Una buonanotte speciale

Si alza il sipario.

Primi giorni di asilo. Neanche avevamo percepito cosa fosse il primo giorno di asilo. Una burrasca. A ciel sereno, come serena era stata la scelta. Con due figli, un anno dopo l’altro, è come se si avessero due gemelli ed allora ci rientri nelle graduatorie estenuanti dei nidi comunali.  La mattina ci svegliamo tanto presto e ci prepariamo. Il canestrello giallo ed uno azzurro: due cestini trasparenti con dentro.. non so che metterci…Uno col cappottino rosso, troppo simile a cappuccetto rosso, con gli occhi vispi e intelligenti che mi osservano e l’altro con una giacca jeans corta ma imbottita di morbida  lana bianca, morbida come le sue guanciotte con le fossette. I loro visetti tra lo smunto e lo spaurito. Dove ci porterà questa matta stamattina, pensavano, sicuro lo pensavano. Chi fosse più emozionato non lo so. Lo aspettavo quel giorno per lavorare, per studiare, per riprendere a pensare… ma quando è arrivato una pressione enorme mi si è infilata nel cuore e lo premeva.

Un prato verde, una costruzione in lontananza, dispersa tra pini alti, alti come i sogni che sembrano arrivare al cielo ma con le radici che non riescono ad affondare nella terra e fuoriescono, come i miei sogni, che a terra proprio non ci stanno e scappano e li vedi modellare il suolo arso di sole e di calura o freddo di neve e ghiaccio, sogni composti di tanti strati, strato dopo strato, sedimentati sui miei pensieri, forse sul mio cuore sciacquato da tanta acqua passata sotto i ponti del fiume della vita.

E la porta si apre, e li vedo i miei bimbi, con le manine attaccate la sinistra sulla sinistra e la destra sulla destra ma separate da un vetro, quello che divide i lattanti dai divezzi, hanno solo un anno di differenza ma è proprio tanto in un asilo nido, e poi è meglio separarli i fratellini che stanno nella stessa casa, nella stessa stanza, hanno gli stessi giochi ed il mio e il tuo per loro è un concetto forte ma quasi vietato, e ogni mamma nemmeno conosce il tuo il suo il loro…sono tutti giochi, quelli che trovo dentro la cesta dei panni da stirare, perché il grande li ha nascosti al piccolo, e quelli sparsi all’ingresso che guardano la giraffa, disegnata proprio sul muro davanti alla porta di casa. E mi arrabbio da morire per quel muro lindo e pulito che ora è tutto scarabocchiato e non vedo i tratti che il mio bambino ha tracciato quasi un regalo, un regalo per me, come tanti regali della vita che nemmeno vedi perché non capisci niente, nulla.

Tetè, Totò, si chiamano, si tirano i capelli ricci e neri uno,  lisci e lucidi l’altro, simili ad un ambra di un anello mai regalato. E quando arriva la malinconia, la solitudine, il disappunto, i piccoli come i grandi, si cercano, si guardano e il solo sapere che c’è il fratellino dietro a quel vetro, fa cessare il pianto e forse la disperazione.

Sarà difficile renderlo in teatro questo prato e questo asilo, dai soffitti bassi perché i nidi migliori hanno i soffitti bassi e le stanze piccole perché i bambini non si spaventino anzi si possano accucciare in un angolino, lontano dalle tue braccia, troppo stanche o troppo occupate.

Ci stavano in tanti in quel nido, un po’ lontano, dovevo andare a piedi e fare il sottopassaggio e arrivare in un grande viale e attraversarlo per poi costeggiare una villa piccola, ma bella, dove un giorno si è perso  un altro bambino, il mio terzo figlio, che mi ha rapito il cuore col suo visetto tondo e le sue braccia sempre attaccate al mio collo, che mi diceva: mamma, sembri Sailor Moon, e ci andavo apposta dal parrucchiere per allisciarmi i capelli e vedere gli occhi dei miei tre figli, rapiti quasi in estasi, che mi paragonavano a tutte le bambole del mondo….

In quel parco un giorno questo bambino, il mio Tati, sempre stretto a me …mi giro e non lo vedo più, mi sento il cielo che mi pesa sulla testa, il cuore che mi scoppia nel petto, le gambe staccarsi e cominciare a correre di qua e di là, il cervello che vuole uscire dalle tempie per urlare la disperazione, un immagine di vuoto … e c’era sempre uno,  uno solo, uno che per primo, magari nero e coi capelli troppo ricci e tanto ricci quanto buoni, che assomigliava a Gullit, che li vedeva, i bambini scomparsi e li trovava e, finalmente, anche il mio trovava, il teppistello, tranquillo dietro una siepe dove aveva aggirato un’insolita molla, troppo colorata per lasciarla senza cavaliere…e a quel punto non sapevo di cosa riempirlo: di botte? di baci? di tutti e due? con la sua faccina che non era spaventata ma solo stupita come se l’avesse inventata lui quella molla ed ora la cattiva gliela portava via…e allora teneva stretto il suo tutunne, almeno quello non glielo portavo via, il trenino che girava intorno alla stessa rotaia ma che sembrava partire per viaggi incantati e che si sentiva anche da casa, e le prime notti mi svegliava questo tutunne, un rumore forte che mi faceva spaventare, mentre una mano sicura, accanto a me, mi tranquillizzava e mi ricordava che c’era la ferrovia, lì sotto, come per rammentarmi che stavo facendo un viaggio e che, prima o poi, si scenderà, chi prima chi dopo, perché al capolinea il tutunne arriva sempre vuoto.

E accanto a quella pista, montata vicino vicino, quella delle macchinine del mio secondo bambino, dal viso dolce, dai modi tranquilli, che tanto mi ha aiutato a crescerlo il piccolino, e lo cambiava, e gli faceva il bagnetto e lo ricopriva di talco tanto da farlo sembrare un pesciolino pronto da friggere.

E papà che gli insegnava a farle correre sulla pista le macchine, senza farle precipitare fuori pista, e le gare tra la rossa e la blu che, ma chissà come mai, vincevano sempre i due bambini…mentre papà perdeva…mentre il terzo era occupato ad arrampicarsi, quando ancora non sapeva camminare, sulla scala del letto a castello per guadagnare di nascosto il letto alto alto, dove nascondersi per mettere in bocca il cucchiaino di nutella rubato dal vasetto,  e non importa che poi tutti lo vedevano quel visetto ricamato di dolce come le  lenzuola..

E i giochi coi colori,  passati sulle mani e sulla carta, senza differenza, i pennarelli grossi grossi che però per fortuna si tolgono  con l’acqua, i pennelli dentro gli acquerelli…e l’ora del bagnetto, che tutto lava…

Che bella quella vasca da bagno.

Forse questa non è difficile da rendere in teatro. Forse abbassiamo il sipario per alzarlo sulla vasca da bagno.

Il momento del bagnetto era un momento magico, preparavo nella stanza da letto il phon, rosa come la bambina che desideravo e che proprio non voleva arrivare, poggiato sul letto sopra una bella asciugamano morbida come la guance paffute del secondo bambino, così dolce e tenero..

No! mai asciugare i capelli nel bagno reso una pozzanghera troppo alta da una improbabile burrasca. Le conoscete le burrasche delle vasche da bagno riempite con tre bambini piccoli? Sembra di stare nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico dagli schizzi, dai giochi e dalle risate. Le ho ancora nel cuore quelle risate. Il suono acuto delle loro vocette, tutte le macchinette preparate dal primo bambino preciso e meticoloso, che incorniciavano la vasca come una strada su uno strapiombo, con un ordine preciso che solo papà capiva  e consigliava…io avevo rinunciato, mi limitavo a passare  i playmobil, i lego mentre papà spiegava la tattica e la strategia e poi, un certo giorno, il terzo bambino Tati che mette dentro pure i velieri per la più bella battaglia navale…stavano tanto là dentro, a giocare, a divertirsi, qualcuno con la maschera da sub, chi con il cannone del veliero e questa battaglia finiva con il perdente che era il primo a uscire, stretto in un morbido telo dentro le mie braccia allora forti e giovani…e il phon che faceva ancora paura al più piccino, col suo rumore assordante, e appena i capelli erano asciugati arrivava il secondo e poi il terzo, in braccio a papà…e quasi tutti i giorni quell’ora di bagnetto era il rito serale che preparava alle ninne belle..

Ed eccoli tutti pronti, avvolti nei pigiamoni – tuta, colorati come da pastelli verdi, celesti e gialli,  come i pochi cartoni belli, lenti e tranquilli…insieme ai robot, astronavi, doppio maglio spaziale…ma io ancora non ho capito che caspita è questo maglio spaziale, qualcuno me lo spiega?…e poi i salvastoria, che nel 2980 salvano il mondo e la storia stessa dai “viaggiatori nel tempo” cattivi, che cercano di modificare  la storia per i propri loschi scopi. Perché nel 2980 si viaggia nel tempo come ora si prende l’autobus, non lo sapevate? Ed i miei bambini si danno i nomi, ma proprio quelli della Pattuglia del tempo, ed eccoli  nella sede orbitante del distretto che controlla il tempo. Uno è il dottor Tonnan, l’altro il professor Onuki e al più piccolino, certo è proprio piccolino, non resta che fare il robottino…e poi insieme attraversano il flusso del tempo ed intervengono dove c’è bisogno…(posso attraversarlo pure io questo flusso del tempo?) …e tutte le video cassette impilate in un angolo, ognuna con le sue puntate che riconoscevano, anche se non sapevano leggere.. e che mettevano, senza sosta, sempre le stesse, nel videoregistratore.

E mentre i piccoli stavano rapiti sui seggiolini, si gli enfant-seat nei quali ancora a mala pena entravano, la mamma preparava la pappa per loro…quante ricette per farli divertire…la crostata fatta coi petali con crema cioccolata e marmellata, così venivano tanti colori, i piselli per contare, e soprattutto le minestre che sistematicamente si rovesciavano in testa…(clic, foto,)…per finire ancora un attimo sotto al lavandino quasi per strappare uno shampoo in più…

E finalmente tutti di nuovo davanti alla tv per la buonanotte di Sonia…tanto tenera e dolce che faceva addormentare spesso anche me, sfinita e felice…

Notte,  è notte oramai

Tardi, è tardi lo sai

Dorme il cane, dorme il gatto

e nell’acqua i pesci rossi sbadigliano…

Notte di stelle vedrai

Notte serena sarà

Tutti sotto le lenzuola

e non vola una parola

In punta di piedi si va

Tutti dormono già

Dormono paesi e città

Angeli e nuvole

Angeli e favole

Notte di sogni sarà

Notte mistero che va

Per le strade tutto tace

Per il mondo una speranza di pace

Chissà…

Notte è notte oramai

Tardi è tardi lo sai

L’ora della buonanotte

Nelle case grandi

E in quelle più piccole va….

 

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