Ecologia in salsa cinese

 

I problemi ecologici della Cina e lo sviluppo sostenibile “made in China”

I problemi ecologici sono sempre più al centro delle attenzioni del Governo cinese, che sta cercando un modo di conciliare le esigenze dello sviluppo sostenibile con quelle della crescita economica. Un obiettivo ambizioso ma non facile, reso ancora più urgente dal costante degrado delle condizioni ambientali in molte aree urbane e rurali della RPC

3° articolo dello Speciale

Un Sogno Cinese di mezza estate

Fame  sviluppo e danni ambientali – Dopo la fondazione della RPC, il governo maoista ha dovuto affrontare le enormi difficoltà economiche e sociali in cui versavano i cinesi, dagli abitanti delle catene montuose himalayane, a quelli dell’altopiano del Tibet fino a quelli delle coste del Pacifico, le cui sorti sono state l’oggetto di politiche diversificate che miravano, essenzialmente, a sconfiggere la fame e la povertà. L’obiettivo è stato raggiunto con immensi sforzi in relativamente poco tempo, mentre  in altre vaste zone del mondo, purtroppo ancora oggi, milioni di persone si dimenano nel pantano di condizioni miserrime (http://wdi.worldbank.org/table/1.2#). La strategia utilizzata per raggiungere questo traguardo ha comportato la salvaguardia della proprietà statale o collettiva delle terre che contemplava un decentramento dei diritti di possesso e di uso, con una contestuale espansione del settore privato, fonte di profonde ambiguità di fronte ad una privatizzazione praticamente occulta e a danni ambientali invece evidenti al mondo.

La Cina e l’Ambiente – Le tematiche ecologiche, al contrario di quanto molti pensino, rappresentano per la classe dirigente cinese un argomento sensibile, inserito nella Costituzione, che sottolinea  (all’art. 9) l’appartenenza al popolo di tutte le risorse naturali, al cui uso razionale deve provvedere lo Stato. La formula adoperata, originale ed unica nell’universo giuridico, prevede un’appartenenza diversificata: i beni di proprietà dello Stato, cioè di tutto il popolo, ricadono in un regime giuridico diverso rispetto a quelli di appartenenza collettiva. Quest’ultima comprende un vasto range di imprese o di organismi, vagamente assimilabili alle nostre cooperative, in genere sottoposti al controllo dalle municipalità territorialmente competenti, cui vengono affidate le foreste, le montagne, le praterie, le terre incolte e le spiagge. La protezione si estende (art. 22) ai siti di interesse paesaggistico e storico, ai monumenti e a tutto ciò che testimoni l’eredità culturale della Cina. L’art. 26 impone allo Stato, attraverso il ministero preposto, di proteggere e migliorare l’ambiente, prevenendo e controllando l’inquinamento.

 

Ambiguità e degrado – Gli enunciati costituzionali del 1982 sono stati seguiti da ampie discussioni parlamentari solo a partire dal 1997 quando l’inizio del turbo sviluppo ha prodotto pesanti risvolti ambientali. Il governo cinese, d’altra parte, è stato sempre molto attento a mantenere un quoziente di terra arabile tale da poter sfamare la popolazione più numerosa del mondo, ponendo un freno alla desertificazione e al degrado del territorio. Ma la quota, consistente, di terre che viene gestita localmente, attraverso la proprietà collettiva che gode di un alto grado di autonomia relativamente alle scelte economiche, spesso è oggetto di trasformazione in relazione alla destinazione d’uso. Così su molti terreni sorgono repentinamente interi quartieri urbani, adibiti sia ad uso abitativo che commerciale, o destinati ad uso industriale. Tali riconversioni permettono ai quadri del Partito di raggiungere molto velocemente i target di sviluppo assegnati in fase di programmazione, superando, anche ricorrendo a pratiche illegali, gli ostacoli costituiti dai vincoli ecologici. Questo spiega, almeno in parte, la rottura degli equilibri preordinati dal governo centrale, che, per altri versi, ha sottovalutato le gravi conseguenze del degrado ambientale ponendo addirittura il segreto di stato su molte questioni, impedendo la diffusione dei dati, nemmeno conformi agli standard internazionali,  che ora sono …schizzati nei cieli grigi di tutta la Cina!

 

Brown economy  – L’impronta ecologica globale, che misura lo sfruttamento delle risorse del Pianeta, è in continua ascesa ed è sempre più elevato l’impatto di Cina e India, responsabili delle maggiori emissioni di gas ad effetto serra. La prima causa si scorge sicuramente nel largo uso di prodotti petrolchimici (carbone, petrolio, gas naturale) nei processi produttivi, che rilasciano nell’aria grandi quantità di biossido di carbonio, creando inquinamento atmosferico. Le ulteriori emissioni di sostanze chimiche aggravano la situazione, determinando effetti dannosi a catena, dal suolo, fino agli alimenti e all’acqua per le falde inquinate dallo smaltimento dei rifiuti solidi. L’alta concentrazione di particelle inquinanti nell’aria e persino negli ambienti interni ha prodotto deleteri cambiamenti climatici e l’aumento preoccupante di malattie cardiovascolari e tumorali e contestualmente ondate migratorie “ecologiche” verso contesti ambientali più sani.

 

Verso la green economy- Un passo decisivo, che si aggiunge a diverse leggi sulle risorse e sulla tutela ambientale, la cui disciplina applicativa è contenuta in un centinaio di regolamenti e decreti, elaborati sia a livello centrale che locale, è costituito dalla recentissima modifica della Environmental Protection Law con cui si cerca la soluzione a problemi complessi ed eterogenei, creati da uno sviluppo economico dirompente, anche per la delocalizzazione delle multinazionali straniere. Il quadro normativo prevede, tra gli obiettivi della performance dei quadri, il raggiungimento dei target ecologici, sotto la supervisione dei gruppi di interesse, registrati presso il Civil Affairs Bureau, l’obbligo di pubblicazione delle liste dei trasgressori, in un contesto di trasparenza e di information disclosure and public participation. Viene così reso imprescindibile l’Environmental Impact Assessment e Energy Conservation Assessments (ECA) per tutte le attività imprenditoriali, per le quali si prevedono, oltre ad una sorta di carbon tax,  pesanti sanzioni fino alla detenzione, il sequestro di assets fino alla chiusura definitiva.

 

Cielo azzurro, montagne verdi e acque limpide – La struttura produttiva ed energetica della Cina deve essere riconvertita alla luce delle esigenze dell’ambiente e quindi di uno sviluppo sostenibile, che comporta una revisione dell’immenso apparato produttivo, altamente inquinante e con scarso impiego di tecnologia e dello stesso stile di vita della popolazione, in un contesto circolare in cui sia possibile riciclare le risorse naturali. Lo stesso sviluppo economico, secondo quanto trapela dalla redazione, in corso, del  XIII piano quinquennale (2016-2020) virerà verso modelli green orientated che punteranno sull’eco-agricoltura, sulle risorse oceaniche marine e su quelle derivate dal Sole: energia eolica, solare e fotovoltaica, acqua, energia da biomasse, geotermica e marina, cui farà da corona tutto l’indotto. La riconversione comporterà frenate produttive molto rilevanti, di cui forse le svalutazioni a catena dello yuan dell’estate 2015 sono il primo segnale, oltre a miliardi di euro di stanziamenti per implementare l’efficienza energetica ed accelerare il progresso nella tecnologia ambientali cui l’Europa in generale e l’Italia in particolare potrebbe notevolmente contribuire. Un nuovo sviluppo eco-compatibile, teso a regolare l’impatto delle attività antropiche sull’ambiente, riuscirà a trascinare la Cina verso nuove opportunità di profitto legate a produzioni con basse emissioni e un minore consumo di risorse, azzerando i costi ambientali?

 

Dalla Blue alla Golden Economy –   Il governo dello stato di mezzo sa bene quanto uno sviluppo ecosostenibile (Kě chíxù fāzhǎn 可持续发展 letterealmente significa “che può continuare”)  sia imprescindibile e non più derogabile per garantire il benessere, contenere lo spreco di risorse e proteggere l’ambiente. Dal raggiungimento di questo obiettivo, che non può limitarsi a brevi parentesi, come accaduto nel corso del vertice Apec, che ha mostrato al mondo un cielo fittiziamente azzurro, chiamato Apec blue (APEC 蓝 lán), dipende la stabilità economica, sociale e politica  della Cina, in relazione agli impegni assunti nei confronti del mondo globalizzato, ma soprattutto rispetto all’impalcatura ideologica e filosofica di una civiltà antichissima, che spesso sfugge a noi occidentali.

 

Natura e Mandato Celeste – I cinesi, nella loro incredibile razionalità, hanno da sempre creduto nelle forze della natura, esplicitate in un Cielo che assicuri l’ordine cosmico e l’armonia, prova del possesso del Mandato Celeste (tianming 天命) da cui deriva il potere dei sovrani. Il carattere wang 王, che significa re, rappresenta mirabilmente questa concezione: una linea verticale che unisce tre linee orizzontali, il Cielo, l’Uomo e la Terra. L’ambiente e la natura costituiscono pertanto l’asse portante di quell’armonia che il susseguirsi di eventi disastrosi mette a repentaglio in quanto possibile segno della perdita della legittimazione a governare, come riflesso anche nel termine rivoluzione, che viene tradotto  革命  gémìng, cambiare il mandato. Questo monito risuona per tutti i governanti cinesi,  ieri a capo dell’Impero Celeste oggi del PCC. Il più grande sviluppo economico che la storia abbia mai scritto deve comunque garantire il susseguirsi delle stagioni, i buoni raccolti, l’armonia della società, vagheggiata da sempre e, negli ultimi anni, evocata con insistenza dalla leadership del Dragone, perchè i cieli plumbei, le variazioni climatiche, i continui disastri potrebbero suggerire al popolo che il governo, forse…ha perso il mandato celeste!

 

I beni inviolabili – Ci chiediamo oggi se un’economia come quella cinese, ancora saldamente guidata dalla politica, che non è orientata al mercato, ma è ancora da considerare pianificata riuscirà ad abbracciare la green economy proiettando verso l’avvenire quell’equità intergenerazionale che sostanzia lo sviluppo sostenibile, a salvaguardia dei beni comuni che rappresentano un mondo più umano e vivibile, un altro futuro, il linguaggio del cambiamento proiettato alle generazioni future. In effetti il collegamento tra la dignità della persona ed i beni comuni è talmente stringente da rendere  molto arduo per il governo del dragone sorvolare sul nesso funzionale tra essi ed i diritti inviolabili, considerati entrambi il cuore pulsante dell’universo del costituzionalismo moderno e contemporaneo. È arrivato il tempo, dopo la riformulazione delle priorità economiche ed il recupero della tradizione, di realizzare anche il sogno del costituzionalismo?

 

 

Bibliografia

 

  1. D’ANDREA, I beni comuni nella prospettiva costituzionale: note introduttive in Rivista AIC, N°: 3/2015
  2. ALLAN, On the Identity of Shang Di 上帝 and the Origin of the Concept of a Celestial Mandate (tian ming 天命). EC 31 (2007): 1-46.

ZHU ZHONGMING, “Toushi Taizhou moshi. Tanfang quanmian fazhan” (Una prospettiva sul “Modello Taizhou”: Analisi di un modello di sviluppo completo), in Jingji Qianyan (Posizioni d’avanguardia in economia), n. 5, maggio 2004, p. 17

 

 

 

Scritto da Elisabetta Esposito Martino e pubblicato il  1 settembre 2015  sul Caffé Geopolitico

Ecologia in salsa cinese