RICONCETTUALIZZAZIONE DELL’ACQUA

Le organizzazioni internazionali con mission ecologiche si sono trovate impreparate al momento di affrontare le problematiche socio-economiche derivate dal water grabbing, ovvero le disuguaglianze nell’accesso all’acqua. Il water grabbing e il land grabbing si configurano infatti come due processi strettamente connessi che riguardano l’accaparramento dei beni in un contesto di neoliberalizzazione dei processi economici globali.  La costruzione delle grandi dighe sul Mekong, che hanno comportato deviazioni fluviali e importanti problematiche socio-ambientali, ha contribuito notevolmente alla riconcettualizzazione dell’acqua come elemento socio-naturale contraddistinto da una natura socio-culturale, politica e simbolica. Il flusso idrico, le infrastrutture idrauliche, i canali, le dighe, le relazioni tra i diversi attori coinvolti rappresentano le tessere di quel mosaico che viene definito dagli specialisti il Waterscape, il paesaggio che non solo racconta di un territorio segnato da fiumi, ma rappresenta anche uno scenario più complesso, in cui intervengono dinamiche che nel Sud-est asiatico assumono peculiarità proprie sia per la diversità culturale che per la frammentazione etnico-politica di questa regione millenaria.

PROSPETTIVE A LUNGO TERMINE

Nel Sud-est asiatico si sta assistendo però, negli ultimi anni, a una trasposizione di problemi ecologici, ambientali, sociali ed economici che…continua a leggere sul caffé geopolitico

https://www.ilcaffegeopolitico.org/96892/il-mekong-e-la-chimera-dello-sviluppo-condiviso

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CINA CONTRO DOLCE E GABBANA

La storia inizia con uno spot che sta facendo discutere ogni angolo della Cina e che è rimbalzato nei nostri media, storditi dal troppo business e dal troppo vuoto 
 http://www.ilgiornale.it/…/dolce-gabbana-spot-che-ha-scaten…

 
i cinesi, si dice, si sentono offesi…..Io penso che non si sentano offesi, ma lo sono stati! Cinquemila anni di civiltà ricondotti a sciocche risa condite di volgarità… ma sanno gli occidentali presuntuosi,  come “il vecchio sciocco rimosse le montagne” 愚公移山 ?

Questo racconto è un  chéngyǔ, una sorta di proverbio, una  locuzione idiomatica riassunta con 4 caratteri. Questi 4 caratteri che, letteralmente, “diventano parole” simboleggiano o ricordano fatti mitologici, storie antiche, racconti popolari. I cheng yu possono essere assimilati ai modi di dire derivati dalla tradizione greca e latina. Un esempio chiaro ed esemplificativo è dato da una favola di Fedro, ripresa da una di Esopo, che narra di una volpe che, non riuscendo a raggiungere l’uva sostiene che comunque era acerba:  “nondum matura est, nolo acerbam sumere”. Questa frase viene ripetuta per tutti coloro che non riuscendo in un’impresa si giustificano in qualche modo: poche parole ci ricordano l’antica storia.

I cheng yu cinesi sono quindi frasette di 4 caratteri che, per analogia, mettono a fuoco un concetto…
Leggiamo questo racconto, un vecchio “cheng yu”    http://3g.en8848.com.cn/read/sybk/wenhua/290290.htmlhttp://3g.en8848.com.cn/read/sybk/wenhua/290290.html

BUSINESS E CIVILTA’

La storia di questo vecchio, definito sciocco per la grandezza della sua progettualità,  ci dice quanto la volontà, la determinazione, la costanza ed il lavoro di gruppo possano…spostare le montagne!!

Come in fondo ha fatto tante volte nella storia questo immenso Paese, sempre risorto dalle sue ceneri e che nel nuovo millennio ha raggiunto, in soli 50 anni, traguardi che in Europa sono stati ottenuti in 500!.

Questo spot sciagurato, che, vi dico la verità, proprio non capisco come sia venuto fuori da un brand che, tutto sommato, è considerato grande ed importante, ha suscitato una dura reazione da parte cinese: eventi e show cancellati, ripercussioni economiche notevoli, sfilate sospese…

Ma di tutto ciò quello che vorrei sottolineare è il modo con cui  i cinesi hanno risposto a Dolce e Gabbana:  un video di “classe”https://lnkd.in/dZ4FwwR
misurato, saggio, un insegnamento anche per chi non capisce il cinese, che ci fa riflettere e può servire a tutti noi come esempio perchè mai abbassiamo la guardia di fronte all’inciviltà, curando e valorizzando sempre  i nostri valori.

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LAOS: UN CORRIDOIO STRATEGICO PER LA CINA

UN CORRIDOIO STRATEGICO PER LA CINA
LA RINASCITA LAOTIANA

Dopo la fondazione, nel 1975, della Repubblica Democratica Popolare, anche il Laos, devastato dalla guerra del Vietnam, diede il suo contributo alla ricerca di una soluzione globale per i problemi dell’Indocina, abbracciando una politica di riforme e apertura. Con la normalizzazione dei rapporti internazionali e l’ingresso nell’ASEAN nel 1997, ingenti flussi di denaro proveniente dalla Cina andarono a iniettare nuove energie in un’economia asfittica, sostenuta anche dal Vietnam. Attraverso vari accordi di cooperazione, il Laos evitò il default durante la crisi finanziaria asiatica del 1997-1998 e, nel 2009, ottenne dalla Cina, tramite la Comprehensive Strategic Partnership, un supporto militare e tecnologico. Da queste intese sono derivati massicci finanziamenti nei settori manifatturiero, agricolo, idroelettrico e minerario, cui si è aggiunto il Memorandum of Understanding (MoU) dell’aprile 2010, un «partenariato strategico onnicomprensivo» secondo la definizione data da Xi Jinping durante la visita in Laos nel novembre 2017. In applicazione di questi accordi sono stati stanziati fondi per le infrastrutture, cui si è aggiunto un pacchetto di aiuti allo sviluppo da 5,2 miliardi di yuan (800 milioni di dollari), oltre a 3,4 milioni di dollari USA per progetti pianificati lungo il fiume Mekong, 90 milioni di dollari per la costruzione di un ospedale a Vientiane e 615 milioni di dollari promessi per miglioramenti nel settore sanitario nazionale nei prossimi tre anni.

Fig. 1 – Lavoro minorile nelle campagne del Laos

AIUTI ‘MADE IN CHINA’

I finanziamenti concessi dalla Cina al Laos rientrano nell’ambito di una faraonica progettualità chiamata, dal 2013, OBOR (acronimo di One Belt, One Road), sulla scia delle antiche Vie della Seta, che ha preso una consistenza sempre più concreta, invasiva e pervasiva, che spazia dalla cooperazione tecnica alla vendita di ogni sorta di bene materiale, passando per percorsi di training, fino a veri e propri prestiti e sostegno umanitario. Attraverso gli aiuti made in Chinaviene quindi creata un’ampia rete di cui si giova il Paese destinatario, ma ancora di più le aziende cinesi, che riescono a creare bacini d’utenza per la sovrapproduzione, joint venture e un vasto network commerciale, come previsto dalla politica dei tied aid, in base alla quale i Paesi beneficiari degli aiuti sono vincolati a fruire di quanto il Paese offerente mette a disposizione. Questa vasta strategia going global è fondata su una sorta di credibilità della Cina in quanto Paese che ha subito una pesante colonizzazione a opera dell’imperialismo occidentale e che, di conseguenza, non dovrebbe operare con fini di dominio. Inoltre questi aiuti win win vengono erogati sotto forma di mutui benefici che non implicano però nessun cambiamento da parte dei regimi interni, a parte il rispetto della One China Policy, che vieta ai beneficiari di stringere relazioni diplomatiche con Taiwan.

LAOS E OBOR

La Cina da anni guarda con interesse al territorio laotiano in quanto rappresenta una rotta molto funzionale alla penetrazione nel Sud-est asiatico, mentre il Governo di Ventiane considera gli investimenti cinesi, in particolare quelli connessi all’OBOR, un’occasione imperdibile per un Paese senza sbocchi sul mare, ma molto ricco di risorse naturali, in grado di trasformarsi da landlocked a land-linked. Il primo passo di questa evoluzione è costituito dalla ferrovia ad alta velocità che, iniziata al di là del confine cinese nel 2016, attraverserà il Laos per 420 chilometri di strade ferrate, tunnel e ponti che consentiranno un collegamento con le capitali del Sud fino a Singapore. Queste grandi opere consentiranno alla popolazione, per lo più sparsa in villaggi montani, di migliorare notevolmente le proprie condizioni di vita, di dare nuova linfa alle attività economiche e di accedere ai servizi pubblici. A fronte di ciò non di poco conto sono le inquietudini per le gravi ripercussioni prodotte sugli abitanti dei villaggi situati sulla direttrice dell’alta velocità, sfollati senza indennizzo, sull’ambiente e sull’ecosistema.

Fig. 2 – Cittadino cinese alla frontiera laotiana si dirige verso la città di Boten

IL CONSENSO DI PECHINO

La “terra del milione di elefanti” potrà raggiungere, grazie alla progettualità delle Vie della Seta, un certo sviluppo socioeconomico, che però l’attrarrà sempre più nell’orbita cinese. Su questa linea di confine si esplicita il nuovo approccio ideologico definito «il consenso di Pechino» dall’economista americano Joshua Cooper Ramo nel 2004. Questo modello di progresso economico si differenzia e contrappone alle politiche dei Paesi occidentali e viene esportato nei Paesi in via di sviluppo, di cui la Cina ancora fa parte, ancorandolo all’innovazione, sostenuta da riforme graduali.  In questo contesto non si pongono traguardi legati al PIL, ma a uno sviluppo che dovrebbe esplicitarsi come “sostenibile ed equo”, attraverso una regolazione dall’alto del mercato, strettamente vigilato da un Governo autoritario. Questo prototipo viene accompagnato da un’ideologia forte, tesa a ricostruire lentamente, ma inesorabilmente, la tela tessuta per millenni dal Celeste Impero, di cui si veicola un’immagine pacifica, elaborata originariamente durante la Conferenza di Bandung del 1955, attraverso cui si cercò di forgiare una nuova forma di collaborazione internazionale fondata sulla cooperazione e il multilateralismo.

BOTEN E LE NUOVE FORME DI COLONIZZAZIONE

In questa ottica risulta chiaro come la disponibilità dei fondi cinesi sia libera da tutti i vincoli imposti dai Paesi occidentali, che, in base a quanto previsto dal Washington consensus, postulano tutta una serie di adempimenti da parte dei Governi dei Paesi beneficiari, comeriordino della spesa pubblica, riforme fiscali e liberalizzazioni correlate a vaste privatizzazioni, oltre che a riforme legali e politiche. In base al Beijing Consensus i finanziamenti risultano invece svincolati da ogni obbligo istituzionale, ma, soprattutto, dai parametri imposti dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. Inoltre concorrono al raggiungimento degli obiettivi economici e geopolitici della Cina, che per secoli è riuscita a realizzare un controllo indiretto, e a volte anche diretto, sui Paesi limitrofi. I finanziamenti erogati nel contesto dell’OBOR a Paesi considerati vulnerabili, come il Laos, implicano rischi elevati, cui fa da contrappeso il controllo diretto sulle infrastrutture attraverso il quale Pechino riesce ad amplificare la propria influenza politica e strategica, come accaduto a Boten. Questa area di 52 chilometri quadrati data in concessione dal Governo laotiano alla Boten Golden Land di Hong Kong, che di fatto amministrava la zona, è diventata in breve quasi completamente cinese. In essa le attività commerciali hanno superato ogni limite di liceità e legalità, spingendo il Governo del Laos a modificare lo statuto della concessione economica, ripristinando il visto per i cittadini cinesi che avevano reso il luogo una sorta di zona franca tra casinò, sale massaggi e sexy shop.

Fig. 3 – Vagliatura del riso in Laos

CHINESE CARD

Il Laos, dal canto suo, gioca la sua chinese card con la speranza di ….

continua a leggere sul Caffé Geopolitico https://www.ilcaffegeopolitico.org/94659/laos-un-corridoio-strategico-per-la-cina


Pubblicato da Elisabetta Esposito Martino il 3/10/2018 sul “Caffé Geopolitico”

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Nuovi Orizzonti di Evangelizzazione nelle Periferie più lontane

SANTA SEDE E CINA: UN ACCORDO PROVVISORIO TRA DUBBI E SPERANZE

Sta facendo molto discutere l’accordo tra la Santa Sede e Pechino per la nomina dei vescovi cinesi. Molte perplessità, dubbi e inquietudini si registrano nella Curia, tra i vari movimenti ed i semplici fedeli, ma il compromesso raggiunto potrebbe consentire a Papa Francesco di risolvere un’annosa questione e inaugurare nuovi rapporti  con la maggiore potenza asiatica, nella speranza di ritagliare spazi percorribili per una nuova spinta evangelizzatrice.

LA LUNGA DIVISIONE DEI CATTOLICI CINESI
La dicotomia interna della Chiesa cinese, divisa tra l’Associazione Patriottica dei Cattolici Cinesi (Zhōngguó tiānzhǔjiào àiguó huì 中国 天主教 爱国 会) e la Chiesa clandestina(sotterranea, dìxià  地下), viene in qualche modo avviata a soluzione, nell’ottica di un percorso di pace in un mondo globalizzato e devastato anche per motivi religiosi. Con l’accordo appena raggiunto si cerca una rinnovata comunione tra il popolo di Dio cinese, guidato da vescovi nominati illegittimamente dal Governo di Pechino e fuori dalla comunione con Roma, cui si aggiungono i vescovi nominati dal Papa, ma non riconosciuti dalle Autorità locali, i vescovi legittimati ex post e quelli considerati legittimi in quanto, prima di essere nominati dal Governo, hanno autonomamente provveduto a chiedere l’investitura episcopale al Romano Pontefice. L’accordo, definito provvisorio, non è ancora stato reso noto, probabilmente per consentire un reciproco adeguamento in itinere delle criticità che si dovessero eventualmente verificare. Le reazioni suscitate da questa sorta di appeasement sono molteplici e svelano nodi irrisolti e questioni che risalgono al passato e che intercettano una cultura, quella confuciana, cui Xi Jinping attinge copiosamente per dare spessore all’ideologia comunista, di non facile comprensione per la mentalità occidentale.
LO SCOGLIO DI TAIWAN
Una seconda considerazione riguarda il rispetto del principio dell’unica Cina, per cui non viene considerato interlocutore chiunque abbia un qualsivoglia rapporto diplomatico con Taiwan. La Santa Sede riconosce la Repubblica di Cina e, da un punto di vista cinese, il solo approcciarsi a chi non riconosca come Governo legittimo quello di Pechino è prova di un enorme sforzo diplomatico, che in Occidente non è percepito nella sua reale portata. D’altro canto a Taipei ha sede la nunziatura apostolica, a capo di una comunità cattolica viva e influente, per la quale il Papa ha evitato di nominare un nuovo nunzio, lasciando in loco solo un incaricato di affari. La scelta, oculata in una prospettiva di pacificazione col continente, ha però procurato una dolorosa reazione dei fedeli taiwanesi, esplicitata dai vescovi in una recente visita ad limina Apostolorum.
IL BEIJING CONSENSUS
La terza considerazione riguarda la credibilità della Cina del terzo millennio. Lo Stato di Mezzo ha elaborato nuove modalità di relazioni internazionali, volte a modellare una politica estera funzionale alle dottrine economiche e sociali che hanno supportato la trasformazione avvenuta in Cina dopo il 1978. Il modello, che si esplicita nel Beijing consensus, tassello indispensabile per il successo del faraonico progetto delle vie della seta (l’OBOR), con cui Xi Jinping sta mettendo in gioco non solo il proprio potere, ma il futuro di più di un miliardo di persone, è infatti fondato su una sostanziale apertura verso il mondo esterno, di cui la Chiesa cattolica è certamente protagonista come autentica portavoce, soprattutto con Papa Francesco, delle istanze degli ultimi, dispersi nelle periferie del mondo, e della necessità del dialogo come unica speranza di pace. In questo contesto le aspirazioni del Dragone a conquistare una leadership indiscussa a livello mondiale superano di molto la tradizione di un Paese che, per quanto autodefinitosi sempre al centro del mondo (Zhōngguó 中国), guardava soprattutto al proprio “cortile di casa”. Oggi questa ipotesi di accordo con la Chiesa mette alla prova la reale volontà di apertura del Governo di Pechino, e, per la Chiesa, la realizzazione concreta di un rinnovato slancio missionario che approcci tutti gli uomini di buona volontà, come ricorda la Gaudium et Spes (39, 40).

UNA CHIESA APOSTOLICA?
Il pontefice, dal canto suo, vuole perseguire scopi squisitamente pastorali, come aiuto ai fedeli dello Stato di Mezzo e come apertura a una più profonda evangelizzazione, tra i confini di una Chiesa che potrebbe addirittura essere definita “apostolica”. Recenti indagini storiche e archeologiche effettuate su alcuni bassorilievi posti su una parete rocciosa a Kongwang shan, a nord di Shanghai, sui quali sono stati rinvenuti caratteri aramaici, confermerebbero alcune antiche tradizioni che attribuivano la prima predicazione in Cina al discepolo di Gesù, Tommaso, arrivato via mare dal sud dell’India nel 65 d.C. Le ricerche hanno trovato ampia risonanza anche sul Quotidiano del Popolo, che ha ricordato il sogno dell’imperatore Mingdi (57-75 d. C.), di cui si fa cenno negli Annali degli Han posteriori (25-220 d. C.), che vagheggiava di un uomo biondo circondato da un’aureola di luce. Dare un’origine apostolica alla Chiesa cinese, se ai nostri occhi occidentali non riveste poi troppa importanza, consentirebbe un approccio molto diverso delle Autorità cinesi verso la cristianità, per secoli considerata longa manus del dominio coloniale occidentale. Questa nuova prospettiva potrebbe quindi essere foriera di esiti nuovi, di portata molto profonda. D’altro canto, nonostante tutte le inquietudini, le criticità e le notti di dolore evocate da Joseph Zen, cardinale emerito di Hong Kong, la Chiesa ricerca la pace, in una quotidiana, costante e profonda conversione nel cammino per la Vita Eterna, e, con questo accordo provvisorio, sembra rammentare al popolo di Dio quanto scritto dal Papa San Clemente di Roma nella più antica preghiera della Chiesa per le Autorità politiche (I Tm 2,1-2): 
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https://www.ilcaffegeopolitico.org/95610/santa-sede-e-cina-un-accordo-provvisorio-tra-dubbi-e-speranze Pubblicato da Elisabetta Esposito Martino il 3/10/2018 sul “Caffé Geopolitico”

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