Hong Kong riscopre la democrazia ateniese

Da inizio aprile si è diffusa una nuova fragranza nel Porto Profumato: quella della democrazia ateniese. Joshua Wong ha fondato un nuovo partito politico, battezzato Demosisto, insieme al gruppo di giovanissimi con cui, nell’autunno 2014, aveva dato vita al movimento Occupy Central, animando le strade di Hong Kong con una protesta che, anche dopo lo sgombero dell’ultimo accampamento, avvenuto nel dicembre dello stesso anno, non si era mai definitivamente spenta.
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Il nome del nuovo partito vagheggia e profonde lo spirito che anima il comitato fondatore, un richiamo al demos, il popolo, come nucleo fondante della costituzione della polis greca, espressione concreta di una visione politica egualitaria, in cui tutti i cittadini sono posti sul medesimo piano, fusi nella totalità del corpo civico, nell’appartenenza che sostanzia la democrazia di Atene.
Al demos si aggiunge il verbo latino sisto che, in tutte le sue accezioni (innalzare, erigere, costruire, consolidare, rafforzare, stare, presentarsi, resistere, perseverare) racconta i sogni del popolo di Hong Kong, che intende resistere ed ergersi a baluardo di democrazia e di libertà, fermarsi e stare, come sentinelle in terra d’Oriente e, da ultimo, vuole presentarsi alle prossime elezioni.

All’indomani della rivoluzione degli ombrelli
I giovani che, guidando la rivoluzione degli ombrelli, hanno chiesto per due anni a gran voce una reale democrazia, hanno deciso di affrontare un nuovo agone, quello del parlamento della Regione amministrativa speciale di Hong Kong.

Dopo l’attivismo da strada, è giunta adesso l’ora di un impegno meno improvvisato, strutturato politicamente e culturalmente, che affronterà il primo esame nel corso delle elezioni per il Consiglio legislativo del prossimo settembre. Consultazioni, tuttavia, alle quali il fondatore del Demosisto ed i suoi collaboratori non potranno candidarsi, non avendo ancora compiuto i 21 anni richiesti per l’elettorato passivo.

Il Programma della nuova formazione politica richiama il coraggio e le aspirazioni che avevano permesso a pochi studenti di trainare un movimento sfuggito di mano ai borghesi moderati, sovente pedine di Pechino, nel distretto finanziario che rappresenta la forza motrice dell’incredibile sviluppo cinese.

La volontà che emerge è quella di entrare nei gangli del sistema politico, creando un partito capace di influenzare concretamente l’agenda politica, tessendo un consenso che spinga all’autodeterminazione e strappi l’isola dalle soffocanti maglie della rete del governo della Repubblica popolare cinese e del capitalismo più sfrenato.

Le dichiarazioni ufficiali sollecitano i sette milioni di abitanti di Hong Kong a non permettere al Partito comunista di determinare il futuro dell’isola ma, insieme alle altre formazioni politiche, di lavorare per mantenere ed aumentare l’autonomia nel panorama cinese, che declina la democrazia limitatamente al rule by law, come rappresentato dai potenti movimenti filo-Pechino.

HK exit all’orizzonte?
Il nuovo partito guarda al 2047, quando – in base all’accordo sulla riunificazione cinese negoziato da Deng Xiaoping e Margaret Thatcher – finirà lo spazio di operatività del principio costituzionale “un paese, due sistemi” e Hong Kong scivolerà completamente nel sistema politico ed economico di Pechino.

L’unico argine che possa frenare questo precipizio, secondo i giovani dell’isola, è rappresentato dalla democrazia che – mai compiutamente realizzata sotto il dominio coloniale britannico – aveva però radicato il rispetto delle libertà fondamentali, almeno fino ai recenti casi degli editori scomparsi, della Fishball Revolution a Mong Kok durante il capodanno lunare, resi più inquietanti dal panorama distopico evocato dal film TenYears e dalla minacciata chiusura del museo che ricorda i fatti di piazza Tiananmen del 1989, inaugurato nel 2014. Per impedire tutto ciò si chiede come prima azione politica un referendum, una sorta di HK exit,per uscire dal tunnel evocato nel logo del partito.

Antichità classica e presente cinese
Ma questo vagheggiare il demos dell’antichità classica, se per l’occidente è foriero di un messaggio profondo, fatto di democrazia, di libertà e di uguaglianza, per un cinese è un vuoto risuonare. Innanzitutto il nome del partito risulta impronunciabile, inoltre la trasposizione in cinese (cantonese, 香 港 眾 志 (众志) Xiānggǎngzhòngzhì) si allontana dall’immaginario evocato per tornare ad un mixage tra aspirazione, ideale, volontà di un popolo – quello greco – allora compattato contro i barbari (persiani), ma ora da compattare contro i nuovi barbari, che però barbari non sono e anzi tacciano gli avversari di barbarie.

In effetti,……continua a leggere su AFFARI INTERNAZIONALI

http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3432

pubblicato il 29/4/2016

 

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