Sognare sogni diversi: Sun Yat-sen visto da tre prospettive

In Cina si sono susseguite senza sosta le commemorazioni per i 150 anni dalla nascita di Sun Yat-sen, considerato unanimemente il fondatore della nuova Cina, quasi venerato nella RPC, a Taiwan e a Hong Kong, ma con ottiche molto diverse, che svelano sogni diversi, allora come oggi

LA FINE DELL’IMPERO CELESTE – Un antico proverbio cinese ben rappresenta l’anima della vecchia (e in fondo anche della nuova) Cina: “Due esseri umani possono dormire nello stesso letto e sognare sogni diversi”. Di conseguenza, prima del collasso definitivo dell’Impero celeste, molti avevano sognato un rinnovamento, ma ognuno con una diversa peculiarità. In effetti, sia il movimento repubblicano che quello riformista, che avevano dato la spallata finale ad uno Stato già in bilico, volevano cambiare la Cina, ma guardando ad orizzonti opposti, che solo Sun Yat-sen, eletto primo Presidente provvisoriodella Repubblica (1911-12), dopo aver rovesciato il regime imperiale, tentò di tenere insieme, fino alla sua morte, avvenuta nel 1925, percorrendo un cammino veramente nuovo in un contesto molto difficile. Per questo Sun è lo statista unanimemente considerato Padre della Patria, ad Hong Kong come a Taiwan, ammirato da Mao come da tutti i suoi successori fino a Xi Jinping.

I TRE PRINCIPI DEL POPOLO – Il pensiero di Sun Yat-sen si esprime nei “tre principi del popolo”: nazionalismo, democrazia e benessere del popolo”, che hanno costituito il cardine della sua azione politica, in un’ottica completamente nuova, la cui attualità è ancora adesso quasi sorprendente. Il Governo, diceva Sun, doveva favorire lo sviluppo tecnologico ed accogliere il sistema rappresentativo, rifiutando però lo sfruttamento derivante dal capitalismo. Questa idea, che permise alla Cina di approdare ad un’era nuova, è ancora oggi dibattuta (in relazione all’industrializzazione allora, alla globalizzazione ora) e su di essa si declinano le diversità che spesso separano Pechino, Hong Kong e Taipei, per il ruolo dello Stato rispetto al sistema economico, ma, soprattutto, per le diverse interpretazioni della partecipazione popolare alla direzione della cosa pubblica. Il secondo principio, il nazionalismo, aveva fatto irruzione nell’Impero Celeste con l’incontro/scontro con le potenze europee, e aveva lasciato profondamente interdetto uno Stato fondato su una concezione culturalista strettamente sinocentrica, il cui collante non era l’identità nazionale ma la tradizione confuciana, che segnava il confine tra civiltà e barbarie. Sun seppe reinterpretare l’idea di nazione, facendone un principio composito, radicato nei valori confuciani che esaltavano l’altruismo, lo spirito pacifico, il rispetto, l’agire retto e secondo coscienza, ma teso a costruire un’identità nazionale nuova. Questa dottrina, sincretica ed originale, unì sapientemente tradizione e innovazione, creando in Cina, per la prima volta, l’idea di Stato moderno.

LA DEMOCRAZIA SECONDO SUN YAT-SEN – Il terzo principio era definito potere del popolo, cioè “democrazia”, ma di tale termine non vi era allora traccia nei dizionari. Sun lo rielaborò sapientemente, contribuendo a diffondere in Cina le idee di libertà e di salvaguardia dei diritti individuali in cui confluivano le istituzioni autoctone che avevano permesso quell’uguaglianza alla radice che l’Occidente ha conosciuto solo in tempi recenti, e cioè il sistema degli esami ed il Censorato. In effetti in Cina, per secoli, l’accesso alle cariche pubbliche non era riservato alle famiglie nobiliari, ma avveniva dopo aver superato esami sempre più difficili controllati, come tutta l’attività di governo, da organi a ciò preposti, che configuravano un’organizzazione dello Stato fondata sulla divisione in cinque poteri. La grandezza del primo Presidente consiste nell’aver compreso l’impossibilità di trapiantare nella sua terra i principi che hanno reso l’Occidente il faro della civiltà moderna, senza il filtro dei settemila anni durante i quali la cultura cinese ha declinato una diversa civiltà, altrettanto importante in quella parte del mondo.

INFLUENZE IDEOLOGICHE – I tre principi del popolo esercitarono sul Partito Comunista un’influenza notevole: più volte furono presi a sostegno per reinterpretare l’ideologia marxista-leninista in chiave cinese, focalizzando il ruolo delle masse, fonte di quel consenso che diede a Mao l’arma decisiva per la vittoria. Ancora oggi la Cina tiene in grande considerazione quell’idea di nazione elaborata dal fondatore della patria, che costituisce il fondamento della politica estera volta a costruire, lentamente ma forse inesorabilmente, l’immagine di nuova superpotenza globale. In questa ottica si possono leggere le numerose celebrazioni organizzate in tutto il territorio cinese per celebrare il centocinquantesimo anniversario della nascita del signor Sun Yat-sen.

NESSUNO DIVIDERÀ LA CINA – Queste manifestazioni hanno costituito l’occasione per ricordare al popolo la necessità di mantenere vivo lo spirito combattivo del fondatore e ai funzionari quella di rispondere ai bisogni della gente.  In questa ottica sono stati rievocati i tre principi del popolo per spingere ancora di più l’acceleratore sulla modernizzazione, allo scopo, ora come allora, di rivitalizzare la madrepatria, tenendo sveglia la coscienza nazionale.  Lo stesso Xi Jinping ha dedicato a Sun Yat-sen una commemorazione solenne, ribadendo la ferma opposizione ad ogni forma di separatismo, contro cui egli aveva strenuamente combattuto, ed ha riproposto ancora una volta la concezione unitaria dello Stato come dato squisitamente culturale, caro alla tradizione cinese, da cui deriva  il concetto di unica Cina, richiamato a più riprese, soprattutto dopo la destabilizzante telefonata intercorsa tra Trump e la Presidente della Repubblica di Cina.

VISIONE DELLA REPUBBLICA DI CINA – Dalla sponda opposta dello stretto, il Governo di Taiwan ha celebrato il 150° anniversario della nascita del Padre della patria, ma da un’altra angolazione, sottolineando cioè il contributo alla nascita del costituzionalismo moderno dato da Sun Yat-sen e patrocinando, tra i molti eventi, una mostra fotografica ad Honolulu, dove furono  gettati i semi che hanno poi permesso la prima fioritura democratica nella Cina repubblicana. Al principio di democrazia, come elaborato da Sun, si richiama la Presidente Tsai Ing-Wen, alla guida del partito progressista e indipendentista (DPP), che ha vinto le elezioni sulla scia delle proteste suscitate dall’avvicinamento tra il Guomindang e Pechino. La nuova leader di Taipei ha rinsaldato la sua posizione internazionale glissando elegantemente sul “Consensus” del 1992, l’accordo stilato tra le due Cine volto a riconoscere una “unica Cina”, anche se con diverse sfumature. La telefonata  al neo-eletto presidente degli Usa sembra rispondere ai timori e alle richieste di molti intellettuali che hanno persino proposto di togliere le raffigurazioni del padre della patria dagli uffici pubblici per stigmatizzare la strumentalizzazione del pensiero di Sun, che la Cina comunista opera, e non da ora, nella speranza che la nuova politica americana permetta all’isola di ritagliarsi una posizione più solida nell’area del Sud-est asiatico, che Pechino starebbe fagocitando.

SUN YAT-SEN CELEBRATO A HONG KONG – Anche nell’isola, utilizzata dal padre della Cina moderna come base del movimento rivoluzionario ed in cui egli trovò sicuro rifugio, sono stati numerosi i festeggiamenti, e hanno costituito un’occasione unica per sostenere, almeno indirettamente, i componenti del Legco, il Parlamento di Hong Kong, che si sono rifiutati di giurare fedeltà alla RPC, riaprendo gli ombrelli gialli, simbolo del movimento Occupy Central e riaccendendo proteste e scontri, soprattutto dopo la reazione di Pechino che, considerando il giuramento invalido, ha decretato l’espulsione dall’Assemblea di deputati democraticamente eletti dal popolo, in un contenzioso aperto di cui si paventano risvolti inquietanti in panorami distopici come quello evocato dal film  Ten years.

ANCORA SOGNI DIVERSI – continua a leggere sul Caffé Geopolitico

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Auguri a tutti

Un caro augurio a tutti di un Santo Natale e di un Felice 2017 in cui si manifesti, come oggi, giorno dell’Epifania, il Signore della pace alla nostra vita. Guardiamo alla stella affinché ci indichi, come ai Magi, il cammino verso il Signore, che racchiude la sua potenza nell’amore di un Bambino nato in una grotta.

L’augurio è quello di poter camminare verso questa luce, tenendo le nostre mani strette a quelle dei nostri cari (della mia mamma dolcissima), sicuri che Quelli che ci hanno lasciato non sono assenti, sono invisibili, tengono i loro occhi pieni di gloria fissi nei nostri pieni di lacrime”.– (Sant’Agostino, Aurelius Augustinus Hipponensis, 354 – 430)

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Trump scivola su Cina e Taiwan

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WIRED pubblica un’intervista al Caffè geopolitico

Come cambiano i rapporti Usa-Cina dopo la vittoria di Trump
Il neo-presidente minaccia guerra di valute e dazi al 45% sulle importazioni. Ma nessuna delle mosse gli conviene. Ecco perché piace a Pechino

di Luca Zorloni
10 NOV, 2016
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Il neo-presidente minaccia guerra di valute e dazi al 45% sulle importazioni. Ma nessuna delle mosse gli conviene. Ecco perché piace a Pechino
WIRED.IT

Donald-Trump ha agitato lo spettro di dazi al 45% sulle importazioni dalla Cina. Si è lanciato in accuse iperboliche, dichiarando ad esempio che “non possiamo più permettere che la Cina strupri il nostro Paese”. Ha lanciato il guanto della sfida sulla svalutazione delle monete. Eppure le minacce di Donald Trump, 45esimo presidente eletto degli Stati Uniti, non sembrano far presa su Pechino. Al contrario, Chuanpu, come è stato traslitterato il cognome del magnate in mandarino, è persino risultato il candidato preferito dai lettori del quotidiano Global Times. Alias una delle voci del Politburo. Come dire che a Pechino non dispiace che The Don sia il nuovo inquilino della Casa Bianca, a dispetto delle sparate elettorali.

La Cina è uno dei bersagli preferiti del piano in sette punti attraverso cui il tycoon vuole ricostruire l’economia a stelle e strisce contrastando il libero commercio. Protezionismo, in una parola. Come scrivono gli analisti della banca Hsbc (The Hong Kong and Shanghai Banking Corporation), Trump intende dare mandato al segretario del Tesoro perché stigmatizzi la Cina come un Paese che manipola la valuta (punto 5), e ordinare al rappresentante del Commercio degli Stati Uniti di sollevare cause commerciali contro Pechino, nel Paese e davanti all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). “L’atteggiamento sussidiario della Cina è scorretto ed è proibito dai termini del suo ingresso nel Wto”, predica il piano di Trump al punto 6. Infine (punto 7) sfruttare tutti i poteri concessi della carica presidenziale per fermare le “attività illegali” dei cinesi, compresi “i furti di segreti industriali americani”, applicando dazi più alti come previsto dalle sezioni 201 e 301 del Trade Act del 1974 e la sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962.

Come risponde Pechino? “Ritengo di alto valore le relazioni fra Cina e Stati Uniti, e non vedo l’ora di lavorare insieme per estendere la cooperazione Cina-Usa in ogni campo, a livello bilaterale, regionale e globale, sulla base dei principi del non-conflitto, non-scontro, rispetto reciproco e collaborazione vantaggiosa per tutti“, ha dichiarato il presidente cinese Xi Jinping per complimentarsi con Trump dopo l’elezione. Come dire: accogliere a braccia aperte uno che ti promette un pugno.

“Dare addosso alla Cina è cosa comune in America da 30 anni, non bisogna farsi impressionare – è la spiegazione di Alberto Forchielli, imprenditore, tra i fondatori di Mandarin Capital Partners e presidente di Osservatorio Asia -. Non c’è candidato che in campagna elettorale non dia addosso alla Cina”. Solo sparate elettorali, quindi? “Il 60% delle importazioni di prodotti cinesi negli Stati Uniti sono fatte da imprese statunitensi – prosegue Forchielli -. Mettere i dazi significa tirare la zappa sui piedi alle aziende degli Usa, perché si penalizzerebbero le aziende americane che producono in Cina e importano”. Un nome su tutti: Apple.

L’anno scorso, scrive Hsbc, il 19,5% della produzione del Dragone è stata destinata al mercato a stelle e strisce. “Il deficit commerciale degli Stati Uniti verso la Cina è di 350 miliardi di dollari all’anno, 30 miliardi al mese”, aggiunge l’imprenditore. “Dazi sulle importazioni così alti non piacerebbero ad Apple, ad esempio – osserva la sinologa Elisabetta Esposito Martino ed editorialista de Il Caffè Geopolitico -. Non dimentichiamoci che quando la Cina finanzia l’estero, vuole in cambio un riscontro a livello di competenze tecnologiche. Oggi sta maturando un know how per competere con gli Usa”.

Anche secondo gli esperti di Hsbc è improbabile che tariffe doganali al 45% possano incassare l’ok del Congresso, tuttavia nel rapporto indicano che sono plausibili “dazi e sanzioni contro Cina e Messico”. Ne sarebbero colpiti i flussi commerciali da questi due Paesi ma, per Hsbc, anche quelli da nazioni “con un’esposizione minore verso il mercato statunitense”. L’intero Oriente potrebbe risentire un attacco frontale alla Cina.

Se le politiche agitate da Trump andassero a segno, per Hsbc la Cina ne risentirebbe sul lungo termine, visto che nel breve potrebbe fare affidamento “sul largo mercato interno e su un molte munizioni politiche per sostenere la crescita”. Effetti negativi si allargherebbero al Giappone, che potrebbe ritrovarsi in recessione, mentre India e Indonesia, per via nei minori volumi di interscambio, sarebbero più immuni al contagio. Pechino, inoltre, non resterebbe con le mani in mano, ma le autorità potrebbe rispondere con sanzioni e dazi altrettanto punitivi, scatenando una reazione a catena. Ne soffrirebbero anche gli Stati Uniti. “La possibilità di una strategia del genere – si legge nel rapporto di Hsbc – potrebbe indurre Trump e i suoi consigliere a prendersi una pausa per pensare”.

Al contrario, persino una politica protezionistica e ombelicale come quella di Trump potrebbe beneficiare da rapporti più distesi con il Dragone, ad esempio dall’aumento degli investimenti diretti di aziende cinesi negli Stati Uniti. Detto in altro modo, posti di lavoro per gli americani.

“Dalla crisi finanziaria del 2008-2009, l’economia cinese si è già significativamente ribilanciata, allontanandosi dall’export – osserva Qu Hongbing, capo economista Cina di Hsbc -. La percentuale di esportazioni nette sul Pil a fine 2015 era del 3,4%, in calo rispetto all’8,6% prima della crisi”. “Se gli Stati Uniti diventeranno più protezionisti sotto Trump, questo darà alla Cina più ragioni, non meno, per elevare la catena del valore. Inoltre potrà accelerare la spinta della Cina a diversificare i mercati verso cui esporta, orientandosi più verso quelli emergenti e generando più impulso verso progetti come One belt one road”.

Cos’è, in breve, One belt, one road: un ampio programma di infrastrutture per collegare la Cina con l’Europa, il Medioriente e l’Africa e facilitare gli scambi commerciali. È stata ribattezzata la nuova via della seta, sia di terra sia di mare. Proprio le rotte navali sono al centro delle contese internazionali tra Pechino e gli stati che si affacciano sul Mar cinese meridionale. Considerato “mare nostrum” dal Dragone, è il canale in cui transita il 60% delle merci mondiali.

“La Cina si è resa conto che una grande potenza non è tale se non è una potenza navale – spiega Elisabetta Esposito Martino-. Se ne era accorto il secondo imperatore della dinastia Min, che costruì una flotta impressionante dal 1405 affidata all’ammiraglio Zheng He”. A bordo di navi colossali, al cui confronto le caravelle di Colombo, imbarcazioni già piccole di loro, sarebbero parse zattere, Zheng He ha solcato l’Oceano indiano, stabilendo rotte con l’Africa, nella breve parentesi navale dell’impero Ming, colata a picco con la medesima flotta negli anni Trenta del quindicesimo secolo. (ndr. la flotta fu fatta colare a picco dal successivo imperatore della medesima dinastia MING che decretò una sorta di Damnatio memoriae di Zheng He e della sua epopea)

Oggi il mito è stato rispolverato, ma la presidenza Obama finora ha frustrato le ambizioni cinesi. La politica “Pivot to Asia”, che prevede il contenimento di Pechino, “è stata stigmatizzata da Trump”, ricorda Martino. “Un suo disimpegno nelle politiche orientali piace alla Cina – prosegue Forchielli -. Trump dovrebbe trovare solo un accordo per avere diritto alla navigazione in quelle acque”….continua a leggere su WIRED

Come cambiano i rapporti Usa-Cina dopo la vittoria di Trump

 

 

 

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TRUMP E LA CINA: INTERVISTA a Radio Cusano Campus

La Radio dell’Università, RADIO CUSANO CAMPUS FM 89.100 chiede al CAFFè GEOPOLITICO una SECONDA intervista per la trasmissione Il Mondo é piccolo, condotta da DANIEL MORETTI, sull’ELECTION DAY VISTO DALLA CINA

Podcast | Radio Cusano Campus

www.radiocusanocampus.it/podcast/?prog=590

ELISABETTA ESPOSITO MARTINO (IL CAFFè GEOPOLITICO) – LE ELEZIONI AMERICANE VISTE DALLA CINA

Puntata del 2016-11-02 00:00:00

La Cina guarda agli USA: TRUMP cambierà il mondo?

Un’onda anomala si è abbattuta sugli Stati Uniti e il nostro mondo globalizzato, nulla sarà come prima o forse tutto cambierà perché non cambi nulla? pensieri vagano tra le righe che abbiamo scritto prima dell’Election Day , cercando di scorgere e di profetare…ed ora ricerchiamo in queste parole,  pensate per raccontare un mondo imploso in una notte, le tracce per comprendere un mondo diverso apparso in un’aurora strana, che pochi immaginavano, questo nove novembre 2016. Che farà Trump,  agguerrito contro la Cina, per il dumping, le svalutazioni e le delocalizzazioni, quando egli stesso si sveglierà dentro l’establishment,  e sarà preso in  ostaggio dalla finanza globale?  La dimensione della complessità, tra esigenze economiche ed interferenze geopolitiche, aveva acceso la discussione che si è snodata tra riflessioni e considerazioni, in un’intervista di Daniel Moretti di radio Cusano Campus ad Elisabetta Esposito Martino del Caffè Geopolitico….intervista più attuale che mai….ascoltatela….

Daniel Moretti ‏@danmorettiradio  2/11/2016

Le #ElezioniUsa viste dalla #Cina. La mia intervista a @esposito_eli @CafeGeopolitico

http://www.radiocusanocampus.it/podcast/?prog=590

Il mondo è piccolo 2016-11-02 00-00-00

La Cina guarda agli USA: TRUMP cambierà il mondo?

特朗普爆冷当选总统

Xi Jinping tells Donald Trump congratulations on his astonishing victory: “I highly value the relations between China and the United States, and I am looking forward to working together with you to expand China-U.S. cooperation in every field.”

E nel frattempo, Lu Kang, il portavoce del ministero degli Esteri della RPC, annuncia ufficialmente di voler stare al fianco della nuova amministrazione degli Stati Uniti per promuovere una continuità nello sviluppo delle relazioni sino-americane, a beneficio di entrambi i paesi e del mondo intero. Una grande fiducia è riposta nella Cina e negli Stati Uniti,  potenze mature, in grado di gestire correttamente i problemi legati al commercio bilaterale ed internazionale, di cui hanno, in realtà,  beneficiato tutti. I think tank cinesi, preoccupati per l’imprevedibilità che oltre oceano si attribuisce alla futura amministrazione Trump e nella consapevolezza di potersi trovare di fronte ad una politica più aggressiva per quanto riguarda il Mar Cinese Meridionale, sostengono però, per bocca di Su Hao, professore di relazioni internazionali all’Università di Pechino, che il governo cinese sia pronto ad affrontarne i rischi ma anche le opportunità. L’abbandono della politica del Pivot to Asia , considerato un mal riuscito tentativo di contenere il potere crescente della Cina, porterà sicuramente meno attriti  ed una stabilizzazione dell’area che ritornerà un cortile di casa squisitamente asiatico. La Cina confida nei repubblicani che storicamente hanno saputo creare e mantenere rapporti stabili con la Cina, che rimane fiduciosa.

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Election Day: an astonishing victory tra facebook e twitter

  1. 爆冷 当选 总统 Xi Jinping tells Trump congrats on his astonishing victory.” to expand -U.S. cooperation in every field”

    La RPC pur temendo maggiori attriti confida in un rapporto stabile con la Cina, che rimane fiduciosa.

    Trump darà risposte credibili senza far esplodere la già minata stabilità del mondo? Tanti spunti di riflessione insieme al

    Trump ha fatto leva su internazionale di un senza leadership su un mondo straziato da infinita e

    abbiamo trascurato di Trump reiterati riferimenti ai danni della grande internazionale, della mancanza di , della

  2. La vittoria impossibile: Trump è il nuovo Presidente Usa via

  3. Un commento a caldo per spiegare quello che sembra incomprensibile ma il mondo continua a girare anche quando vorremmo fermarlo…dietro uno choc è necessario indagare le ragioni…insieme al #CaffeAmericano

  4. indagare le ragioni con il Presidente: appunti sparsi post nottata elettorale via

    Donald Trump 45′ presidente degli Stati uniti
    VALANGA repubblicana…anche al senato
  5. Voto fa pesantemente pendere la bilancia a favore di Trump, anche in America perde l’establishment e vince la Cina

  6. I cinque stelle guardano Trump…il mondo cambierà? ha in mano debito pubblico, produzione aziendale in testa..Trump dove vai?

  7. Nodo Corea del Nord…..ci penserà il Giappone a contenerlo se Trump concede pure il riarmo nucleare ..e la Cina goes on!

  8. doesn’t work …or electoral fraud? the last in this comedy

  9.   Trump a 275 …
  10. elettroniche….votano pure loro?

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Hillary o Chuanpu? Lo sguardo della Cina sulle elezioni americane

 La campagna elettorale americana sta terminando e dopo l’8 novembre ne conosceremo gli esiti che produrranno, nel nostro mondo globalizzato, un’onda lunga che toccherà anche l’altra riva del Pacifico, dove sia il liberismo clintoniano che l’isolazionismo trumpista suscitano sentimenti contrastanti e ansiogeni

1. INCOGNITA CINA – Le elezioni americane sono in dirittura d’arrivo con una nuova caratteristica: entrambi i candidati hanno dato spazio al “problema Cina”: la Clinton ha riaffermato la strategia pivot to Asia, che ha spostato l’asse della politica estera americana dal Medio Oriente al Sud-est asiatico per contrastare la crescente influenza cinese, mentre il suo vice, Tim Kaine, forte dei trascorsi gesuitici, ha cercato di riequilibrare le posizioni, evidenziando la necessità di cooperazione anche nei contesti di maggior tensione. Trump, chiamato dai cinesi “Chuanpu”, a sua volta, ha proclamato a gran voce di voler rendere di nuovo grande l’America (Make America Great Again), proponendo una nuova forma di delocalizzazione del lavoro, questa volta dall’Oriente verso gli USA, per arginare gli effetti dell’ingresso della Cina nel WTO causa, secondo i più, della fine dell’industria manifatturiera americana. Il candidato repubblicano ha inserito nel suo programma elettorale un innalzamento delle tariffe sull’import cinese e una sostanziale interruzione del trasferimento tecnologico verso la Cina, imposto alle aziende locali partner di quelle cinesi, già vessate dalle disparità delle norme relative agli standard ambientali e di tutela del  lavoro. Le conseguenze di un ritorno al protezionismo, secondo il Peterson Institute di Washington, potrebbero spaventare gli stessi elettori repubblicani, nonostante l’autorevolezza del vice Mike Pence, considerato dall’US China Business Council, che rappresenta le aziende americane che investono e commerciano con la  Cina, un politico che oscilla da posizioni assertive ad altre più ragionevoli, soprattutto nei confronti della RPC, in favore di una politica poco interventista, che consentirebbe alla RPC di rafforzare notevolmente le proprie posizioni.

trump elections photo

Fig. 1 – Donald Trump in Ottumwa, Iowa

2. REALITY SHOW –  Nel corso dell’ultimo scorcio di campagna elettorale è sceso in campo anche l’ex ambasciatore in Cina, Stapleton Roy, chiedendo un superamento delle obsolete strategie che potrebbero produrre pericolosi passi falsi in Asia orientale, come sottolineato anche dai media cinesi. In realtà da oriente si stigmatizza il conflitto tra la Cina in ascesa e gli USA in declino, che si riflette anche sui reciproci  alleati, in particolare nei settori chiave delle armi nucleari, delle basi militari e della difesa missilistica, fino alle operazioni spaziali e informatiche, per proteggere interessi nazionali vitali per tutti. I leader cinesi non hanno finora manifestato preferenze tra i due candidati, i cui proclami non sembrano forieri di eccessivi cambiamenti. A fronte del protezionismo evocato da Trump, la Cina sa di possedere troppi titoli di stato americani insieme alla possibilità di bloccare le esportazioni di prodotti agricoli e di creare seri problemi ad aziende di punta (tra le quali l’Apple).


Stapleton Roy photo

Fig. 2 – J. Stapleton Roy, ex ambasciatore in Cina

3. DEMOCRACY IS A JOKE – Molti cinesi, riferisce il Global Times, credono che vincerà Trump, stereotipo di occidentale decadente, ma anche uomo d’affari di successo e nuovo volto di una politica che la stampa e le televisioni cinesi stanno tentando di rappresentare nel peggior modo possibile, stigmatizzando i comportamenti di entrambi i candidati, a parte le definizioni affibbiate a Trump, quali narcisista o pagliaccio, assimilato a recenti dittatori, ma anche a Mao stesso. Una paziente e ramificata propaganda è in fondo finalizzata a scoraggiare ogni richiesta democratica da parte della popolazione cinese, alla quale sono stati presentati in prima pagina sesso e scandali, operazione in realtà molto facile dato il livello della campagna elettorale, con l’intento di veicolarne i dibattiti attribuendoli ad un sistema, ormai obsoleto e corrotto, che può solamente produrre distorsioni. La democrazia viene così rappresentata come fonte di malgoverno e  malcostume, che mette a repentaglio la stessa sicurezza nazionale.

 

Gli ultimi faccia a faccia tra i candidati e tra i vice non sono stati trasmessi in streaming integralmente né da Caixin online né da NetEase ma solo postati su  Sina Weibo, con il fine, nemmeno troppo sottaciuto, di oscurarne i contenuti in caso di necessità, stigmatizzando la futilità di questi dibattiti e cercando di  distogliere una popolazione attonita, che filtra la realtà da“House of Cards” e poi posta 40.000 likes, 15.000 condivisioni e 13.000 commenti ai dibattiti. Non sappiamo ad oggi cosa accadrà l’8 novembre e come si muoverà nel mondo il vincitore, ma…..

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Hillary o Chuanpu? Lo sguardo della Cina sulle elezioni americane

 

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INTERVISTA del 23.9.16 a RADIO CUSANO CAMPUS

Il 23 SETTEMBRE 2016, giorno in cui ricorreva il 29 anniversario del mio matrimonio, mentre aspettavamo di festeggiare, ho ricevuto una telefonata dall’Università Niccolò Cusano…

La Radio dell’Università, RADIO CUSANO CAMPUS FM 89.100 chiedeva al CAFFè GEOPOLITICO un’intervista per la trasmissione Il Mondo é piccolo, condotta da DANIEL MORETTI, sulla COREA DEL NORD ED IL NUCLEARE…un pò di per capire il mondo tra immagini , paralleli, meridiani flussi e racconti di un passato che si incrocia col futuro

questo è il link:    Il mondo è piccolo 2016-09-23 00-00-00

89.100 FM mondoèpiccolo si occupa anche di Corea # venti di guerra e tentativi di pace per questo popolo abbandonato

 

http://www.ilcaffegeopolitico.org/1150934_632962113402980_2071715104_n

 

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Cina e Corea del Nord (II): comunismo, business e ordigni nucleari

Dopo oltre mezzo secolo di affinità strategiche e ideologiche, l’alleanza tra Pechino e Pyongyang appare sempre più traballante, soprattutto a causa dell’atteggiamento provocatorio del regime di Kim Jong-un sulla delicata questione nucleare. Tuttavia Pechino non vuole perdere i vantaggi offerti dalla sua decennale cooperazione con la Corea del Nord e sta cercando di trovare un difficile equilibrio tra interessi nazionali e obblighi internazionali.

NORDPOLITIK – Alla fine degli anni Ottanta la Cina mutò la propria strategia in Asia orientale aprendo agli investimenti sudcoreani per poi creare una rete di scambi sempre pi fitta che approdò ad una normalizzazione delle relazioni con Seul, avvenuta nel 1992, frutto di una visione più pragmatica e meno idealista. La linea politica di apertura del Governo della Corea del Sud, la Nordpolitik, finalizzata a tessere una rete di rapporti commerciali proficui, fu accolta da tutti i Paesi dell’area come realizzazione della “distensione” successiva alla fine della guerra fredda.  La Cina, dal canto suo, fece in modo dipreparare l’alleato nordcoreano a tale svolta, presentando l’apertura di relazioni con la Nán Cháoxian (南 朝鲜), cioè con la parte sud (nan) della Corea (Chaoxian), come necessaria per garantire l’ingresso di entrambe le Coree nell’ONU e per implementare gli scambi  economici.

IL PROGRAMMA NUCLEARE NORDCOREANO – Dal canto suo la Repubblica Democratica di Corea ha proseguito il proprio cammino, isolata ed appartata dal resto del mondo, governata da un regime comunista ereditario, un po’ come successo a Cuba, di cui ha incrociato il destino in quanto fu proprio all’indomani della crisi dell’isola caraibica nel 1962 che Kim Il Sung avviò il primo progetto nucleare come unico possibile baluardo di difesa per un Paese povero e arretrato, piano sospeso nel 1994 e poi riattivato nel 2002 con l’abbandono del Trattato di non proliferazione nucleare. A fronte di ciò il Governo di Pechino, dopo diversi anni di appoggio quasi incondizionato all’antico Stato vassallo, ha modificato la propria linea strategica svolgendo un ruolo attivo nella questione, promuovendo tavoli di discussione multilaterale con l’intento di trovare un compromesso che consentisse di costruire un dialogo pacifico per la pace e la stabilità nella penisola coreana ed in tutto il Mar Cinese Orientale.

Nel 2016 nuovi venti di guerra hanno attraversato il Ponte dell’Amicizia sino-coreana, che unisce le due sponde del fiume Yalu, confine idrografico tra Cina e Corea del Nord. A Pyongyang, rasa completamente al suolo nel 1953 e poi interamente ricostruita, e in tutta la regione il Governo comunista è parso intento adassemblare e far esplodere bombe all’idrogenolanciare  presunti satelliti, sulla cui natura missilistica proprio non sorgono dubbi e la cui gittata può arrivare fino all’isola di Okinawa. Dopo l’ultimo lancio di un missile balistico a medio raggio di tipo Musudan, del  maggio 2016, seguito ad altri tre lanci in aprile, è salita l’allerta nel Mar Cinese Orientale, dove si sono svolte minacciose esercitazioni congiunte tra americani e sudcoreani e sono molteplici gli sconfinamenti di motovedette nordcoreane oltre le proprie acque territoriali. Il Governo cinese tiene sotto stretto controllo il confine coreano, e dalvulcano Changbaishan cerca di monitorare da vicino gli esperimenti, mentre importanti esponenti del regime nordcoreano si sono recati all’inizio dell’estate 2016 a Pechino per spiegare, al vecchio ed irritato alleato, le reali intenzioni del leader Kim Jong-un.

STILE JUCHE – In primavera si era aperto, nella “Casa della Cultura 25 aprile di Pyongyang”, il VII Congresso del Partito dei lavoratori della Repubblica Democratica di Corea, nel corso del quale era stata formalizzata la decisione di rafforzare l’arsenale atomico del regime, sperimentando le proprie testate e miniaturizzando ordigni nucleari per dar prova della propria forza militare. Il “Grande Sole del XXI secolo”, Kim Jong-un, ha promesso al popolo, come previsto dalla strategia Byungjin Line , non solo didiventare una potenza nucleare, ma anche di accelerare lo sviluppo economico, per realizzare a pieno l’ideologia patriottica statuale che, con retorica vetero–stalinista, viene diffusa dalla torcia che sovrasta la torre dell’Idea Juche, miscellanea di marxismo- leninismo, tradizioni coreane, neoconfucianesimo e culto degli antenati (il padre, il “caro leader”, eterno segretario generale Kim Jong-Il ed il nonno del dittatore, il presidente Eterno Kim Il Sung), per affidare alle masse (evocate sulla scia di Mao) la realizzazione di un’economia autarchica e autosufficiente. Come durante il fascismo, il tempo si scandisce in Anni Juche, che partono dall’anno successivo alla nascita di Kim senior.

 

Al contrario Pechino, che ha in vari modi ispirato il sistema Juche, assimilabile al maoismo della rivoluzione culturale, mira a sostenere il nuovo Premier nordcoreano Pak Jong-ju, formalmente alleato di Kim Jong-un, affinché implementi riforme economiche sul modello cinese, puntando ad uninserimento nell’attuale sistema internazionale come ha già fatto il Dragone, pur con i suoi tempi e le sue modalità, soprattutto dopo il cambio progressivo di fronte dell’ex Unione Sovietica, sostenitrice del regime, che, divenuta Russia, è ora partner economico della Corea del Sud, il cui divario economico con il Nord è sempre più consistente. Dal discorso di Xi Jinping del 2013 tenuto per il Boao Forum for Asia (BFA) è stato elaborato un nuovo concetto di pace, che difficilmente si coniuga con le ambizioni espresse dal Presidente nordcoreano di una testata nucleare miniaturizzata destinata ad essere montata su missili a lungo raggio. Da una parte lo Stato di Mezzo deve contenere le mire espansionistiche del vicino, che ha protetto nel corso della storia e che sembra, forse anche per il contributo della stampa internazionale, ormai indifendibile, dall’altra deve proteggere la penisola coreana, in quanto zona cuscinetto indispensabile per mantenere un ragionevole equilibrio tra Pyongyang, Seul e Washington, non dimenticando Mosca e Tokyo.

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ROVESCIAMENTO DI ALLEANZE? – Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in un comunicato stampa del 26 aprile 2016, ha riaffermato la condanna della Corea del Nord dopo l’ulteriore violazione delle risoluzioni 1718 (2006), 1874 (2009), 2087 (2013), 2094 (2013) e 2270 (2016) che proibiscono risolutamente lo sviluppo e la sperimentazione di nuovi missili balistici, anche quando i lanci non vadano a buon fine. Nell’ultima risoluzione, la 2270 (2016), si sottolineava come tali attività, contribuendo allo sviluppo di sistemi di lancio di armi nucleari, possono aumentare la tensione nella regione e diffondere timori di guerra tra tutte le nazioni. L’invito ad astenersi da ulteriori azioni in violazione delle risoluzioni e di ristabilire una moratoria sui lanci di missili suona perentorio. La risoluzione 1718 del 2006 aveva anche previsto l’istituzione di un apposito Comitato, allo scopo di cooperare alla stabilità della penisola coreana e del Nord-est asiatico e di raggiungere una soluzione pacifica, diplomatica e politica attraverso il dialogo. L’ONU continua a monitorare la situazione, dopo aver adottato variemisure coercitive, tra cui l’embargo per il commercio di armi, il congelamento dei beni, il divieto di viaggi e altri vincoli sui prodotti di lusso al fine di colpire la leadership al potere che circonda il giovane dittatore, evitando le “conseguenze umanitarie negative” per i civili, la maggioranza dei quali vive in dure condizioni economiche per la carestia endemica.

Queste risoluzioni, proposte da Washington e concordate con Pechino, dopo lunghi e faticosi negoziati, costituiscono una novità assoluta nel panorama geopolitico non solo per la durezza delle sanzioni, ma soprattutto per il palese (o solo apparente?) cambio di fronte da parte cinese. In effetti il Governo della RPC, che continua a prestare assistenza all’antico vassallo, sostiene ora la necessità che la Corea abbandoni gli esperimenti nucleari per impegnarsi in uno sviluppo pacifico, nonostante i timori di un rafforzamento del Terminal High Altitude Area Defense (THAAD), il sistema missilistico di difesa americano in Corea del Sud, temuto anche dalla Russia. Il Dragone intende così riprendersi lo storico ruolo di catalizzatore della regione per presentarsi come ago della bilancia a livello globale, auspicando un alleggerimento della presenza americana nei propri mari ed allontanare il rischio di un accerchiamento strategico. Inoltre la Cina sa di poter giocare un ruolo più incisivo rispetto al Giappone, ancora debole militarmente nonostante la reinterpretazione, con la Cabinet Decision del 2014, dell’art. 9 della Costituzione, che prevede il ripudio totale della guerra, in quanto rappresenta il principale partner commerciale  della Corea del Nord per cibo, energia e armi.

BRINKMANSHIP – La penisola coreana, impregnata di cultura cinese, per la sua collocazione geopolitica, rimane comunque terra di contesa per le grandi potenze dell’area, ed i suoi Governi usano unastrategia di “rischio calcolato” (brinkmanship) sia con gli Stati Uniti, che si trovano nella necessità di frenare le mire di una inquietante dittatura e contemporaneamente l’ascesa cinese, sia con la RPC, che non può scontrarsi apertamente con i leader nordcoreani, temendo la presenza americana troppo vicina ai propri confini e nel rispetto del principio di non interferenza nella domestic jurisdiction degli altri Paesi (per non mettere in discussione il proprio assetto interno). Il Governo della RPC, assurto ai vertici economici mondiali, con un PIL in frenata ma comunque di tutto rispetto, si trova perciò a giocare unapartita veramente difficile anche per il chain-gang che la lega agli Usa, nonostante gli interessi strategici inevitabilmente in conflitto, per le reciproche necessità di import – export, e alla Corea del Nord, povera di materie prime, arretrata tecnologicamente, che necessita  del petrolio, dell’hardware e del software che la Cina esporta in cambio di ferro e carbone coreano, i cui ricavi permettono al Paese di sostenere la propria spesa militare.

Negli ultimi tempi Pechino ha condizionato gli scambi ad un utilizzo civile dei ricavi, che si traduce in unaeffettiva adozione delle sanzioni, per non compromettere la nuova normalità, che postula il raggiungimento di un nuovo equilibrio geopolitico nel cortile di casa, a sostegno di un ritorno ai passati splendori. Nei colloqui intercorsi nel giugno 2016 a Pechino, un alto rappresentante del Partito dei lavoratori coreano ha proposto, coerentemente alla strategia sopra esposta,  un nuovo  Leap Day:  se Seoul e Washington sospenderanno le esercitazioni militari congiunte, potrebbe essere possibile avviare con la Corea del Nord colloqui sulla denuclearizzazione (nel 2012 gli Stati Uniti promisero 240.000 tonnellate di aiuti alimentari in cambio di una moratoria sui test nucleari e missilistici). La minaccia nucleare diventa così merce di scambio, un bargaining chip, per avere cibo e rifornimenti e per veicolare tali scelte all’interno del Paese.

Mentre il centro di gravità dell’economia mondiale si sta spostando verso il Pacifico,  tra Cina e “tigri asiatiche” (Hong Kong, Taiwan, Singapore e Corea del Sud), quest’ultimo land bridge della regione,  lungo il 38° parallelo, sembra sospeso tra passato e futuro, uno ieri di retorica vetero – stalinista, culto della personalità ed autoritarismo ed un oggi globalizzato che oscilla tra minacce nucleari, forte ascendente cinese (persino nel look, definito Mao suit) e attacchi informatici (a banche filippine, vietnamite e del Bangladesh di cui è accusata la Corea del Nord). D’altro canto la lezione libica ricorda al Governo cinese come l’implosione di un regime possa creare immani problemi non solo economici ma anche umanitari, che destabilizzerebbero non solo la zona ma l’intero disegno di sviluppo economico culturale e politico del Paese del Centro.

PROSPETTIVE FUTURE

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Cina e Corea del Nord (II): comunismo, business e ordigni nucleari

 

 

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Cina e Corea del Nord: dall’età imperiale alla guerra fredda. Prima parte

Cina e Corea del Nord hanno una lunga storia alle spalle, che affonda addirittura le sue radici nell’antico passato imperiale cinese. Ripercorriamola brevemente nel primo di due articoli dedicati alle attuali difficoltà dell’alleanza tra Pechino e Pyongyang, messa in crisi dalle ambizioni nucleari del regime di Kim Jong-un.



LUNGO IL FIUME YALU – Situata nel grande nord-est cinese, la regione del Dongbei, corrispondente all’antica Manciuria, è composta da tre province: Liáoníng (辽宁), Jílín (吉林) ed Hēilóngjiāng (黑龙江). La zona rappresenta un’area industriale strategica, che fornisce prodotti petroliferi e petrolchimici, acciaio, carbone, ferro, auto oltre ad una vasta gamma di beni di consumo. La popolazione, in crescita, risente delle massicce immigrazioni dell’etnia han che dovevano bilanciare la presenza di numerose minoranze, tra cui quella coreana. Il fiume Yalu, che scorre tra Liaoning e Jilin, segna il confine con la Corea del Nord, insieme ad una parte del corso del Tumen. Questa zona è stata, nel corso dei secoli, di estrema importanza, rappresentando una sorta di trincea, ma anche una zona di espansione per il Celeste Impero, nella quale ha preso forma, nella sua peculiarità, il sistema tributario e di vassallaggio.

Fig. 1 – Il Ponte dell’Amicizia Sino-Coreana sul fiume Yalu, che collega la città cinese di Dandong a quella nordcoreana di Sinuiju
UNA STORIA ANTICA – Un’antica leggenda narra che il principe Qizi, esiliato dalla dinastia cinese Shang, fu il primo a diffondere nella zona il sistema di valori della madre patria. Dopo l’unificazione dello Stato di Mezzo, nel 221 a. C., il “Regno del calmo mattino” (Choson) si sottomise spontaneamente al primo Imperatore Qin Shi Huangdi, diventando poi dal 108 a.C. uno Stato vassallo del sovrano Wudi. Nella fiorente capitale, Wangxian, (nei pressi dell’attuale Pyongyang), venne creata una prefettura cinese, la cui giurisdizione si estendeva dalla Corea al Liaodong e fino a parte della Manciuria, che lasciò sul territorio un’impronta indelebile. Man mano che la dinastia Han (206 a. C. – 220 d. C.) costituiva la sua struttura burocratica, colonna vertebrale dell’impero, si andarono specificando le modalità con cui amministrare la Cina ed i territori su cui la cultura confuciana si stava diffondendo a raggiera. Attraverso le vie idrografiche naturali ed una sofisticata rete stradale e di canali, viaggiavano mercanti e merci di ogni genere, tributi e, in cambio di questi, i doni di restituzione, sovente di valore più elevato.

In questo contesto il Regno di Corea era sempre oggetto di mire espansionistiche, tanto che la dinastia Sui cadde nel 618 d. C., anche in seguito alla fallita annessione della penisola. Dopo tre disastrose spedizioni nel 612, 613 e 614, la Corea non fu annessa ma non guadagnò nemmeno una completa indipendenza, oscillando dallo status di provincia, di quell’impero che sotto i Tang (618 – 907) raggiunse la massima espansione e l’acme della civiltà, a Stato satellite sotto le successive dinastie che utilizzarono il “Paese ad Est del mare” (海东 Hǎi dōng per i cinesi), impregnato di civiltà cinese ma con una peculiare individualità, come avamposto per i tentativi di conquista del Giappone nel 1274 e nel 1281. Nel periodo Ming (1368 -1644) la politica imperiale, tesa a pacificare le frontiere ed implementare gli scambi, determinò il mantenimento dello status quo che il “Regno Eremita” pagò con alti tributi.

UNITI CONTRO IL GIAPPONE – Negli anni 1592, nel 1596 e nel 1597 il Regno Celeste difese la Corea dall’invasione giapponese, costringendo l’esercito del Sol Levante prima a ritirarsi nella zona di Pusan, poi ad abbandonare il territorio appena conquistato. Questi eventi, proiettati ai giorni nostri, ci inducono a riflettere sul fatto che la storia si ripete anche a distanza di secoli, per la forte influenza esercitata da alcuni fattori geopolitici. Sotto la dinastia Qing (1644 – 1911), la tutela cinese sullo Stato coreano venne istituzionalizzata con un formale tributo annuale che i re doveva pagare al loro protettore. La stabilità che il regno di Koryo aveva raggiunto, perno dell’equilibrio strategico che, per secoli, era stato mantenuto nel nord-est, venne spazzata via dall’aggressione del colonialismo occidentale ad un impero ormai decadente. La crisi, che aprì alla Cina un destino semicoloniale, si riflesse anche sul piccolo Stato satellite, considerato “un pugnale strategico indirizzato al cuore del Giappone”. Per questo, dopo l’umiliazione dei trattati ineguali e la sconfitta dell’Impero Celeste nella guerra sino-nipponica scoppiata nel 1894, la Corea ottenne una breve indipendenza che cessò nel 1910 con l’annessione all’emergente potenza giapponese, che mantenne la sovranità sull’isola fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. I coreani, come gli altri popoli dominati, venivano iscritti nei registri anagrafici in qualità di appartenenti a “territori esterni”, ai quali non era garantita alcuna forma di eguaglianza con i giapponesi.

Al termine della Seconda Guerra Mondiale, la Corea fu considerata terra di conquista in funzione anti nipponica anche dagli Alleati che, per consentire alle truppe sovietiche da nord e a quelle statunitensi da sud di incontrarsi per accettare la resa del Giappone, crearono una zona smilitarizzata (DMZ, Demilitarized Zone) intorno ad una linea identificata in corrispondenza del 38° parallelo. I vincitori della Seconda Guerra Mondiale pensarono poi di creare un’amministrazione fiduciaria con un Governo unico, ma la Russia si dimostrò contraria a tale soluzione e, in mancanza di un accordo, il 38° parallelo divenne il confine definitivo che divideva, come stava accadendo anche in Germania, una nazione in modo assolutamente artificiale. Le pressioni di Mao, il cui carisma politico era in costante ascesa, produssero il ritiro dei sovietici dal territorio a nord, dove Kim Il Sung instaurò un rigido regime comunista, e degli americani dal sud, dove Syngman Rhee, ultranazionalista corrotto, divenne Presidente. Era il settembre del 1948 e la Corea era finalmente libera ma tagliata in due.

LA GUERRA DI COREA – Il 26 giugno 1950, mentre ancora si discutevano i trattati di pace della Seconda Guerra Mondiale, in particolare quello con il Giappone, scoppiò un aspro conflitto in un momento di altissima tensione tra gli ex alleati, sulle cui origini dubbi e dissensi si accavallarono: la Corea del Nord rispose, si disse, ad un presunto attacco della Corea del sud occupandone i territori fino al porto di Busan, il cui perimetro coincideva con i cannoni della VI Flotta americana. In pratica, i nordcoreani avevano tentato un’improbabile unificazione sostenuti dal protettore di sempre, ovvero la Cina (ora novello Stato comunista). La Corea del Sud chiese l’intervento del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che fu reso possibile dall’assenza dell’URSS, che praticava la politica della “sedia vuota” per protestare contro la mancata attribuzione del seggio permanente alla Cina Popolare. In base al principio di effettività, il nuovo Governo di Pechino doveva sedere all’Onu con un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza, come auspicavano i Paesi comunisti. L’appoggio degli Stati Uniti al Governo di Chang Kai-Shek aveva lasciato alla Cina nazionalista di Taiwan il ruolo di successore del Governo precedente e fu così che nessuno pose il cd. “veto” all’intervento militare.

Le forze internazionali delle Nazioni Unite, sotto il comando statunitense, riconquistarono i territori sudcoreani invasi dai fratelli del nord mentre il generale vittorioso sul Giappone, Douglas MacArthur, decise prima di colpire le basi di partenza dell’invasione (operazione autorizzata dall’Assemblea Generale dell’ONU il 7 ottobre 1950) e poi minacciò l’uso della bomba atomica sul territorio cinese da cui affluivano, sotto le mentite spoglie di corpi di volontari, aiuti alla Corea del Nord da parte dell’Esercito Popolare di Liberazione. La vittoria elettorale di Truman e la politica del containment portarono alla destituzione del generale, nonostante la sua fama, e ad un approccio più prudente. Scartata l’idea di aprire un fronte di guerra contro la Cina, fu ristabilito lo status quo ante e i combattimenti, che erano costati migliaia di morti, devastazioni territoriali ed economiche, cessarono e l’oblio sembrò coprire il nazionalismo coreano.
L’ARMISTIZIO DI PANMUNJOM – continua a leggere sul caffè geopolitico: http://www.ilcaffegeopolitico.org/41243/cina-e-corea-del-nord-dall-eta-imperiale-alla-guerra-fredda

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