quarto Editto dei Cento Fiori: la dichiarazione congiunta Usa /Corea del Nord

Per preparare un mondo nuovo, è necessario superare la saggezza assicurata dalle convenzioni, abbandonare i modelli preconfezionati per costruire nuovi percorsi, mentali e reali, come quelli che passano per la testa di due personaggi veramente particolari, ampiamente criticati e denigrati che, tra stranezze, pericoli, minacce, più consone a infanti capricciosi che ad uomini di stato, hanno saputo cogliere un frutto straordinario che profuma intensamente di pace, diffondendo la fragranza di una nuova era di prosperità…

Così sembra si sia aperto il vertice tra Trump e Kim, nella  tranquilla e sicura location prescelta per il  summit , la piccola città stato di Singapore, che si affaccia su uno dei porti più grandi dell’Asia, nel quale spesso trova riparo la VII Flotta, che ha anche strettissimi rapporti con la Cina e non richiede il visto ai nord coreani…un hub economico, un crocevia commerciale e finanziario, un luogo dove i due leader hanno firmato il seguente documento:

DICHIARAZIONE CONGIUNTA DEL PRESIDENTE DONALD J. TRUMP DEGLI STATI UNITI D’AMERICA E DEL PRESIDENTE KIM JONG UN DELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA POPOLARE DI COREA AL SUMMIT DI SINGAPORE.

Il presidente Donald J. Trump degli Stati uniti d’America e del presidente Kim Jong Un della Repubblica democratica popolare di Corea (DPRK) hanno tenuto un primo storico summit a Singapore il 12 giugno 2018.

Il presidente Trump e il presidente Kim Jong Un hanno condotto un complessivo, profondo e sincero scambio di opinioni sulle questioni relative lo stabilimento di nuove relazioni Usa-Dprk e sulla costruzione di un regime di pace robusta e duratura nella Penisola coreana. Il presidente Trump s’è impegnato a fornire garanzie di sicurezza alla Dprk e il presidente Kim Jong Un ha ribadito la sua ferma e incrollabile determinazione per una completa denuclearizzazione della Penisola coreana.

Convinti che stabilire nuove relazioni Usa-Dprk contribuirà alla pace e alla prosperità della Penisola coreana e del mondo e riconoscendo che la costruzione di una reciproca fiducia potrà promuovere la denuclearizzazione della Penisola coreana, il presidente Trump e il presidente Kim Jong Un stabiliscono quanto segue:

1. Gli Stati uniti e la Dprk s’impegnano a stabilire nuove relazioni Usa-Dprk in accordo con il desiderio dei popoli dei due Paesi alla pace e alla prosperità.

2. Gli Stati uniti e la Dprk uniranno i loro sforzi nel costruire un regime di pace duratura e stabile nella Penisola coreana.

3. Ribadendo la Dichiarazione di Panmunjom del 27 aprile 2018, la Dprk s’impegna a lavorare verso una completa denuclearizzazione della Penisola coreana.

4. Gli Stati uniti e la Dprk s’impegnano a recuperare i resti dei prigionieri di guerra, con l’immediato rimpatrio di quelli già identificati.

Avendo preso atto che il summit Usa-Dprk, il primo nella storia, è stato un evento epcoale di grande significato per superare decenni di tensioni e ostilità tra i due Paesi e per l’apertura di un nuovo futuro, il presidente Trump e il presidente Kim Jong Un s’impegnano a realizzare pienamente e rapidamente quanto stipulato in questa dichiarazione. Gli Stati uniti e la Dprk s’impegnano a proseguire i negoziati, guidati dal segretario di Stato Usa Mike Pompeo e i relativi alti funzionari Dprk, alla prima data possibile, per implementare gli esiti del summit Usa-Dprk.

Il presidente Donald J. Trump degli Stati uniti d’America e del presidente Kim Jong Un della Commissione affari di stato della Repubblica democratica popolare di Corea si sono impegnati a cooperare per lo sviluppo delle nuove relazioni Usa-Dprk per la promozione della pace, della prosperità e della sicurezza della Penisola coreana e del mondo”.

(traduzione di   Askanews)

Annunci
Pubblicato in editti dei cento fiori | Lascia un commento

La Cina tra hi-tech e sharp power

Il governo di Xi Jinping, all’inizio del secondo mandato, è notevolmente rafforzato non solo grazie all’inserimento del “pensiero” del leader nello Statuto del partito Comunista, come accaduto solo per Mao, ma anche per l’emendamento, approvato l’11 marzo 2018, che ha modificato la Costituzione cinese vigente, istituzionalizzando il progressivo accentramento di potere attraverso l’eliminazione del limite dei due mandati introdotto nel 1982, dopo la morte del grande Timoniere. Questo duplice riconoscimento rende molto salda attualmente la linea del capo del PCC, i cui obiettivi erano già stati presentati in un certo qual modo a Davos, nel corso del summit economico del 2014, quando venne prefigurata una Cina forte, protagonista della globalizzazione, in grado di decidere i destini del mondo. A fronte di un superamento del temuto hard landing economico, anzi di una sostanziale tenuta dei livelli di crescita (1), la credibilità della struttura economica cinese e del suo peculiare modello è stata veicolata al mondo attraverso la progettualità delle vie della seta per terra e per mare che, partendo da un lontano e glorioso passato, hanno proposto un tessuto connettivo che non è solo commerciale, ma anche infrastrutturale, che prefigura una rete di collegamento tra tutti i continenti. L’idea, che sembra per certi versi estremamente ambiziosa, ricalca, in fondo, l’incredibile crescita del Paese di Mezzo che, in 40 anni, ha raggiunto traguardi che in Europa sono stati tagliati in 400 anni. (2)
Questi target dovranno essere declinati, come usualmente accade negli stati legati ad una programmazione economica gestita dall’alto, in quattro fasi: la prima è quella contenuta nel XIII piano quinquennale (3), in cui lo sviluppo della Cina troverà la sua solidità nell’utilizzo delle nuove tecnologie per ottenere un sostanziale sdoganamento dalla dipendenza dall’Occidente. La seconda fase terminerà nel 2021, in coincidenza col primo centenario della nascita del partito comunista cinese, quando la Cina si presenterà al mondo come un Paese che ha finalmente superato le diversità tra le regioni, implementando forme di integrazione sempre più radicate e rendendo la crescita sostenibile. La possibilità di delocalizzare il lavoro dovrebbe consentire di implementare le opportunità globali dell’outsourcing on line, creando committenze nei luoghi più remoti della Cina ed anche nel sud del mondo deindustrializzato, che i cinesi stanno collegando nel framework delle vie della seta. In questo contesto saranno riviste le modalità di crescita, abbandonando l’attenzione alla quantità, che ha portato agli endemici problemi di sovrapproduzione, per concentrare la politica economica sulla qualità dei prodotti e suscitare una sorta di boom dei consumi interni fino ad ora abbastanza scarsi. Il modello che si prevede per la terza fase, contenuto nel Piano di sviluppo industriale “Made in China 2025”, prevede la realizzazione dell’industria 4.0, caratterizzata da una forte spinta all’automazione che declinerà in modo nuovo le occupazioni caratterizzate dalle tre D: dull, dirty and dangerous, determinando per tutti i lavori ripetitivi delle catene di montaggio, per quelli pericolosi e sporchi, la possibilità di sostituire agli uomini le macchine. Il target finale dovrebbe trovare realizzazione nel 2049, quando si celebreranno i 100 anni della fondazione della RPC: la Cina avrà compiuto il salto finale palesandosi come potenza economica fondata sul digitale, in grado di governare le nuove tecnologie, raggiungendo quell’armonia che la tradizione cinese considera un obiettivo fondamentale.
La Cina nel nuovo millennio sta infatti ritornando agli antichi splendori toccando picchi, impensabili fino a pochi anni fa, di estrema innovazione nel campo dell’industria dell’informazione e della comunicazione. Il luogo simbolo di questo incredibile quanto repentino progresso è Shenzhen, città situata nel Guangxi, poco più a nord di Hong Kong, che alla fine degli anni ‘70 era solo un piccolo villaggio di pescatori. Il governo cinese, che aveva stabilito di fare di questo borgo un luogo dove delocalizzare la produzione hi-tech delle aziende occidentali, stabilì condizioni fiscali molto favorevoli, in modo da accogliere gli ingentissimi capitali che ben presto si diressero verso quella zona, attratti da un quadro legale poco strutturato, la cui vaghezza permetteva gli esperimenti più innovativi (4). La flessibilità produsse una sorta di big bang informatico da cui nacquero giganti dell’hi-tech quali Tencent, Baidu, Ali Baba, Didi, Huawei, Xiaoni, che fecero di quel territorio la Sinicon Valley, cioè una Silicon valley con caratteristiche cinesi. (5) In questo luogo si produce ora la maggior parte dell’hardware mondiale e si depositano un tal numero di brevetti tecnologici da insidiare il primato americano. La Cina sta diventando così il paese leader del progresso informatico che utilizza con molta disinvoltura i mezzi messi a disposizione dalle innovazioni prodotte dall’intelligenza artificiale, i big data, il cloud computing, l’internet delle cose, che con il 5G consente la trasmissione di dati in tempo reale che, con 1 gigabit in download e 200 megabit in upload, è 1000 volte più veloce del 4G. Si passerà così ad un nuovo concetto di potenza, di velocità e di affidabilità della tecnologia da cui deriverà, tra l’altro, un nuovo utilizzo della robotica ed un uso efficiente ed efficace della distribuzione di energia.
Tutti questi successi nell’innovazione stanno però producendo, giorno dopo giorno, ripercussioni preoccupanti in relazione alle modalità con cui il governo cinese utilizza l’enorme mole di dati raccolta, che l’Human Rights Watch non cessa di stigmatizzare. In realtà la Cina si sta muovendo in questi spazi digitali schermando l’informazione dietro il grande firewall, il “muro di fuoco” informatico che impedisce la libera connessione di 700 milioni di utenti online con il resto del mondo. Un esempio emblematico è costituito dalle famose “3T= Tibet – Taiwan- Tiananmen”: nel momento in cui si digitano questi termini il web, su tutto il territorio cinese, viene come criptato, utilizzando tutta una serie di algoritmi predisposti dalla Commissione di vigilanza del cyberspazio, preposta al controllo degli spazi digitali dalla legge sulla cybersecurity (6). Le norme approvate dal nuovo governo di Xi Jinping sono molto stringenti e non si limitano ad utilizzare tutte le possibilità e le potenzialità delle nuove tecnologie attraverso il web, ma sorvegliano e tracciano anche i movimenti delle singole persone, utilizzando conoscenze biometriche, raccolte di dati, videosorveglianza, monitorando e soffocando ogni forma di dissenso.
In Europa si dibatte senza sosta su questi argomenti, in particolare per l’accumulo dei dati sui cittadini, introducendo e declinando la libertà nel complesso mondo digitale come una nuova tipologia da inserire tra le libertà fondamentali, per le quali non viene solo coinvolta la privacy dei singoli e delle imprese ma tutte le nuove frontiere correlate alle potenzialità offerte dall’informatizzazione, che stanno via via trovando posto nelle Carte fondamentali e nelle pronunce delle Corti costituzionali. Negli Stati Uniti, come in Europa, enorme attenzione si presta a tutte queste problematiche, considerate di straordinaria importanza, con un focus più traslato verso la difesa delle libertà economiche in tutte le sue forme. In Cina, dove una sorta di armonizzazione, almeno per quanto concerne il diritto privato, è ampiamente in corso, da un punto di vista di diritto pubblico traspaiono ancora differenze abissali, forse incolmabili. Questo è il frutto di una tecnocrazia autoritaria che rischia di diventare un modello per molti paesi, soprattutto in Oriente, dove lo Stato di Mezzo ha costituito per secoli lo stato guida ed il modello culturale, esercitando una forma di appeal che Joseph Nye ha definito Sharp Power (7).
L’auspicio è che, lentamente, la millenaria aspirazione all’armonia, col suo forte substrato filosofico, possa scuotere questo sistema molto accentrato, in cui il presidente Xi Jinping si muove coi pieni poteri per il vasto consenso interno e per l’appoggio politico da parte del partito. Certamente le prime ripercussioni deriveranno dal nuovo grande gioco che, sul solco tracciato dal Grande Gioco che caratterizzò nei secoli scorsi i rapporti tra Russia e Regno Unito nell’Asia centrale, si sostanzia nel sogno cinese, attraverso tutta la progettualità messa in campo dal governo cinese, che alcuni hanno paragonato al nuovo piano Marshall, con i suoi faraoinici investimenti infrastrutturali fondati su strategie “win win” tra più di 70 paesi. Questa rete incredibile dovrebbe consentire al Paese del Centro di sostituire il “power vacuum” lasciato da Trump che, prima o poi, dovrebbe impattare sui fondamenti del pensiero occidentale: la democrazia, le libertà ed i diritti dell’uomo e del cittadino. Attualmente sembra però che il mondo stia procedendo utilizzando gli aspetti peggiori del capitalismo coniugati con la faccia più deteriore del comunismo.
L’auspicio è che l’umanità possa fare un passo ulteriore, prendendo quanto di meglio ha elaborato il pensiero occidentale in termini di libertà e tutela dei diritti dell’uomo e del cittadino con le vette più alte del pensiero orientale, fondate sull’armonia raggiunta attraverso il compimento dei propri doveri creando una nuova elica di valori, precipua del DNA umano, che non metta al centro il business e il denaro ma l’essere umano, titolare di diritti inviolabili ma anche di doveri inderogabili.

Elisabetta Esposito Martino

Articolo pubblicato su Mentinfuga il 10/5/2018

https://www.mentinfuga.com/la-cina-tra-hi-tech-e-sharp-power/


note:

(1) Il PIL cinese per il primo trimestre del 2018 è cresciuto oltre ogni attesa (+6,8%), grazie alla forte domanda dei consumatori, al buon andamento dell’export e degli investimenti immobiliari: https://it.reuters.com/article/businessNews/idITKBN1HO0TN-OITBS

(2) “La Cina della Rivoluzione Culturale e la Cina contemporanea ricordano un po’ il Medioevo ed il presente dell’Europa: un occidentale avrebbe dovuto vivere 400 anni per assistere agli stravolgimenti che i cinesi hanno visto in appena quarant’anni”. YU HUA, La Cina in dieci parole, Feltrinelli, Milano, 2012 pag. 10.

(3) Il XIII piano quinquennale per le riforme sociali ed economiche (中国五年计划 Zhōngguó wǔ nián jìhuà) è riferito agli anni 2016-2020 durante i quali si prevede tutta una serie di interventi che si possono reperire sui siti ufficiali cinesi: http://www.chinadaily.com.cn/china/13thfiveyearplan/index.html

Per una valutazione occidentale cfr: https://www.uscc.gov/Research/13th-five-year-plan

(4) Un quadro sui traguardi raggiunti dalla Cina in campo tecnologico, è contenuto un articolo pubblicato sul Caffè Geopolitico, scritto dalla stessa autrice il 22/1/2018: https://www.ilcaffegeopolitico.org/67753/silicon-valley-cinese-le-ambizioni-digitali-di-pechino

(5) Un’interessante intervista sugli argomenti trattati in questo articolo può essere ascoltata su Radio Cusano campus durante la trasmissione del 9/2/2018 “Il Mondo è piccolo” condotta da Daniel Moretti http://www.tag24.it/podcast/elisabetta-esposito-martino-ambizioni-digitali-cina/

(6) Ampi riferimenti alla normativa in questione possono essere trovati nel sito: https://chinacopyrightandmedia.wordpress.com/2016/11/02/cybersecurity-law-of-the-peoples-republic-of-china-third-reading-draft/

(7) L’articolo di JOSEPH S. NYE è stato pubblicato nel gennaio 2018 e può essere letto sul sito: https://www.project-syndicate.org/commentary/china-soft-and-sharp-power-by-joseph-s–nye-2018-01?barrier=accessreg

Pubblicato in frammenti di Cina, mondo digitale | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

“Un dì decisi di guardarmi dentro:
Vidi l’orgoglio… Lo calpestai;
L’alterigia… La scambiai con la semplicità;
La presunzione… La sostituii con la modestia;
Le critiche… Le cedetti ai miei nemici;
Qualche avere… Lo donai agli altri;
L’ostinazione… La trasformai in compiacenza;
L’egoismo… Lo gettai in mare;
Poi risi felice e, sentendomi più leggera, presi in prestito le ali da una farfalla e, volai in cielo.”

E sei volata in cielo mamma, il 7/05/16.

La tua bambina per sempre.

Pubblicato in Diario, ricordi | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Terzo Editto dei cento Fiori: Uno strano convoglio ha oggi attraversato Pechino…

Uno strano convoglio ha oggi attraversato Pechino, sceso da un treno che, in un primo momento, ha fatto pensare ad un nuovo pezzo di quella  metropolitana euroasiatica  delle nuove vie della seta, ma che, in realtà, blindato e corazzato, conteneva una delegazione nordcoreana, presieduta dallo stesso leader nord coreano, Kim Jong Un, un  martedì 27 marzo, per noi in occidente martedì Santo. Ad oggi nessuna conferma, ma nemmeno nessuna smentita.

Memore di un’antichissima usanza orientale, quella legata al vassallaggio, prima di vedere il presidente sudcoreano Moon Jae In e il presidente americano Donald Trump, Kim è andato presso le sale del trono del nuovo Imperatore celeste per stringere ancora di più i lacci di un legame millenario, reso più vivido nel XX secolo, quando una Cina ancora povera ma moralmente forte della sua vittoria contro l’Imperialismo occidentale ed i nemici di fuori ed interni, si affacciava sullo scenario internazionale appoggiando un piccolo paese, in fondo ingiustamente diviso da logiche spartitorie neocolonialiste. Ma questa è la storia e la storia la scrivono i vincitori. Oggi da un conflitto nucleare, negli ultimi anni più volte minacciato dal governo della corea del nord, non uscirebbero vincitori, ma solo terribili e imponderabili conseguenze, forse un pianeta disintegrato. Nessuno ai nostri giorni vuole nemmeno pensare a simili catastrofi e nelle logiche di Pechino, purtroppo, la difesa dei popoli oppressi è stata spesso un palcoscenico in cui rappresentare tragedie epocali, disprezzo dei diritti umani e logiche di dominio.

Oggi sul palco di una capitale blindata si rappresenta un nuovo episodio dell’Opera di Pechino in cui il novello sovrano, assegnato per ancora chissà quanti anni sul trono del Drago, deve investire il vassallo, assicurandogli appoggio e sostegno nel bel mezzo di una guerra commerciale, accompagnata da strali nel mar cinese meridionale. Il solo paventare la presenza americana ai confini della RPC forse sta convincendo Xi Jinping ad un’azione multi settoriale, che mantenga l’Impero di Mezzo nel mezzo degli equilibri geopolitici forse da ridefinire, ma non senza la Cina!, e se stesso al centro di un potere tanto più solido quanto suffragato dal benessere di una nuova superpotenza globale, il cui soft power della nuova ricchezza confuciana viene accompagnato, gioco forza, da un sempre meno recondito hard power.

In questo atto dell’opera di Pechino toccherà al  Paese del Calmo mattino fare la sua parte, come la storia, antica  e recente ci ricorda….

e se vuoi ricordare un po’ di cose ascolta qui:

https://auroraborealeorientale.wordpress.com/la-cina-e-il-mondo/quarta-intervista-su-radio-cusano-campus/

https://auroraborealeorientale.wordpress.com/la-cina-e-il-mondo/prima-intervista-a-radio-cusano-campus-2392016/

e per saperne di più rileggi qui:

https://auroraborealeorientale.wordpress.com/crisi-nel-mondo/dalla-corea-alla-corea-la-fine-della-storia-e-la-nascita-della-tragedia/

https://auroraborealeorientale.wordpress.com/la-corea-e-i-fantasmi-del-vietnam/

https://auroraborealeorientale.wordpress.com/2018/01/14/ruolo-della-cina-nella-risoluzione-della-crisi-nord-coreana/

https://auroraborealeorientale.wordpress.com/2016/10/18/cina-e-corea-del-nord-ii-comunismo-business-e-ordigni-nucleari/

https://auroraborealeorientale.wordpress.com/2016/09/05/cina-e-corea-del-nord-dalleta-imperiale-alla-guerra-fredda-prima-parte/

Pubblicato in editti dei cento fiori | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

Silicon Valley alla cinese: le ambizioni digitali di Pechino

Xi Jinping, il cui pensiero è stato posto dal XIX Congresso del Partito Comunista Cinese (PCC) allo stesso livello di quello di Mao, è il nuovo Timoniere che sta guidando Pechino verso la creazione di una Silicon Valley con caratteristiche cinesi che potrebbe, tra il 2025 ed il 2049, rovesciare gli equilibri tecnologici del mondo. Ma la strada per realizzare tale ambizioso obiettivo non appare priva di ostacoli e dilemmi

UNA CINA MODERNA È UNA CINA DIGITALE

Nel passato quinquennio, Xi Jinping ha prestato non poca attenzione alle risorse digitali, all’industria dell’informazione e della comunicazione, e ha incoraggiato una sempre maggiore cooperazione tra le principali imprese tecnologiche cinesi e lo Stato. Il rinnovo del mandato del segretario del PCC accelererà il raggiungimento degli obiettivi prefissati, che vedono nell’intelligenza artificiale una priorità nei piani di sviluppo del Paese, finalizzati a fare della Cina una superpotenza scientifica e tecnologica, intensificando gli investimenti in settori di frontiera come quello delle nanotecnologie, dei big data, del cloud computing e dei «quantum computers», i calcolatori di nuova generazione, basati sui principi della meccanica quantistica, che consentono ai sistemi elettronici di raggiungere livelli di velocità incredibili. La promessa di Xi è quella di aprire sempre di più le porte della Cina alle nuove tecnologie, scommettendo su un’ulteriore crescita dell’economia nei prossimi anni.

LA SILICON VALLEY CON CARATTERISTICHE CINESI

La Cina sta rilanciando una politica di investimenti ad hoc nel lungo periodo per porsi come diretto competitor dei giganti americani con le proprie mega-aziende hi -tech, tra le quali AlibabaBaiduTencentDJ.comDidiHuaweiXiaomi, che stanno forgiando il più grande mercato internauta del mondo con i suoi 700 milioni di utenti online. L’utilizzo della mole di dati che affluisce nei database di queste aziende, che catalogano ogni sorta di movimenti online, costituirà un banco di prova per la nuova amministrazione cinese, che dovrà dare indicazioni precise sui limiti invalicabili della privacy e della libertà dei privati cittadini. Una gestione autoritaria del cyberspazio può infatti produrre forme di sorveglianza preoccupanti ed inquietanti. Lo scorso aprile, durante la Conferenza di Lavoro sulla Cybersecurity e l’Informatizzazione, il Governo cinese ha indicato le strategie e le politiche guida da perseguire sotto la vigilanza di una apposita istituzione, “The Cyberspace Administration of China(CAC)”, incaricata di provvedere alla governance del cyberspazio, il cui cardine è la legge sulla cybersecurity. Le modalità applicative di questo impianto normativo costituiranno una sfida ulteriore per la nuova leadership del Dragone.

LA GOVERNANCE DEL CYBERSPAZIO

Human Rights Watch ha in effetti già stigmatizzato le modalità con cui il Governo cinese  si sta muovendo in questi spazi digitali, nei quali pare oltrepassare i limiti imposti dalla sicurezza, utilizzando in modo spregiudicato algoritmi e conoscenze biometriche multi-modali, con le correlate applicazioni in campo miliare. Così facendo il rischio di reindirizzare i controlli per monitorare e soffocare le forme più o meno esplicite di dissenso, sembra plausibile nella misura in cui la raccolta dei dati sui cittadini, le zone video controllate, la tracciabilità vadano oltre quanto necessario per combattere i traffici illeciti, la malavita ed il terrorismo. Il timore è che la tecnocrazia autoritaria della Cina possa diventare un modello attraente per i Paesi emergenti. Altrettanto controversa appare la nuova grande Muraglia,  il Great Firewall, creato dal Golden Shield Project, come baluardo impalpabile che difficilmente si rapporta con le comunicazioni web ultraveloci, grazie all’utilizzo delle più moderne teorie quantiche, già in parte in funzione. I rischi per il sistema Cina, come oggi è strutturato, non potranno essere trascurati da un’amministrazione accorta e lungimirante.

MADE IN CHINA 2025

Gli obiettivi strategici del gruppo dirigente eletto dal XIX Congresso prevedono un reale cambiamento strutturale, riassunto nelle “quattro R: resilienza, riduzione, ristrutturazione e robot, che dovrà essere portato a compimento entro il 2025, nonostante le contraddizioni quasi inevitabili per una realtà, come quella cinese, in continua trasformazione, caratterizzata da una crescita esponenziale in un contesto di estrema innovazione, che coinvolge tutto il futuro dell’industria secondo il piano Made in China 2025中国制造 (Zhōngguó zhìzào) 2025, per un’industria 4.0 con caratteristiche cinesi. Lo scopo è quello di ottimizzare i dieci principali settori industriali, applicando gli strumenti della tecnologia dell’informazione alla produzione, per contrastare la disomogeneità, aumentando l’efficienza e l’integrazione, e procedere con una crescita più sostenibile, attenta alla qualità e non solo alla quantità, rimodulata a favore dei consumi e dei servizi, con un’attenzione particolare al talento umano. Le innegabili trasformazioni tecnologiche, che hanno permesso alla Cina di primeggiare in molti settori, ad esempio l’alta velocità, risultano però ancora troppo legate all’ingerenza del Partito nell’economia e nella società. Appare quindi sempre più indispensabile procedere sul cammino delle riforme economiche e sociali, che richiedono un ripensamento del ruolo delle imprese statali, al fine di contrastare l’endemica piaga della corruzione e di ridurre la forbice delle diseguaglianze.

 

IL SOGNO CINESE PER IL 2049

La semplificazione amministrativa e la riforma fiscale, che si è tradotta in una riduzione delle imposte stimata in 500 miliardi di RMB (72,7 miliardi di USD) dal maggio 2016 e che ha permesso l’ingresso sul mercato di circa 13 milioni di PMI, soprattutto nei settori trainanti dell’innovazione, devono essere ulteriormente implementate per consentire strategie di sviluppo nuove, che nel Paese di Mezzo determinano effetti più incisivi in quanto in partesvincolate dalla logica del profitto, che condiziona pesantemente l’Occidente, ostaggio di lobby e corporation. L’obiettivo di lungo periodo viene fissato per il centenario della rivoluzione, anno in cui la Cina dovrebbe tornare a rivestire il ruolo di “Paese del Centro”, come accaduto per millenni. Questa leadership non sarà però più circoscritta al lontano Oriente, ma estesa a tutto il pianeta, come annunciato da Xi Jinping a Davos nel 2014 quando, come primo capo di Governo cinese a partecipare ad un Forum economico mondiale, ha rivendicato il ruolo di protagonista della globalizzazione per il Paese di Mezzo, che rappresenta la terza potenza commerciale del globo,  con un volume complessivo di importazioni ed esportazioni pari a 3690 miliardi di USD nel 2016, circa il 50 per cento del commercio mondiale.

 

…continua a leggere sul caffé geopolitico

https://www.ilcaffegeopolitico.org/67753/silicon-valley-cinese-le-ambizioni-digitali-di-pechino

 

Pubblicato in mondo digitale | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Verso un nuovo impero globale? Le ambizioni di Xi Jinping nel 2018

Per il Presidente cinese il nuovo anno sarà ricco di opportunità geopolitiche e economiche. Ma riuscirà a sfruttarle adeguatamente? 

 

Xi jinping (习近平主席 Xíjìnpíng zhǔxí) è il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, a capo della Commissione militare centrale (il vertice delle forze armate) e Segretario generale del partito comunista cinese, riconfermato lo scorso ottobre dal XIX Congresso. Al rinnovo del mandato il suo pensiero è stato aggiunto nello Statuto del Partito, accanto a quello di Mao.

Nel corso del 2017 il Presidente ha dato una poderosa spinta alle riforme, corroborate da un’efficace lotta alla corruzione. I successi economici, legati al consistente aumento dei consumi e del miglioramento nel settore dei servizi, al boom del mercato immobiliare e ad una moneta (RMB) forte nei confronti di un dollaro americano debole, sono stati l’asso nella manica di Xi Jinping,  che si è  presentato agli incontri con il neoeletto presidente americano con grande autorevolezza e come protagonista della governance mondiale. Xi Jinping  ha infatti  “calato” il Dragone nel “piatto” del vicino Oriente,  in Africa e persino in America per giocare una nuova partita del nuovo Grande Gioco, quello del Sogno Cinese: diventare una Grande Potenza, capace di riempire il power vacuum lasciato da Trump, insieme alla Russia, e forse, tra breve,  anche da sola.

A man takes photos of a party flag of Communist Party of China made with flowers, which promotes the 19th National Congress of the Communist Party of China (CPC), in Shanghai, China September 30, 2017. REUTERS/Aly Song

Nel 2018, a quarant’anni esatti dall’introduzione dell’economia di mercato in Cina, un sapiente mix tra pianificazione e liberismo economico che ha consentito al valore del PIL della Cina di moltiplicarsi per più di centodieci volte, il rieletto Presidente lancerà la sfida finale, fatta di sostenibilità e qualità con  nuovi motori di crescita: la produzione avanzata e il consumo medio-alto. Tutto fa presagire l’epocale sorpasso degli Stati Uniti, in relazione al tasso di crescita, ai consumi e persino al budget per la Difesa anche grazie all’ OBOR, le  nuove vie della seta per terra e per mare,  perno intorno al quale il governo cinese  con faraonici investimenti infrastrutturali tesserà una rete, con una progettualità supportata da strategie win-win,  che porterà la presenza dello Stato di Mezzo in tutti i continenti fino ai Poli. Il 2018 sarà quindi un anno cruciale per Xi Jinping che, potendo contare sull’appoggio di un’ampia maggioranza all’interno del Partito e su un vasto consenso tra la popolazione, rassicurata dal costante miglioramento del proprio benessere, dovrà lanciare definitivamente la Cina come grande Potenza promotrice e garante di nuovo ordine mondiale. Riuscirà Xi Jinping a riportare il Paese del Centro agli antichi splendori ed a rifondare un nuovo Impero Celeste, questa volta globalizzato? Le scommesse sono aperte…

Elisabetta Esposito Martino

continua a leggere il Il Giro del Mondo in 30 Caffè – 2018

sul Caffè geopolitico

https://www.ilcaffegeopolitico.org/category/temi/il-giro-del-mondo-in-30-caffe-2/girodelmondo2018

Pubblicato in Pagine Orientali/Cina | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

La crisi in Catalogna tra storia, politica e diritto

In  Catalogna, nonostante  la tensione centralista proveniente da Madrid, le elezioni del 21 dicembre 2017  hanno decretato per le tre forze indipendentiste (Erc-CatSì,  Cup  e JUNTSxCat), al governo nel Parlamento uscente,   la maggioranza assoluta dei seggi, (70 su 135) a fronte però di una conta dei voti che non ha loro permesso di superare il  47,5 per cento ed ha incoronato (mai termine fu più congruo!) come primo partito  il centrista unionista di Ciudadanos con 37 seggi. Il destituito presidente catalano, Puigdemont, dall’esilio belga ha dichiarato che la Repubblica catalana, proclamata il 27 ottobre 2017, ha vinto sulle pretese monarchiche veicolate con l’applicazione dell ‘articolo 155 della Costituzione. Il blocco nazionalista ha dichiarato di voler ricandidare Puigdemont suscitando un vespaio, in un contesto magmatico in cui si affrontano principi fondamentali costituzionalmente garantiti e difesa dell’ordine costituito, mentre l’economia di una regione fin ora ricca e prospera arranca.  Uscirà la Spagna da questo labirinto che la caratterizza da tanti troppi anni? Ma come si è arrivati a questo punto? Cerchiamo di dare ai nostri lettori qualche traccia…

«VOLEU QUE CATALUNYA SIGUI UN ESTAT INDEPENDENT EN FORMA DE REPÚBLICA?»

In un clima profondamente scosso dall’attentato terroristico del 17 agosto a Barcellona, il Presidente della Generalitat, Carles Puigdemont aveva indetto un referendum, fuori da ogni previsione costituzionale, che metteva in discussione, in poche parole , l’unità dello stato spagnolo e la monarchia. Il rocambolesco succedersi degli eventi  è culminato, prima, nella decisione dei  Mossos de Escuadra, la polizia catalana, di non rispondere agli ordini di Madrid, vigilando sui seggi e scontrandosi con  la Guardia Civil (diciamo che c’è stato qualche tafferuglio tra Mossos e Guardia Civil, ma nulla di diffuso), inviata ad impedire l’espressione del voto il 1°  ottobre 2017. L’esito referendario, nonostante le forti intimidazioni, ha avuto come conseguenza  la dichiarazione di indipendenza del 27 ottobre,  in aperta sfida al  governo centrale e in profondo contrasto con quanto previsto dall’art. 2 della Costituzione spagnola , che proclama l’indissolubile unità della nazione. L’intervento del sovrano non è riuscito, come prevede la Costituzione, ad arbitrare e moderare il funzionamento regolare delle istituzioni (art. 56 Cost..), come fece invece suo padre Juan Carlos, reagendo ad un tentativo di colpo di Stato (il golpe Tejero del 1981) con autorevolezza e determinazione, per la difesa dell’ordinamento democratico.

NUOVE ELEZIONI

La proclamazione dell’indipendenza della Catalogna, con un iter estraneo alla procedura costituzionale, ha comportato l’arresto, con l’accusa di sedizione e ribellione, del vicepresidente della Generalitatcatalana, di parte dell’esecutivo, mentre il presidente Carles Puigdemont fuggiva in Belgio. Il governo centrale ha sciolto il Parlamento catalano, convocando le elezioni per il prossimo 21 dicembre. Questa procedura, prevista dall’art.155 della Costituzione, costituisce uno strumento legislativo asimmetrico, ma comunque temporaneo. Le ansie separatiste catalane, affrontate per anni con diverse modalità, sono sfociate in una situazione che il governo di Madrid non ha saputo né prevenire né gestire, dimostrando un’intrinseca debolezza e una sostanziale incapacità di utilizzo degli strumenti giuridici fruibili per una risoluzione pacifica della controversia istituzionale. D’altro canto anche il governo catalano ha operato scelte a dir poco dissennate, che potrebbero preludere ad una vera e propria rivolta violenta, più volte invocata.

TRACCE DI SOVRANITA’

Le origini di questi eventi risalgono a molti secoli fa. Nel XII secolo si trovano riferimenti alla nazionalità dei Cathalani, parte dell’unione dinastica che diede vita al regno di Spagna. Successivamente le istituzioni catalane (Generalitat de Catalunya) furono protagoniste di tensioni e conflitti che determinarono la conquista di consistenti spazi di autonomia, fino alla fondazione della Repubblica catalana (1641-1652). Correva l’anno 1714, quando la Catalogna, in esito alla guerra di successione spagnola, perse ogni forma di indipendenza: ogni anno quindi, l’11 settembre, in ricordo di quell’evento, si celebra la Diada de Catalunya, la “festa nazionale” che ricorda la chiusura delle Generalitat, sede del Governo, e delle Cortes Catalanes (sede del Parlamento), e l’adozione obbligatoria della lingua castigliana. E’ questa la data, tradotta in minuti (17’14’), utilizzata dalla tifoseria della squadra del Barcellona per avviare i cori indipendentisti durante le partite di calcio, in particolare quelle contro il Real Madrid. Nel corso del ‘900  i catalani  hanno goduto di una brevissima indipendenza durante la II Repubblica (1931-1939), travolta dalla guerra civile che insanguinò la Spagna dal 1936 al 1939 fino all’instaurazione del regime di Franco. Dopo la morte nel 1975 del Caudillo  che aveva soffocato ogni velleità autonomistica, la struttura statuale spagnola si andò saldamente ancorando a uno stato di diritto democratico e sociale, con un assetto in cui trovavano ampie garanzie le comunità storicamente autonome: la Catalogna, la Galizia, l’Andalusia e il Paese Basco.

COMPROMESSI ISTITUZIONALI

La Costituzione, approvata nel 1978, rifletteva un peculiare processo, durante il quale si sarebbe generata una forma di regionalismo a doppio binario, qualora le singole province, oltre le comunità storiche, avessero deliberato di associarsi come comunità autonome. La centralità delle Cortes veniva temperata dalle competenze normative proprie del governo, dal ruolo forte degli enti territoriali autonomi e dalle facoltà di intervento repressivo del Tribunale Costituzionale, che svolge un ruolo di indubbia rilevanza e  non è indipendente dal potere politico. Il processo autonomistico, istituzionalizzato con l’approvazione dell’art.2 della Costituzione, fu il frutto di un compromesso tra le diverse tendenze (dall’UCD di Suarez al PSOE) che, nel corso degli anni ‘80, non si rivelarono ostili alle rivendicazioni delle nazionalità storiche, rimanendo sempre attente a tutelare l’unità della Spagna. La politica delle autonomie rimase però uno dei passaggi più delicati della vita delle istituzioni spagnole.

UNA STAGIONE DI RIFORME

Nel 1998, con la Dichiarazione di Barcellona, le nazionalità riproposero formalmente il riconoscimento della sovranità, mentre si riacutizzava lo scontro centro-periferia cui il governo Zapatero, sostenitore di una Spagna plurale, cercò di ovviare riavviando il processo di riforma degli statuti delle comunità autonome, sospeso negli anni precedenti. Il nuovo Statuto catalano venne approvato il 18 giugno 2006 con referendum regionale, ma  i popolari di Rajoy si opposero fermamente alla sua adozione. L’art.1 del Titolo I prevedeva che la Catalogna, in qualità di nazione, esercitasse il suo autogoverno sulla Comunità Autonoma, in accordo con la Costituzione e lo Statuto stesso, quale norma fondamentale. Il Senato non accolse la proposta originaria del Parlamento catalano, che definiva la Spagna uno stato plurinazionale, ma consentì, nel  testo varato, importanti spazi di autonomia, l’obbligatorietà della lingua catalananelle scuole e una più ampia gestione delle risorse economiche e finanziarie.

CONCERTAZIONE E SOLIDARIETA’

In un primo tempo, in effetti, il progetto catalano si era ben differenziato (soprattutto da quello basco, insanguinato dall’ETA) per la concertazione che lo aveva caratterizzato e per il rispetto della solidarietà interterritoriale. Inoltre, la possibilità concessa dallo Statuto di firmare trattati internazionali, subordinata all’autorizzazione dello Stato centrale, confermava il pieno rispetto dell’unità nazionale, in un equilibrio che molti definirono virtuoso, teso ad un rafforzamento delle sedi di raccordo intergovernativo. Il Partido Popular considerava però le previsioni statutarie catalane fonte di disgregazione, di instabilità sociale e foriere di uno sgretolamento dell’unità nazionale. Pertanto iniziò una forte contrapposizione tra il governo centrale e le periferie che portò a impugnare il procedimento utilizzato per l’approvazione della legge di riforma dello statuto catalano, perché si ravvisava in esso non una modifica statutaria ma una vera e propria riforma costituzionale.

BATTAGLIE LEGALI

Il Tribunal Constitucional, in un primo tempo, aveva rigettato la questione, ma poi la riprese e, con la famosa sentenza n.31 del 28 giugno 2010, abrogò la parte dello Statuto che riguardava gli obiettivi autonomistici ed eliminò il riferimento al termine “nazione” (catalana) dal Preambolo, spiegando che per nazione si deve intendere solo la Spagna, come regno cui inerisce l’esercizio della sovranità. La Catalogna rimase soggetto di diritto, ma non destinataria di poteri sovrani. In questa ottica non si prevede alcun potere di indire consultazioni referendarie in quanto tale materia è riservata alla competenza statale. Poco dopo, nel 2013, il governo Rajoy, dopo il fallimento dei negoziati sul Pacto Fiscal, impugnò una nuova risoluzione del parlamento catalano (la n. 5/X), con la quale veniva approvato il diritto di autodeterminazione, secondo il principio di legittimità democratica, partecipazione e legalità in senso addirittura europeista.

BATTAGLIE PROCEDURALI

Il Tribunale Costituzionale dichiarò l’incostituzionalità della previsione normativa, interpretando il derecho a decidir,  nel senso dell’impossibilità di  convocare  un referendum sull’indipendenza della Catalogna. In effetti, anche in base al diritto internazionale, il principio di autodeterminazione è percorribile solo qualora un popolo sia privato della propria indipendenza, come accadde durante il dominio coloniale, o qualora un  territorio sia stato occupato da un Paese straniero, oppure qualora un popolo, configurandosi come gruppo minoritario, sia privato dell’accesso al potere di governo e alle forme della rappresentanza politica. Diversamente non si configura alcun diritto di rompere l’unità dello Stato, se non  nel caso in cui sia espressamente riconosciuto dallo Stato stesso, come, ad esempio, è previsto nell’ordinamento giuridico della Gran Bretagna. In conclusione, la Catalogna non avrebbe dovuto prevedere consultazioni referendarie, ma avrebbe potuto presentare una proposta di riforma costituzionale, che le Cortes sarebbero state obbligate a prendere in esame. In questo progetto sarebbe stato possibile inserire una nuova norma costituzionale che prevedesse la possibilità per le autonomie di indire referendum con oggetto un quesito sull’indipendenza. Il tribunale Costituzionale spagnolo aveva in qualche modo indicato una procedura percorribile per un eventuale processo di autodeterminazione.

BATTAGLIE REFERENDARIE

Il Parlamento catalano, fermo nella sua determinazione, ha approvato nel 2014 una nuova legge, la n.10, che prevedeva il referendum consultivo e che ha dato luogo, come escamotage, a seguito di una nuova pronuncia del Tribunale costituzionale, a una semplice e non vincolante votazione spontanea, tenutasi il 9 novembre 2014, il cui esito, favorevole all’indipendenza, ha dato sostegno alle successive rivendicazioni. Approvata la Declaración de ruptura del 9-N, dichiarata incostituzionale, il governo catalano ha creato la Commissione di studio del processo costituente e poi ha indetto un altro referendum sull’indipendenza, nonostante le reiterate dichiarazioni di incostituzionalità del giudice delle leggi. Altre due norme sono state poi approvate per disciplinare lo svolgimento delle consultazioni, la transitorietà giuridica e la fondazione della Repubblica. L’epilogo di questo braccio di ferro è stata la dichiarazione unilaterale di indipendenza della Catalogna.

LABIRINTI E FILI DI ARIANNA

Tutte le contraddizioni della giovane democrazia spagnola, che Brenan definì come un labirinto, sembrano convogliate oggi in Catalogna. Le domande che ci poniamo sono tante ma, fra tutte, la più inquietante riguarda l’Europa. Sicuramente l’UE non ha alcun ruolo istituzionale in questa faccenda, che riguarda il diritto costituzionale e la geopolitica di una regione ricca e trainante per l’economia come quella catalana. Molti però si chiedono se, a fronte di una situazione così grave che si sta innescando all’interno di quelle frontiere che avrebbero dovuto abbracciare gli Stati Uniti d’Europa, lo spirito dei padri fondatori possa risvegliare il popolo europeo affinché abbandoni formalismi di bilanci e di monete, per quanto importanti, e ritorni a disegnare (attraverso proposte federali, per esempio) nuove immagini di un mondo fatto di dialogo, reciproca comprensione e certezza dei diritti dell’uomo e del cittadino. Nel frattempo molti, troppi stanno a osservare , da piazza Maidan al Kosovo, fino ad Hong Kong, per esempio, dove altre forme di indipendenza sono state chieste.

Elisabetta Esposito Martino

 

Gerald Brenan, nel suo testo The Spanish Labyrinth: An Account of the Social and Political Background of the Spanish Civil War, racconta del suo viaggio nella Spagna del 1919, tra le tensioni sociali e politiche che precedettero la guerra civile. L’uscita dal labirinto diviene così metafora di un intero Paese e della natura umana.

L’articolo  è stato pubblicato sul Caffé Geopolitico il 15/12/2017

https://www.ilcaffegeopolitico.org/66380/66380

Per gli aggiornamenti continuate a seguire questo blog , sulle tracce di aspetti interessanti del diritto costituzionale comparato …

 

Pubblicato in tracce di comparazione giuridica | Lascia un commento

RUOLO DELLA CINA NELLA RISOLUZIONE DELLA CRISI NORD COREANA

La questione Nord coreana rimane di costante attualità, anche dopo i colloqui intercorsi tra la Corea del nord e quella del sud, nella speranza di un riavvicinamento in vista delle Olimpiadi invernali, ma dietro gli sforzi dei due governi fratelli si ergono gli Stati Uniti e la Cina, due grandi che già in primavera avevano delineato le proprie intenzioni durante il Summit tenuto il 6 e 7 aprile a Mar-a-Lago, vicino Palm Beach, residenza  estiva dei presidenti americani.  Dopo quella data si sono aperte nuove prospettive, forse di un mondo trilaterale, in cui la Cina è chiamata ad aggiungere alle speranze di giustizia e di pace l’anelito all’armonia, 和谐社会 “héxiéshèhuì”,  quale “Paese in via di sviluppo responsabile”.

I punti caldi toccati sono stati molti: gli accordi di libero scambio per un’economia guidata dal XIII Piano quinquennale, di fronte alle minacce protezionistiche di Trump; Taiwan, per la quale non è in discussione la politica dell’unica Cina; infine la Corea del Nord con il programma nucleare di Kim Jong-Un ed i periodici lanci di missili balistici che minacciano tutto il Pacifico, a partire dai confini segnati dal ponte sul fiume Yalu, fino probabilmente alle più remote coste americane, e che stanno esaurendo la pazienza strategica americana, che vuole schierare il sistema antimissilistico Thaad.

E’ innegabile la necessità di porre un freno all’arroganza del dittatore nord coreano, a capo di un paese artificialmente diviso da logiche spartitorie ed espansionistiche, coniugate con interessi economici, intrecciati con la storia di vassallagio verso l’Impero Celeste, la cui stabilità è funzionale all’equilibrio politico ed economico della RPC, che può ridurre le esportazioni di carbone ed i vari tipi di sostegno economico

Ma questo summit, definito “molto arduo”, per le paventate guerre nucleari, convenzionali e commerciali, aveva preso una piega inaspettata la notte del 6 aprile, con la decisione di Trump, prontamente e gentilmente comunicata al proprio ospite, di lanciare 59 missili Tomahawk sulle basi siriane da cui, ma sicuro non è, è stato lanciato un attacco chimico a Khan Sheikhoune su civili inermi e tanti bambini. Dall’epoca di Saddam ancora si cercano armi chimiche, mentre il Dragone pare avallare la decisione della Casa Bianca che ha avvisato la grande madre Russia

Da questo mondo multilaterale, incapace di governance si passerà ad un mondo trilaterale? Solo la storia ce lo dirà…

qui il link all’intervista di Elisabetta Esposito Martino su Radio Cusano Campus

RUOLO DELLA CINA NELLA RISOLUZIONE DELLA CRISI NORD COREANA

(Puntata del  20 aprile  2017 de IL MONDO E’ PICCOLO una trasmissione di Daniel Moretti su  RADIO CUSANO CAMPUS)

collegio2

 

 

Pubblicato in frammenti di Cina, interviste | Contrassegnato , , , , | 1 commento

Buon Natale

 

LA NOTTE SANTA

di Guido Gozzano


– Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!
Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell’osteria potremo riposare,
ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.

Il campanile scocca
lentamente le sei.

– Avete un po’ di posto, o voi del Caval Grigio?
Un po’ di posto per me e per Giuseppe?
– Signori, ce ne duole: è notte di prodigio;
son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe

Il campanile scocca
lentamente le sette.

– Oste del Moro, avete un rifugio per noi?
Mia moglie più non regge ed io son così rotto!
– Tutto l’albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi:
Tentate al Cervo Bianco, quell’osteria più sotto.

Il campanile scocca
lentamente le otto.

– O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno
avete per dormire? Non ci mandate altrove!
– S’attende la cometa. Tutto l’albergo ho pieno
d’astronomi e di dotti, qui giunti d’ogni dove.

Il campanile scocca
lentamente le nove.

– Ostessa dei Tre Merli, pietà d’una sorella!
Pensate in quale stato e quanta strada feci!
– Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella.
Son negromanti, magi persiani, egizi, greci…

Il campanile scocca
lentamente le dieci.

– Oste di Cesarea… – Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?
L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame
non amo la miscela dell’alta e bassa gente.

Il campanile scocca
le undici lentamente.

La neve! – ecco una stalla! – Avrà posto per due?
– Che freddo! – Siamo a sosta – Ma quanta neve, quanta!
Un po’ ci scalderanno quell’asino e quel bue…
Maria già trascolora, divinamente affranta…

Il campanile scocca
La Mezzanotte Santa.

È nato!
Alleluja! Alleluja!

È nato il Sovrano Bambino.
La notte, che già fu sì buia,
risplende d’un astro divino.
Orsù, cornamuse, più gaje
suonate; squillate, campane!
Venite, pastori e massaie,
o genti vicine e lontane!

Non sete, non molli tappeti,
ma, come nei libri hanno detto
da quattro mill’anni i Profeti,
un poco di paglia ha per letto.
Per quattro mill’anni s’attese
quest’ora su tutte le ore.
È nato! È nato il Signore!
È nato nel nostro paese!
Risplende d’un astro divino
La notte che già fu sì buia.
È nato il Sovrano Bambino.

È nato!
Alleluja! Alleluja!

 

Pubblicato in frammenti di Cina | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Oltre lo spettacolo del Congresso (II): una nuova era per la Cina

Mentre si chiudeva la prima sessione plenaria del XIX Congresso del PCC si apriva, per la Cina e per il mondo, un nuovo capitolo di storia. Il rieletto Presidente Xi Jinping, nuovo Grande Timoniere di Pechino, ha infatti fatto diverse promesse importanti che mirano a far entrare il socialismo con caratteristiche cinesi in una nuova era.

Seconda parte dello speciale del Caffè Geopolitico sul Congresso di Pechino. La prima è qui.

LE PRIORITÀ E LE CRITICITÀ DEL SECONDO MANDATO

Xi Jinping ha conquistato nell’ambito dell’establishment cinese e, innegabilmente, anche tra la popolazione un consenso molto diffuso che gli ha permesso di concludere il primo plenum, con cui tradizionalmente si chiude il Congresso del Partito Comunista cinese, con una vittoria su tutti i fronti, con la quale potrà procedere speditamente sulla strada delle riforme, già tracciata nel corso del primo mandato, cui abbiamo accennato nel primo articolo di questo speciale. Il pensiero di Xi Jinping, definito “Presidente di tutto”, che è stato inserito accanto a quello di Mao nello Statuto del partito, farà della Cina, entro il 2049, una nazione potente, prospera, moderna, democratica, socialista, armoniosa e bella per quella rinascita che consentirà al Paese di tornare ad essere il centro del mondo, come indicato nel nome stesso di Cina in cinese: Zhong Guo, il Paese del Centro. Ma che cosa intende il neoeletto segretario del Partito con questi aggettivi? Riuscirà davvero a far risorgere la Cina culturalmente e moralmente, non perdendo di vista l’ambiente, l’economia e l’ideologia?  Quali criticità si profilano all’orizzonte?

UNA NAZIONE POTENTE

Il cammino avviato con la fondazione della Repubblica popolare, che ha permesso alla Cina di uscire dal cortile di casa e diventare a tutti gli effetti una nazione potente, è ormai quasi al traguardo e viene annunciata una nuova era in cui il Paese di Mezzo rivestirà sempre di più un ruolo da protagonista nello scacchiere internazionale. E come un novello imperatore celeste, garante dell’armonia tra cielo e terra, Xi Jinping si pone di fronte alle sfide del nuovo millennio per modulare una nuova estetica del potere con caratteristiche cinesi. La nuova leadership dovrà a questo punto fare i conti con la tecnocrazia, che in Occidente muove le leve dell’egemonia, attraverso tutti i cluster che producono tecnologia per ogni uso, anche militare.  Amazon, Apple, Facebook, Google e Microsoft, pur potendo condizionare pesantemente i Governi e controllare i singoli, hanno però prosperato all’interno di società democratiche, in cui la libertà e la privacy vengono tutelate e garantite. In questo contesto è stato possibile declinare il capitale con la scienza e l’innovazione per offrire modelli che, con i loro simboli (la Silicon Valley), hanno creato, oltre ad un immenso potere finanziario ed economico, una leadership culturale ed un rinnovato soft power. Saprà la Cina fare di meglio?

LE VIE DELLA SETA DIGITALE DEL XXI SECOLO

Il nuovo mandato di Xi accelererà il raggiungimento degli obiettivi prefissati con i piani di sviluppo che porteranno alla costruzione di una superpotenza scientifica e tecnologica di qualità, intensificando la cooperazione in settori di frontiera per la costruzione di città intelligenti, nuovi caravanserragli delle Vie della Seta digitali del XXI secolo. Secondo quanto previsto dall’OBOR,  i centri,  attraversati dalle carovane che collegavano l’Oriente e l’Occidente, saranno destinatari di investimenti infrastrutturali per miliardie di programmi di interventi dedicati alla trasformazione digitale ed informatica. La Cina lancia così la sua sfida al primato del Nord America per quanto attiene ai fondi stanziati per le smart city (118,5 miliardi di dollari nel 2016, 244,5 miliardi nel 2021). Secondo quanto diffuso dal Ministero cinese dell’Industria e dell’Informazione tecnologica, il programma di investimenti digitali in questo campo raggiungerà la cifra di  610 miliardi di dollari nel 2020 (circa 4.000 miliardi di yuan).

CINA BELLA CON LA GREEN ECONOMY

A febbraio del 2016 anche il Ministero dell’Ambiente cinese ha avviato tutta una serie di programmi fortemente innovativi, per implementare la green economy, attraverso la costruzione di città ecosostenibili in tutto il Paese, che si aggiungeranno a circa l’80% delle città cinesi i cui piani di sviluppo ricalcano quanto previsto per le città intelligenti. Il Governo ha predisposto non solo strumenti finanziari, i green bond, ma, durante il Congresso, ha anche annunciato la creazione di una Commissione centraleper la gestione di tutto il “capitale di risorse naturali”, per rendere compatibile con le esigenze ecologiche il panorama urbano del nuovo millennio, accelerando l’integrazione tra Internet, i meta dati e l’intelligenza artificiale con l’economia reale, elaborando raffinati strumenti per il risparmio energetico e per la diminuzione dell’inquinamento. Il Governo di Xi dovrà cavalcare l’onda resa anomala dalla politica americana, che ha abbandonato l’impegno ecologico, e farsi portabandiera della lotta contro il global warming.

LA LEGITTIMAZIONE DELLA PROSPERITÀ

Molte di queste sfide rischiano di mettere a repentaglio l’armonia vagheggiata da Xi, ma la situazione più difficile da affrontare riguarda certamente la ripartizione della ricchezza tra i cittadini cinesi. Il pensiero di Xi Jinping non ritorna comunque sulle strade dell’uguaglianza eretta a sistema, come ai tempi di Mao, ma prende atto delle disparità, acquisite nell’immaginario del cinese medio dalla tradizione confuciana, cercando di assicurare a tutti un certo livello di agiatezza, garantita per ora non solo da un PIL che, nel terzo trimestre del 2017 è cresciuto del 6,8%, ma soprattutto da un costante miglioramento delle condizioni di vita. Questo benessere di cui oggi gode una grossa fetta dell’immensa popolazione cinese funge da garante della legittimità del Governo che, in fondo, ha saputo assicurare una agiatezza che, non dimentichiamolo, era impensabile all’indomani della fine della rivoluzione culturale, che aveva lasciato un Paese, già afflitto negli ultimi secoli da una profonda crisi, distrutto economicamente e snaturato culturalmente.

CONSENSO E MANDATO CELESTE

Il consenso di cui gode il PCC trova la sua matrice nell’antichissima tradizione cinese del Mandato del Cielo ( 天命 tiān mìng) utilizzato per legittimare le dinastie imperiali, che poteva essere revocato, qualora il cielo mandasse segni inequivocabili (carestie, inondazioni, terremoti..) della perdita del mandato stesso. La ribellione che fosse sorta dalle conseguenze di ogni genere di calamità, cui un sovrano non fosse stato capace di far fronte, coronata da successo, era considerata una prova che il «Mandato del Cielo» era passato ad altri, in grado di riportare l’Impero di Mezzo in armonia. Questa concezione, utilizzata da Mao per legittimare la rivoluzione comunista, permette ancora oggi al partito una guida indiscussa, quasi in simbiosi col popolo, ed al suo apparato la gestione di una vera e propria rinascita, come proclamato da Xi Jinping, che permetta alla popolazione cinese di godere, all’interno, di un livello di vita sempre migliore e, all’esterno, di affermarsi tra i grandi del mondo.

UNA CINA DEMOCRATICA E SOCIALISTA

Questa leadership deve quindi prestare la massima attenzione alla possibilità che…

continua a leggere sul caffé geopolitico…

https://www.ilcaffegeopolitico.org/60404/oltre-lo-spettacolo-del-congresso-ii-una-nuova-era-per-la-cina

SCRITTO DA ELISABETTA ESPOSITO MARTINO

PUBBLICATO SUL CAFFè GEOPOLITICO IL 7/11/2017

Pubblicato in Schegge di geopolitica | Contrassegnato , , , | Lascia un commento