Trump l’anticinese e le lusinghe di Alibaba

In 3 sorsi – In un momento di estrema freddezza tra gli USA e la Cina, in cui si è rimessa in discussione persino la politica dell’unica Cina, il magnate che è nel Presidente Trump non resiste al creatore della più grande impresa dell’e-commerce, Jack Ma, che promette investimenti e posti di lavoro per gli americani. Cui prodest?

1. USA VS CINA? – Il mondo si sveglia all’alba del 2017 in allarme per il contenzioso tra Cina e Stati Uniti, che vede il nuovo Presidente americano Trump sempre più propenso ad adottare una linea dura contro il Dragone, ordinando ai suoi una calorosa accoglienza nel continente americano per la Presidente della Repubblica di Cina e nominando il falco Peter Navarro a capo del White House Trade Council, mentre il Governo cinese invia una portaerei nello stretto di Taiwan, traducendo così le ansie di vendetta per la telefonata tra Trump e Tsai Ing-wen.

 

2. ALIBABA ALLA TRUMP TOWER – Le minacce sempre più concrete di una guerra, non solo tariffaria e valutaria, tra le due più grandi economie del mondo pare però sgonfiarsi improvvisamente quando l’ideatore di Alibaba, Jack Ma, forte del sostegno di Xi Jinping, con una mossa a sorpresa (una specie di “colpo del barbiere”) dà scacco matto ai catastrofisti e riesce non solo ad incontrare il Presidente eletto nella sua Tower, a meno di dieci giorni dal giuramento, ma, soprattutto, ottiene assicurazioni sui futuri rapporti economici tra i due Paesi, leader di questo mondo liquido, che assiste attonito alla progettualità di un tycoon interessato a sostenere le MPI americane, permettendo loro l’accesso alla piattaforma telematica di Alibaba per vendere prodotti made in USA nel territorio cinese, sulla scia dei 7.000 grandi marchi americani che hanno utilizzato nel 2016  la piattaforma Tmall Alibaba, incassando circa  15 miliardi di dollari. Una idea geniale per stimolare la domanda di beni da parte di un popolo caratterizzato ancora da un’altissima propensione al risparmio, ma che sta oggi sempre più subendo il fascino del consumismo, ed un’ancora di salvezza per l’economia statunitense ancora boccheggiante, che cresce solo di un terzo rispetto all’economia dello Stato di Mezzo.

 

3. IL PRAGMATISMO PREVALE – The Donald ……..

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La Brexit al casello cinese: sogni ambiziosi e scomode realtà

La decisione britannica di lasciare la UE è stata presentata da molti analisti come un grande successo per la Cina, pronta a sfruttare l’occasione per rafforzare la propria influenza economica a livello mondiale. Ma è davvero così? Cosa pensa realmente Pechino della Brexit? E in che modo il divorzio tra Londra e Bruxelles influenzerà il futuro delle relazioni anglo-cinesi, rese problematiche da conflitti di visioni strategiche e interessi economici?

IL VASO DI PANDORA – La Premier Theresa May sta elaborando nuove strategie per far fronte all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, rivedendo posizioni pregresse e adottando tattiche in fieri, in particolare  nelle relazioni con la Cina, che andranno riconsiderate in una nuova ottica. Uno dei compiti più importanti del nuovo Governo inglese sarà quello di ridisegnare sia la portata che le modalità dei rapporti internazionali, anche per riuscire ad affrontare le incognite legate all’impatto del Leave nel lungo periodo e a fronte, tra l’altro, dello stallo nel riconoscimento alla RPC, da parte dell’ UE, dello status di economia di mercato.  Un intreccio di situazioni che, come ha scritto il Global Times, apre un autentico vaso di Pandora.
La nuova leadership britannica dovrà necessariamente ridiscutere lo sviluppo infrastrutturale, in cui il ruolo di Pechino non è stato, in passato,  certo secondario, se si considerano i finanziamenti stanziati per le nuove centrali nucleari e gli impianti petroliferi di ultima generazione. Gli accordi per più di 40 miliardi firmati lo scorso anno tra Osborne e Xi Jinping, nel quadro delle iniziative speciali che, secondo David Cameron, avrebbero dovuto avviare un “decennio d’oro” nei rapporti tra i due Paesi, hanno rappresentato un significativo salto in avanti per il Going Out, cioè la strategia di penetrazione delle imprese cinesi all’estero, ma sono stati ferocemente osteggiati da vasti strati dell’opinione pubblica britannica che hanno accusato Downing Street di aver svenduto per business i valori democratici. Ora la nuova Premier sta rivedendo molte posizioni, non più scontate, congelando anche per motivi di sicurezza nazionale il progetto di  Hinkley Point  assegnato alla China General Nuclear Power Company per 24 miliardi, in un marasma politico diffuso che l’Economist ha definito “anarchia nel Regno Unito”.

UN MOMENTO STORICO CRUCIALE – Da parte sua la leadership di Pechino guarda con preoccupazione al collasso delle attività imprenditoriali britanniche seguito all’esito inaspettato del referendum, che ha riportato il Paese d’Oltremanica ai livelli del 2009, quando imperversava la crisi globale. La Cina, le cui esportazioni con l’Unione Europea raggiungono il 16% del totale, perde la testa di ponte che la Gran Bretagna rappresentava verso l’Unione Europea, ma anche e soprattutto la principale piazza finanziaria per l’internazionalizzazione del renminbi. Si teme che l’uscita del Regno Unito dalla UE possa comportare riflessi non di poco conto sia sui mercati valutari, favorendo una serie di dinamiche dagli esiti non prevedibili, che per la Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture (AIIB) e per i vari programmi che hanno lo scopo di far rivivere le antiche Vie della Seta tra la Cina e i suoi vicini attraverso cospicui investimenti.

Il Regno Unito, avvezzo ad una dimensione di internazionalizzazione, conta a sua volta sull’ancora di salvezza dei mercati extraeuropei, soprattutto per i prodotti finanziari. In questa nuova ottica si possono leggere i contatti intrapresi con la leadership cinese da Philip Hammond, nuovo Cancelliere dello Scacchiere, giunto nella RPC per la riunione dei Ministri delle Finanze e dei Governatori delle Banche centrali dei 20 Paesi che costituiscono le economie sviluppate e quelle emergenti, per il vertice del G20 di Hangzhou, tenutosi il 4 e 5 settembre 2016. Nel comunicato finale dell’incontro le difficoltà legate ai molteplici conflitti geopolitici in corso (tacendo del golpe turco), dal terrorismo globale al problema dei rifugiati, sono state oggetto di una parziale rilettura post-Brexit. Questo evento, definito come inaspettato, potrebbe peggiorare le diffuse debolezze strutturali del mondo globalizzato, in un momento in cui è più che mai necessaria una politica coordinata, soprattutto per i tassi di cambio, per incrementare la produzione con ogni strumento disponibile, con la consapevolezza che la politica monetaria da sola non possa portare a una crescita equilibrata.

SFIDE STRATEGICHE INTERCONNESSE – Il Governo britannico, da parte sua, ha assicurato l’apertura dei propri mercati (che naturalmente attraggono soprattutto le imprese cinesi per gli assets diventati più appetibili), ma deve ponderare sapientemente la bilancia commerciale e gli investimenti esteri con la sicurezza nazionale ed i diritti umani, nella necessità di costruire nuove relazioni multilivello, fuori  dall’Unione Europea e dalle organizzazioni ad essa legate, che stanno attraendo la Gran Bretagna nell’orbita delle posizioni americane. Sul piatto dei nuovi equilibri pesa l’incognita della candidatura di Trump, sostenitore di una non ben identificata forma di protezionismo, correlata ad una sfida aperta al Governo di Pechino, accusato di manipolare le valute e l’economia con grosse ripercussioni sul deficit americano e dei Paesi occidentali. D’altro canto, bisogna considerare la partita che la Russia sta giocando per ricostruire la sua tradizionale zona d’influenza nei territori dell’ex URSS, erodendo gli spazi dell’Europa e della NATO, mentre la Cina, intenta a tessere la tela del sogno cinese, non rimarrà sicuramente spettatrice.

CINA SALVAGENTE DELLA BREXIT? – Il questo contesto il G20 diventa una  piattaforma  di rinnovato  lancio per una Cina che, fino a pochi mesi fa, era additata come causa di vulnerabilità dei mercati internazionali, nel timore di un hard landing e di una destabilizzazione di un mercato globale stagnante, sia per gli esiti della sua politica monetaria che per l’overcapacity che produce eccessive esportazioni di acciaio e metallo, cui sono legate le pratiche di dumping. Oggi il fuoco incrociato prodotto da questi fattori di instabilità, insieme alla forte fluttuazione delle materie prime e alla bassa inflazione di alcuni Paesi, sta permettendo a Pechino, già incamminata verso una politica monetaria e fiscale ricalibrata, di interfacciarsi come il più grande Paese in via di sviluppo, che si assume la responsabilità di mantenere e ampliare i diritti e gli interessi degli altri Paesi emergenti, e di presentarsi addirittura come ancora di stabilità per l’economia globale, come sostenuto ripetutamente dal Premier Li Keqiang. Svoltosi con grande pomposità, il G20 di Hangzhou, anche in seguito alla Brexit, si configura quindi come una dimostrazione della crescente influenza sulla scena internazionale di una Cina pronta a guidare il mondo verso una crescita forte, sostenibile, equilibrata e inclusiva, fondata sull’innovazione.

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Quarta intervista su Radio Cusano Campus

Il nuovo anno 2017 si apre con una nuova intervista ad Elisabetta Esposito Martino del  Caffè Geopolitico per la trasmissione “IL MONDO È PICCOLO”, condotta da Daniel Moretti, in cui si mettono sotto la lente d’ingrandimento di Radio Cusano Campus  gli equilibri e gli squilibri della geopolitica.

In questa puntata  si commentano i twitter diffusi da Trump il 3/1/2016 in cui, tra l’altro, si accusa la Cina di aver preso enormi quantità di denaro e di ricchezza dagli Usa, in un commercio totalmente a senso unico, senza dare una mano sulla Corea del Nord.  Il messaggio si conclude con un  “Nice”…che è tutto un programma…I social da una parte all’altra del mondo sono sobbalzati, sulla scia della campagna elettorale appena conclusa.

Noi del Caffè abbiamo riflettuto su queste accuse, subito smentite dal portavoce di Pechino, Geng Shuan, il quale ha ricordato l’impegno cinese sulla denuclearizzazione della Corea del Nord, frutto dell’atteggiamento responsabile di Pechino. Inoltre, nella sua qualità di membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, non solo la RPC non ha posto alcun veto ma ha partecipato attivamente alle discussioni, votando a favore delle risoluzioni di cui ricordiamo l’ultima, il 30/11/2016 n. 2321, che ha imposto pesanti restrizioni commerciali e finanziarie a Pyongyang, in risposta ai lanci di missili balistici ed ai test su testate nucleari e sui missili Musudan.

I timori americani, che si possono scorgere nella recente nomina di Peter Navarro, autore del libro e documentario “Death by China“,  a capo del White House National Trade Council, si possono intuire guardando la copertina del libro,

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che riflette l’immaginario degli americani, mentre i cinesi si trovano ancora in una posizione interlocutoria ed attendono il nuovo anno del gallo erigendo, come accaduto a Taiyuan, nello Shanxi, un’enorme statua di gallo dalle sembianze troppo simili a quelle di Trump…

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Queste diatribe si intrecciano nell’attesa del 20/1/2017, giorno del giuramento di Trump, ma si riconnettono anche ad un altro evento, raccontato alla fine del 2016 sulle pagine del Caffè Geopolitico da Elisabetta Esposito Martino: il 150° anniversario della nascita di Sun Yat-sen.

In questo articolo si ripercorre brevemente la storia del medico, considerato unanimemente il fondatore della Nuova Cina, in un momento in cui in Cina si sognavano sogni diversi…ma ancora oggi il sogno cinese viene declinato diversamente …

a Taiwan si ricorda Sun Yat-sen come costituzionalista, geniale ideatore di una Carta modulata sui checks and balances, derivati dai cinque poteri, che vedono aggiungersi ai tre tradizionali di Montesquieu  i due della tradizione cinese: il Censorato e gli esami, che hanno permesso alla Repubblica di Cina di approdare ad una compiuta democrazia, forse l’unica di tutto l’Oriente. La nuova presidente di Taiwan cerca ora nuovi spazi, per divincolarsi dalle maglie della RPC sperando in Trump…

a Pechino si celebra solennemente l’anniversario ricordando i tre principi del popolo di Sun Yat-sen, sottolineando come il benessere del popolo deve portare le masse verso un rinnovato impegno ed i funzionari ad una maggiore sensibilità verso i bisogni del popolo, rigettando la corruzione ed ogni separatismo ricordando che esiste un’unica Cina, che nessuno potrà mai più dividere…

ad Hong Kong si ricorda Sun Yat-sen come colui che veicolò in Cina la democrazia, di cui nemmeno esisteva il carattere corrispondente, mentre è scosso nell’isola lo stato di diritto e vengono espulsi deputati democraticamente eletti…

ma il sogno cinese, se diventa il sogno della prima superpotenza globale dovrà prima o poi fare i conti con le aspirazioni democratiche che solo Sun Yat-sen seppe armoniosamente rielaborare in un sapiente mixage tra i più preziosi valori della tradizione occidentale con quelli veicolati dai settemila anni di civiltà cinese.

IL PODCAST DELL’INTERVISTA  http://www.tag24.it/podcast/elisabetta-esposito-martino-corea-del-nord/

 

IL LINK ALL’ARTICOLO

Sognare sogni diversi: Sun Yat-sen visto da tre prospettive

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Sognare sogni diversi: Sun Yat-sen visto da tre prospettive

In Cina si sono susseguite senza sosta le commemorazioni per i 150 anni dalla nascita di Sun Yat-sen, considerato unanimemente il fondatore della nuova Cina, quasi venerato nella RPC, a Taiwan e a Hong Kong, ma con ottiche molto diverse, che svelano sogni diversi, allora come oggi

LA FINE DELL’IMPERO CELESTE – Un antico proverbio cinese ben rappresenta l’anima della vecchia (e in fondo anche della nuova) Cina: “Due esseri umani possono dormire nello stesso letto e sognare sogni diversi”. Di conseguenza, prima del collasso definitivo dell’Impero celeste, molti avevano sognato un rinnovamento, ma ognuno con una diversa peculiarità. In effetti, sia il movimento repubblicano che quello riformista, che avevano dato la spallata finale ad uno Stato già in bilico, volevano cambiare la Cina, ma guardando ad orizzonti opposti, che solo Sun Yat-sen, eletto primo Presidente provvisoriodella Repubblica (1911-12), dopo aver rovesciato il regime imperiale, tentò di tenere insieme, fino alla sua morte, avvenuta nel 1925, percorrendo un cammino veramente nuovo in un contesto molto difficile. Per questo Sun è lo statista unanimemente considerato Padre della Patria, ad Hong Kong come a Taiwan, ammirato da Mao come da tutti i suoi successori fino a Xi Jinping.

I TRE PRINCIPI DEL POPOLO – Il pensiero di Sun Yat-sen si esprime nei “tre principi del popolo”: nazionalismo, democrazia e benessere del popolo”, che hanno costituito il cardine della sua azione politica, in un’ottica completamente nuova, la cui attualità è ancora adesso quasi sorprendente. Il Governo, diceva Sun, doveva favorire lo sviluppo tecnologico ed accogliere il sistema rappresentativo, rifiutando però lo sfruttamento derivante dal capitalismo. Questa idea, che permise alla Cina di approdare ad un’era nuova, è ancora oggi dibattuta (in relazione all’industrializzazione allora, alla globalizzazione ora) e su di essa si declinano le diversità che spesso separano Pechino, Hong Kong e Taipei, per il ruolo dello Stato rispetto al sistema economico, ma, soprattutto, per le diverse interpretazioni della partecipazione popolare alla direzione della cosa pubblica. Il secondo principio, il nazionalismo, aveva fatto irruzione nell’Impero Celeste con l’incontro/scontro con le potenze europee, e aveva lasciato profondamente interdetto uno Stato fondato su una concezione culturalista strettamente sinocentrica, il cui collante non era l’identità nazionale ma la tradizione confuciana, che segnava il confine tra civiltà e barbarie. Sun seppe reinterpretare l’idea di nazione, facendone un principio composito, radicato nei valori confuciani che esaltavano l’altruismo, lo spirito pacifico, il rispetto, l’agire retto e secondo coscienza, ma teso a costruire un’identità nazionale nuova. Questa dottrina, sincretica ed originale, unì sapientemente tradizione e innovazione, creando in Cina, per la prima volta, l’idea di Stato moderno.

LA DEMOCRAZIA SECONDO SUN YAT-SEN – Il terzo principio era definito potere del popolo, cioè “democrazia”, ma di tale termine non vi era allora traccia nei dizionari. Sun lo rielaborò sapientemente, contribuendo a diffondere in Cina le idee di libertà e di salvaguardia dei diritti individuali in cui confluivano le istituzioni autoctone che avevano permesso quell’uguaglianza alla radice che l’Occidente ha conosciuto solo in tempi recenti, e cioè il sistema degli esami ed il Censorato. In effetti in Cina, per secoli, l’accesso alle cariche pubbliche non era riservato alle famiglie nobiliari, ma avveniva dopo aver superato esami sempre più difficili controllati, come tutta l’attività di governo, da organi a ciò preposti, che configuravano un’organizzazione dello Stato fondata sulla divisione in cinque poteri. La grandezza del primo Presidente consiste nell’aver compreso l’impossibilità di trapiantare nella sua terra i principi che hanno reso l’Occidente il faro della civiltà moderna, senza il filtro dei settemila anni durante i quali la cultura cinese ha declinato una diversa civiltà, altrettanto importante in quella parte del mondo.

INFLUENZE IDEOLOGICHE – I tre principi del popolo esercitarono sul Partito Comunista un’influenza notevole: più volte furono presi a sostegno per reinterpretare l’ideologia marxista-leninista in chiave cinese, focalizzando il ruolo delle masse, fonte di quel consenso che diede a Mao l’arma decisiva per la vittoria. Ancora oggi la Cina tiene in grande considerazione quell’idea di nazione elaborata dal fondatore della patria, che costituisce il fondamento della politica estera volta a costruire, lentamente ma forse inesorabilmente, l’immagine di nuova superpotenza globale. In questa ottica si possono leggere le numerose celebrazioni organizzate in tutto il territorio cinese per celebrare il centocinquantesimo anniversario della nascita del signor Sun Yat-sen.

NESSUNO DIVIDERÀ LA CINA – Queste manifestazioni hanno costituito l’occasione per ricordare al popolo la necessità di mantenere vivo lo spirito combattivo del fondatore e ai funzionari quella di rispondere ai bisogni della gente.  In questa ottica sono stati rievocati i tre principi del popolo per spingere ancora di più l’acceleratore sulla modernizzazione, allo scopo, ora come allora, di rivitalizzare la madrepatria, tenendo sveglia la coscienza nazionale.  Lo stesso Xi Jinping ha dedicato a Sun Yat-sen una commemorazione solenne, ribadendo la ferma opposizione ad ogni forma di separatismo, contro cui egli aveva strenuamente combattuto, ed ha riproposto ancora una volta la concezione unitaria dello Stato come dato squisitamente culturale, caro alla tradizione cinese, da cui deriva  il concetto di unica Cina, richiamato a più riprese, soprattutto dopo la destabilizzante telefonata intercorsa tra Trump e la Presidente della Repubblica di Cina.

VISIONE DELLA REPUBBLICA DI CINA – Dalla sponda opposta dello stretto, il Governo di Taiwan ha celebrato il 150° anniversario della nascita del Padre della patria, ma da un’altra angolazione, sottolineando cioè il contributo alla nascita del costituzionalismo moderno dato da Sun Yat-sen e patrocinando, tra i molti eventi, una mostra fotografica ad Honolulu, dove furono  gettati i semi che hanno poi permesso la prima fioritura democratica nella Cina repubblicana. Al principio di democrazia, come elaborato da Sun, si richiama la Presidente Tsai Ing-Wen, alla guida del partito progressista e indipendentista (DPP), che ha vinto le elezioni sulla scia delle proteste suscitate dall’avvicinamento tra il Guomindang e Pechino. La nuova leader di Taipei ha rinsaldato la sua posizione internazionale glissando elegantemente sul “Consensus” del 1992, l’accordo stilato tra le due Cine volto a riconoscere una “unica Cina”, anche se con diverse sfumature. La telefonata  al neo-eletto presidente degli Usa sembra rispondere ai timori e alle richieste di molti intellettuali che hanno persino proposto di togliere le raffigurazioni del padre della patria dagli uffici pubblici per stigmatizzare la strumentalizzazione del pensiero di Sun, che la Cina comunista opera, e non da ora, nella speranza che la nuova politica americana permetta all’isola di ritagliarsi una posizione più solida nell’area del Sud-est asiatico, che Pechino starebbe fagocitando.

SUN YAT-SEN CELEBRATO A HONG KONG – Anche nell’isola, utilizzata dal padre della Cina moderna come base del movimento rivoluzionario ed in cui egli trovò sicuro rifugio, sono stati numerosi i festeggiamenti, e hanno costituito un’occasione unica per sostenere, almeno indirettamente, i componenti del Legco, il Parlamento di Hong Kong, che si sono rifiutati di giurare fedeltà alla RPC, riaprendo gli ombrelli gialli, simbolo del movimento Occupy Central e riaccendendo proteste e scontri, soprattutto dopo la reazione di Pechino che, considerando il giuramento invalido, ha decretato l’espulsione dall’Assemblea di deputati democraticamente eletti dal popolo, in un contenzioso aperto di cui si paventano risvolti inquietanti in panorami distopici come quello evocato dal film  Ten years.

ANCORA SOGNI DIVERSI – continua a leggere sul Caffé Geopolitico

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Auguri a tutti

Un caro augurio a tutti di un Santo Natale e di un Felice 2017 in cui si manifesti, come oggi, giorno dell’Epifania, il Signore della pace alla nostra vita. Guardiamo alla stella affinché ci indichi, come ai Magi, il cammino verso il Signore, che racchiude la sua potenza nell’amore di un Bambino nato in una grotta.

L’augurio è quello di poter camminare verso questa luce, tenendo le nostre mani strette a quelle dei nostri cari (della mia mamma dolcissima), sicuri che Quelli che ci hanno lasciato non sono assenti, sono invisibili, tengono i loro occhi pieni di gloria fissi nei nostri pieni di lacrime”.– (Sant’Agostino, Aurelius Augustinus Hipponensis, 354 – 430)

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Trump scivola su Cina e Taiwan

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WIRED pubblica un’intervista al Caffè geopolitico

Come cambiano i rapporti Usa-Cina dopo la vittoria di Trump
Il neo-presidente minaccia guerra di valute e dazi al 45% sulle importazioni. Ma nessuna delle mosse gli conviene. Ecco perché piace a Pechino

di Luca Zorloni
10 NOV, 2016
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Il neo-presidente minaccia guerra di valute e dazi al 45% sulle importazioni. Ma nessuna delle mosse gli conviene. Ecco perché piace a Pechino
WIRED.IT

Donald-Trump ha agitato lo spettro di dazi al 45% sulle importazioni dalla Cina. Si è lanciato in accuse iperboliche, dichiarando ad esempio che “non possiamo più permettere che la Cina strupri il nostro Paese”. Ha lanciato il guanto della sfida sulla svalutazione delle monete. Eppure le minacce di Donald Trump, 45esimo presidente eletto degli Stati Uniti, non sembrano far presa su Pechino. Al contrario, Chuanpu, come è stato traslitterato il cognome del magnate in mandarino, è persino risultato il candidato preferito dai lettori del quotidiano Global Times. Alias una delle voci del Politburo. Come dire che a Pechino non dispiace che The Don sia il nuovo inquilino della Casa Bianca, a dispetto delle sparate elettorali.

La Cina è uno dei bersagli preferiti del piano in sette punti attraverso cui il tycoon vuole ricostruire l’economia a stelle e strisce contrastando il libero commercio. Protezionismo, in una parola. Come scrivono gli analisti della banca Hsbc (The Hong Kong and Shanghai Banking Corporation), Trump intende dare mandato al segretario del Tesoro perché stigmatizzi la Cina come un Paese che manipola la valuta (punto 5), e ordinare al rappresentante del Commercio degli Stati Uniti di sollevare cause commerciali contro Pechino, nel Paese e davanti all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). “L’atteggiamento sussidiario della Cina è scorretto ed è proibito dai termini del suo ingresso nel Wto”, predica il piano di Trump al punto 6. Infine (punto 7) sfruttare tutti i poteri concessi della carica presidenziale per fermare le “attività illegali” dei cinesi, compresi “i furti di segreti industriali americani”, applicando dazi più alti come previsto dalle sezioni 201 e 301 del Trade Act del 1974 e la sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962.

Come risponde Pechino? “Ritengo di alto valore le relazioni fra Cina e Stati Uniti, e non vedo l’ora di lavorare insieme per estendere la cooperazione Cina-Usa in ogni campo, a livello bilaterale, regionale e globale, sulla base dei principi del non-conflitto, non-scontro, rispetto reciproco e collaborazione vantaggiosa per tutti“, ha dichiarato il presidente cinese Xi Jinping per complimentarsi con Trump dopo l’elezione. Come dire: accogliere a braccia aperte uno che ti promette un pugno.

“Dare addosso alla Cina è cosa comune in America da 30 anni, non bisogna farsi impressionare – è la spiegazione di Alberto Forchielli, imprenditore, tra i fondatori di Mandarin Capital Partners e presidente di Osservatorio Asia -. Non c’è candidato che in campagna elettorale non dia addosso alla Cina”. Solo sparate elettorali, quindi? “Il 60% delle importazioni di prodotti cinesi negli Stati Uniti sono fatte da imprese statunitensi – prosegue Forchielli -. Mettere i dazi significa tirare la zappa sui piedi alle aziende degli Usa, perché si penalizzerebbero le aziende americane che producono in Cina e importano”. Un nome su tutti: Apple.

L’anno scorso, scrive Hsbc, il 19,5% della produzione del Dragone è stata destinata al mercato a stelle e strisce. “Il deficit commerciale degli Stati Uniti verso la Cina è di 350 miliardi di dollari all’anno, 30 miliardi al mese”, aggiunge l’imprenditore. “Dazi sulle importazioni così alti non piacerebbero ad Apple, ad esempio – osserva la sinologa Elisabetta Esposito Martino ed editorialista de Il Caffè Geopolitico -. Non dimentichiamoci che quando la Cina finanzia l’estero, vuole in cambio un riscontro a livello di competenze tecnologiche. Oggi sta maturando un know how per competere con gli Usa”.

Anche secondo gli esperti di Hsbc è improbabile che tariffe doganali al 45% possano incassare l’ok del Congresso, tuttavia nel rapporto indicano che sono plausibili “dazi e sanzioni contro Cina e Messico”. Ne sarebbero colpiti i flussi commerciali da questi due Paesi ma, per Hsbc, anche quelli da nazioni “con un’esposizione minore verso il mercato statunitense”. L’intero Oriente potrebbe risentire un attacco frontale alla Cina.

Se le politiche agitate da Trump andassero a segno, per Hsbc la Cina ne risentirebbe sul lungo termine, visto che nel breve potrebbe fare affidamento “sul largo mercato interno e su un molte munizioni politiche per sostenere la crescita”. Effetti negativi si allargherebbero al Giappone, che potrebbe ritrovarsi in recessione, mentre India e Indonesia, per via nei minori volumi di interscambio, sarebbero più immuni al contagio. Pechino, inoltre, non resterebbe con le mani in mano, ma le autorità potrebbe rispondere con sanzioni e dazi altrettanto punitivi, scatenando una reazione a catena. Ne soffrirebbero anche gli Stati Uniti. “La possibilità di una strategia del genere – si legge nel rapporto di Hsbc – potrebbe indurre Trump e i suoi consigliere a prendersi una pausa per pensare”.

Al contrario, persino una politica protezionistica e ombelicale come quella di Trump potrebbe beneficiare da rapporti più distesi con il Dragone, ad esempio dall’aumento degli investimenti diretti di aziende cinesi negli Stati Uniti. Detto in altro modo, posti di lavoro per gli americani.

“Dalla crisi finanziaria del 2008-2009, l’economia cinese si è già significativamente ribilanciata, allontanandosi dall’export – osserva Qu Hongbing, capo economista Cina di Hsbc -. La percentuale di esportazioni nette sul Pil a fine 2015 era del 3,4%, in calo rispetto all’8,6% prima della crisi”. “Se gli Stati Uniti diventeranno più protezionisti sotto Trump, questo darà alla Cina più ragioni, non meno, per elevare la catena del valore. Inoltre potrà accelerare la spinta della Cina a diversificare i mercati verso cui esporta, orientandosi più verso quelli emergenti e generando più impulso verso progetti come One belt one road”.

Cos’è, in breve, One belt, one road: un ampio programma di infrastrutture per collegare la Cina con l’Europa, il Medioriente e l’Africa e facilitare gli scambi commerciali. È stata ribattezzata la nuova via della seta, sia di terra sia di mare. Proprio le rotte navali sono al centro delle contese internazionali tra Pechino e gli stati che si affacciano sul Mar cinese meridionale. Considerato “mare nostrum” dal Dragone, è il canale in cui transita il 60% delle merci mondiali.

“La Cina si è resa conto che una grande potenza non è tale se non è una potenza navale – spiega Elisabetta Esposito Martino-. Se ne era accorto il secondo imperatore della dinastia Min, che costruì una flotta impressionante dal 1405 affidata all’ammiraglio Zheng He”. A bordo di navi colossali, al cui confronto le caravelle di Colombo, imbarcazioni già piccole di loro, sarebbero parse zattere, Zheng He ha solcato l’Oceano indiano, stabilendo rotte con l’Africa, nella breve parentesi navale dell’impero Ming, colata a picco con la medesima flotta negli anni Trenta del quindicesimo secolo. (ndr. la flotta fu fatta colare a picco dal successivo imperatore della medesima dinastia MING che decretò una sorta di Damnatio memoriae di Zheng He e della sua epopea)

Oggi il mito è stato rispolverato, ma la presidenza Obama finora ha frustrato le ambizioni cinesi. La politica “Pivot to Asia”, che prevede il contenimento di Pechino, “è stata stigmatizzata da Trump”, ricorda Martino. “Un suo disimpegno nelle politiche orientali piace alla Cina – prosegue Forchielli -. Trump dovrebbe trovare solo un accordo per avere diritto alla navigazione in quelle acque”….continua a leggere su WIRED

Come cambiano i rapporti Usa-Cina dopo la vittoria di Trump

 

 

 

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