Belt and Road Forum: la globalizzazione secondo i cinesi

In 3 sorsi – Si è appena concluso il primo forum dedicato al progetto “One Belt, One Road”, forse il più ambizioso di questo inizio ventunesimo secolo, presentato dal Presidente cinese Xi Jinping tra molte speranze, qualche dubbio e diverse inquietudini.

1.IL SUMMIT DI PECHINO – Il 14 e 15 maggio 2017 a Pechino si sono riuniti 29 capi di Governo, organizzazioni internazionali e un consistente stuolo di imprenditori e studiosi per discutere di OBOR, l’acronimo di “One Belt, One Road” (una cintura, una via”), il progetto che intende rilanciare le antiche Vie della Seta attraverso sei linee, sia terrestri che marittime, unite da un vasto network di trasporti e comunicazioni fatto di strade e binari, tunnel sotterranei e ponti, porti ed aeroporti, fibre ottiche e linee elettriche. Questa idea intreccia iniziative commerciali e di sviluppo che dovrebbero collegare l’Asia al Medio Oriente e all’Africa, per giungere fino al cuore dell’Europa, insieme a una linea ferroviaria transcontinentale, per la quale è in avanzato stato di progettazione l’adeguamento dello scartamento (attualmente i  binari che attraversano il territorio russo misurano 1520 mm invece di 1435). La sfida, sulle rotte della cintura economica delle Vie della Seta, è quella di creare impianti e servizi moderni per attrarre investimenti e scambi, nell’ambito di un’interconnettività che porterà mutui benefici, ma che certamente amplificherà il prestigio e l’influenza internazionali del Dragone. Dietro questi input, si colloca l’Asian Infrastructure Investment Bank, la banca multilaterale che unisce 100 Stati, tra i quali l’Italia, con l’intenzione, nemmeno troppo celata, di spingere verso livelli più alti di progresso le regioni occidentali della Cina, tradizionalmente più depresse e arretrate, da coinvolgere nella corsa verso le risorse energetiche, di cui è indiscussa la necessità.

2.LE VIE DELLA SETA – L’OBOR costituisce una grandiosa iniziativa, nata nel 2013 quando Xi Jinping, durante una visita in Kazakistan, espose l’idea di sviluppare una nuova politica, considerata strategica per la RPC, alla quale è stato dedicato un intero capitolo dell’attuale piano quinquennale. Come da costante tradizione, anche in questo caso, si riutilizza il passato in funzione del presente, ripescando l’epopea di Zhang Qian, inviato, duemila anni fa, in avanscoperta nei territori occidentali,  dall’Imperatore Celeste, nella veste di pioniere dell’apertura della Cina verso il mondo degli scambi, oltre che della conquista cinese dei territori che ora corrispondono allo Xinjiang. L’eroe consentì ai cinesi di venire a contatto con gli avamposti orientali della cultura ellenistica, prodromo dell’avvio del commercio della seta, molto ricercata nell’antica Roma ed in tutto l’Occidente, che portò un sempre più proficuo scambio di materie prime, tecniche e informazioni, accompagnato da incontri tra uomini e idee, attraverso diversi canali di comunicazione e interconnessione tra terre e mari lontani. Questa variegata rete di percorsi assunse solo nel 1877 il nome di Seidenstraße, Via della Seta, come coniato dal barone Ferdinand von Richthofen, rappresentando una rete di connessione tra passato e futuro, per una nuova visione dei processi di globalizzazione.

Il progetto, di cui sono stati fatti ampi e approfonditi resoconti durante il summit, ambisce a strutturare una rete di infrastrutture di trasporto, comunicazione e scambi commerciali, migliorando la connettività di diverse regioni in Asia centrale e occidentale.  L’iniziativa coinvolge 64 Paesi, in cui vive il 60 per cento della popolazione globale, il cui prodotto interno lordo (PIL) ammonta a 21 trilioni di dollari, pari al 29% del PIL mondiale, connessi attraverso una originale geopolitica economica, non sempre condivisa, come ha lamentato l’India, irritata per il corridoio pachistano che transita per il Kashmir conteso.

3.SFIDE E ASPETTATIVE – Il nuovo millennio, caratterizzato da uno sviluppo economico globale pesantemente sbilanciato e dalla crisi degli ideali che avevano supportato l’espansione della democrazia occidentale dopo la fine della guerra fredda, necessita di nuovi input. D’altro canto, l’evoluzione degli Stati che si stanno gradualmente riscattando dal sottosviluppo è incerta e contraddittoria, tra problemi finanziari e geopolitici che si intrecciano e si affastellano tra loro. La globalizzazione, guidata sino ad ora dalle ricche economie occidentali e oggetto di ampie discussioni, viene rivisitata dalla RPC, il cui hard landing pare scongiurato dagli ultimi valori del PIL rilevati in aprile.

Lo scopo che lo Stato del Centro si prefigge è quello di prendere il timone della “globalizzazione incompiuta” per…

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Il Pil nel nodo di Gordio dei Mari cinesi

In questo articolo accenniamo alla storia di un semplice contadino, però non quello che fondò la dinastia Han o quella Ming… ma Gordio, primo ad entrare alla guida di un carro in una piazza della Frigia, che ebbe la ventura di essere incoronato re, secondo la profezia di un oracolo, e di dare il nome alla città sorta sulla riva del fiume Sangario. Gordio, grato per l’onore, dedicò il suo mezzo a Zeus, stringendo il giogo del suo carro in modo talmente intricato da risultare inestricabile. Si diffuse perciò una nuova profezia: colui che fosse riuscito a sciogliere questo nodo intrecciato ed ingarbugliato sarebbe diventato sovrano di tutta l’Asia. E così Alessandro Magno, nella sua corsa per conquistare l’Oriente e diventare sovrano del mondo, arrivato nel 333 a. C. a Gordio, tentò in mille modi di sciogliere quel groviglio, ma nulla di fatto, non riuscì a slegarlo. Così prese la decisione di sguainare la spada e rompere il nodo con un micidiale fendente, senza ulteriori indugi. E così il figlio di Filippo il Macedone, che i Greci consideravano barbaro, e che, per ovviare a tale fama, fece educare il suo rampollo da Aristotele, fu Imperatore e fondò un Impero sconfinato, che diede vita alla civiltà ellenistica [1]. Ma il sogno durò poco.

Dopo molti anni anche Yongle, terzo sovrano Ming, tentò un’impresa simile, ma dall’altra parte del mondo, comandando ad un eunuco mussulmano, Zheng He [2], di sconvolgere la millenaria tradizione che voleva l’Impero Celeste una potenza “di terra”, preoccupata di fronteggiare i barbari occidentali opponendo loro la Grande Muraglia. Come conseguenza di questa nuova politica, venne varata una flotta immane e stupefacente, incaricata non tanto di conquistare con le armi ma di manifestare la propria magnificenza, inducendo popoli interi a sottomettersi alla potenza cinese, proiettata verso nuovi lidi e paesi sconosciuti, dall’Asia fino all’Africa. Queste navi, spettacolari, grandi come una moderna portaerei, diffusero il potere e la supremazia dell’Impero Celeste, ma solo per pochi anni, fino a che la tradizione prevalse. Le “treasure ship” furono auto-affondate e la politica marittima abbandonata definitivamente.

Passarono i secoli e mentre impallidiva lo splendore della civiltà cinese, l’Occidente conquistava l’Oriente, umiliando e sconfiggendo il Dragone, assoggettato ai trattati ineguali, preda di conquiste, fame e povertà, fino al nuovo millennio, quando la storia della Cina prende un nuovo corso, tornando lentamente agli antichi splendori. Nel 1978, l’introduzione dell’economia di mercato nel contesto economico, politico ed istituzionale forgia un nuovo sistema, che innesta il liberismo economico nel contesto della pianificazione propria di uno stato socialista, che già Mao aveva provveduto a rendere originale rispetto al marxismo leninismo sovietico. Dopo il crollo del comunismo di Mosca che, come un domino, determina il declino di tutti gli stati satelliti, lentamente assorbiti nell’orbita occidentale, si assiste al vivace rafforzamento dello stato di Mezzo, che, attraverso riforme graduali, riesce ad adattare gli ideali del maoismo all’iniziativa privata, consentendo di affiancare alle imprese pubbliche quelle private o collettive, liberalizzando i mercati rurali, decentrando e controllando. Questo sistema “misto”, ufficializzato dal XIV congresso del Partito nel 1992 col nome di economia socialista di mercato, postula un programma ambizioso e dinamico, di riforme strutturali, comunque governate dal Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, che mantiene il timone della pianificazione e della gestione macroeconomica, forgiando il socialismo con caratteristiche cinesi, che ha permesso alla RPC di diventare, nell’ottobre 2014, la prima economia mondiale per PIL a parità di potere d’acquisto e di riprendere nel 2017, in fondo a sorpresa, ad accelerare nella crescita. I dati di aprile infatti riportano, nel primo trimestre 2017, una crescita del prodotto interno lordo del 6,9%, pari a 18.068,3 miliardi di yuan (2741,6 miliardi di euro). Un dato quasi da brivido [3], che dimostra una tenuta sostanziale, resa possibile dalle spese del governo nei progetti infrastrutturali e dalle vendite effettuate nel settore immobiliare, dall’aumento delle esportazioni del 14,8% rispetto al primo trimestre del 2016, e dal “grande balzo” delle importazioni che ha determinato un surplus commerciale di 454,9 miliardi di yuan, pari a 62,2 miliardi di euro. In sostanza la produzione industriale è aumentata del 6,8% se la si paragona a quelle del 2016, e così il manifatturiero, le vendite al dettaglio, gli investimenti in asset fissi, e, soprattutto, il terziario. La novità sostanziale è un’inversione di tendenza rispetto alla tradizionale propensione al risparmio dei cinesi con un aumento dei consumi. Il vicepresidente della Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma, ha dichiarato che il sistema economico continuerà a sostenere la crescita, che troverà un ulteriore spinta con la creazione della zona di Xiongan, a sud di Pechino, ad ulteriore supporto della zona economica speciale di Shenzhen, creata alla fine degli anni Settanta, e dell’area di Pudong, Shanghai, che risale agli anni Novanta. Il tanto paventato hard landing pare allontanarsi dall’orizzonte del PCC, che, a breve, dovrà rinnovare cinque dei sette membri del Comitato Permanente del Politburo, avallando il secondo mandato del presidente Xi Jinping.

Questa nuova accelerazione dell’economia della RPC stupisce i think thank occidentali, ma non chi conosce la storia e la filosofia cinese, e l’ideologia derivata, avvezza a costruire complesse strategie politiche ed economiche, a sostegno del proprio ruolo di grande potenza, rivestito per millenni nel quadrante orientale, e che da qualche lustro trova un’eco nel nuovo mondo globalizzato.

Uno degli strumenti che saranno utilizzati per costruire questa tela di potere mondiale è certamente costituito dalla rete di connessioni marittime e terrestri, che sostanziano la via della seta per terra e per mare, la Belt and Road Initiative, per la quale il governo cinese ha da poco lanciato una pagina web [4], che supera l’antica via della seta, prevedendo non solo commerci internazionali, ma soprattutto forti investimenti nei paesi che ne costituiscono il nuovo tracciato, dall’Eurasia all’Africa e all’Europa, con una progettualità stupefacente, una vision decennale anzi ventennale, supportata da stategie win-win.

In questo quadro anche le tensioni geopolitiche vengono interpretate con nuove chiavi di lettura: dal 1989, il crollo dell’URSS ha determinato il fallimento della missione mondiale americana, nell’impossibilità di arginare il caos sistemico deflagrato negli ultimi anni. Dal summit dello scorso aprile tra il presidente americano e quello cinese, appare levarsi all’orizzonte un nuovo mondo, che sembrerebbe piuttosto forgiarsi come trilaterale, in cui la Cina si pone come cuscinetto tra Washington e Mosca, aspirando a conquistare la nuova governance mondiale. Da quell’incontro, in cui il lancio dei missili deciso da Trump sulle basi siriane è stato preceduto da informative ai russi e ai cinesi, il mondo multilaterale che ha visto il moltiplicarsi dei conflitti, aggravati da crisi economiche e finanziare che hanno impoverito popoli e nazioni, senza riuscire ad arginare eccidi e genocidi ed a trovare tavoli negoziali dove contrattare la pace, sembra incamminato verso il tramonto.

La tensione con la Corea del Nord, che continua imperterrita a lanciare missili con testate nucleari, sale di giorno in giorno in questo secondo trimestre del 2017, mentre sottomarini e portaerei statunitensi si avvicinano ai mari cinesi e alle acque territoriali coreane e gli Usa schierano un imponente sistema antimissilistico, il Thaad [5], in Corea del Sud .

L’attenzione è così focalizzata sull’Impero di Mezzo, che ha sempre protetto la Corea, per secoli paese tributario e vassallo dell’Impero Celeste, ma che ha stancato la pazienza geopolitica non solo americana ma anche cinese.

D’altro canto la Cina, si trova accanto ai propri confini l’unico paese, diviso dall’imperialismo occidentale senza sufficienti ragioni storiche, che non è stato mai ricondotto ad unità, per motivi di regime politico e di forbice economica. Invitare tutti i players alla calma significa perciò cercare un nuovo ordine asiatico, prodromo di un nuovo ordine globale, che si gioca al 38° parallelo, molto vicino al confine cinese ed a quello russo, e su quei mari dove da più di mezzo secolo gli Usa esercitano il proprio ruolo di superpotenza.

Così l’epopea dell’ammiraglio dei Ming, Zheng He, finita in una damnatio memoriae, risuscitata nel 900 e veicolata nel terzo millennio, nemesi storica di un’avventura troppo presto stroncata, ora può fungere da appiglio per nuovi orizzonti, quelli di una superpotenza globale che, come insegnava Mahan, necessita per estrinsecare il proprio potere di una supremazia marittima, sui mari che costeggiano la rimland, secondo la teoria geopolitica di Nicholas Spykman.

E questa Eurasia, oggi centro del mondo, attende chi districhi il nodo di Gordio dei mari cinesi….continua a leggere su

http://www.mentinfuga.com/il-pil-nel-nodo-di-gordio-dei-mari-cinesi/

 

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PER MAMMA 7 maggio 2016

MAMMA PER L’ULTIMO TRATTO

Mamma sto gridando, …un anno…ti sto cercando…sei in alto, tra le nubi bianchissime, striate di grigio, come i tuoi capelli e tra le nubi uno squarcio di rosa, come un sipario, sul palcoscenico della vita, quella vita tagliata dalla mattina del sette maggio duemilasedici…eppure ce l’hai fatta…tanti anni a combattere, amando la vita e dando coraggio tra mille avversità… tratti percorsi, molta in salita, tra curve a gomito che non lasciavano vedere il passato e nemmeno intravedere un futuro, tra nuvole discese dal cielo a confondere l’orizzonte… e poi la strada si allargava e ritornava dritta e piana.

E tu Mamma eri per quei tratti pittrice, scrittrice e scultrice. ..

Ho imparato da te mamma a raccontare queste storie, a tracciare pennellate tra i riflessi dei raggi del sole che colorano di rosso il cielo e disegnano le forme più disparate. Ti ricordi mamma quando gareggiavamo insieme per riuscire a scorgere la forma più buffa…un vecchio baffuto che fumava la pipa sopra una specie di dragone che sputava fiamme sugli uccelli in volo…e mentre l’ultimo stormo attraversava il cielo tu sorridevi pronta ad un nuovo gioco e a nuovo scherzo…mamma sento ancora le tue risate argentine quando, anche tra medici ospedali e sale operatorie, riuscivi sempre a trovare qualcosa di strano o di ridicolo per farci divertire…

Ti ricordi mamma quando arrivava l’estate ed eri felice di poter andare al mare ed ogni giorno guardavi stupita la luce che filtrava tra il verde dei pini,  che si snodavano lungo la strada che ti piaceva tanto, fino ad aprirsi sullo sconfinato azzurro in cui l’acqua si confonde col cielo.

L’ultimo tratto ci ha portate però in un tunnel buio, troppo buio per me, in cui ho avuto paura, tanta paura di perdere il tuo sorriso, la tua allegria e soprattutto la tua bella testa mangiata dalle metastasi.
E in quel groviglio tra follia e dolore ancora rimanevano i tratti di infaticabile sognatrice, tra invenzioni e progetti e sogni di cui ci hai contagiati , ricominciando da capo, fino alla fine, fino alle ultime ore, quando il silenzio è calato ed ha aperto le porte al buio e alla notte.

Mamma  io ti ho vista salire, facendo capolino da tutte le nubi, dolcemente rosa, e guardarmi con quegli occhioni di un verde che sa di muschio e che si è appannato per i dolori del corpo e dello spirito, ma che da quel velo di acque fa guardare la vita in altro modo, con più filosofia e più misericordia…

Mamma ti penso ora su qualche stella lontana, nel bellissimo Paradiso che il Signore ha preparato per i suoi figli privilegiati, quelli che hanno sofferto tanto come te, che hanno sofferto troppo ed adesso possono scegliere la stella più bella dove danzare, liberi dal dolore, ricolmi di tutta la felicità che hanno seminato in terra…

Ti voglio bene mamma e non posso esprimere quanto mi manchi ed ogni giorno in più, passato insieme, allarga smisuratamente questa mancanza, ogni giorno più vasta e devastante, anche se so che stai tranquilla ora a  passeggiare nei cieli, sicuro a combinare qualche guaio, pure davanti all’Altissimo …che farà finta di non vedere e di non scorgerti…perchè proprio Lui ti ha dato, Mamma, tutto quell’amore che da te ho conosciuto, quell’amore che viene da Dio come gratuito, squisitamente gratis, da quel Dio che è padre, anzi, come diceva Papa Luciani, che è madre perché non pretende nulla, un amore senza fatica, senza dovere, senza obbligo di capire quello che proprio non si capisce, senza devo, senza è giusto, un amore soft, un amore easy, un amore riposante e appagante in cui sentirsi amati per quello che si è, senza liste di cose da fare o da non fare, senza nulla, solo amore, amore gratuito, mamma mia questo amore mi hai insegnato tu…

e tu che sei poetessa ed hai amato giocare con  l’invisibile mi hai lasciato una tua traccia visibile: gli occhi e l’amore di mia sorella. Grazie mamma.

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L’incontro Trump-Xi: verso un nuovo equilibrio mondiale?

In 3 sorsi  Il summit tra Trump e Xi Jinping della settimana scorsa sembra aver aperto la strada verso un mondo trilaterale, in cui la Cina è chiamata ad aggiungere alle speranze di giustizia e di pace l’anelito all’armonia

1. IL PRIMO INCONTRO TRA I DUE GRANDI – Il summit tra Donald Trump e Xi Jinping si è tenuto il 6 e 7 aprile a Mar-a-Lago, vicino Palm Beach, tradizionale residenza estiva dei Presidenti americani acquistata negli anni ’80 da un miliardario che, ironia della sorte, sarebbe diventato, a sua volta, Presidente. Il confronto tra The Donald e il Figlio del Cielo capitalcomunista, che da Davos sostiene il libero commercio e la globalizzazione, ma coerentemente al ruolo di “Paese in via di sviluppo responsabile”, viene incentrato sui problemi bilaterali, destinati a riflettersi sia sugli spazi regionali che sugli orizzonti globali. Due Presidenti potenti e lontani, avvicinati da interessi divergenti per scelta, ma convergenti per necessità.
La prima discussione si è aperta sugli accordi di libero scambio, declinati da un’economia dirigista, condotta oggi dal XIII Piano quinquennale, un tema “caldo”, reso rovente dalle minacce protezionistiche, paventate durate la campagna elettorale americana, aggravate da accuse riguardanti i giochi finanziari messi in campo utilizzando lo yuan come propulsore dell’export cinese. L’economia rimane sul tappeto e se ne riparlerà in Cina, quando il leader cinese accoglierà il tycoon statunitense.
Il secondo argomento di conversazione sul taccuino della Casa Bianca ha avuto per oggetto Taiwan, senza mettere in discussione la politica dell’unica Cina, conditio sine qua non per mantenere rapporti diplomatici con Pechino. L’establishment a stelle e strisce (con i suggerimenti di Henry Levice, un consulente dell’Albright Stonebridge Group) ha sicuramente rappresentato al neo-Presidente USA le circostanze diplomatiche, politiche e soprattutto storiche che fanno della Cina, da millenni, un continuum unitario, ed il neo-eletto è stato in poco tempo convinto a tornare sui suoi passi, anzi sulle sue telefonate.
La Corea del Nord ha rappresentato un argomento ancora più scottante sul tavolo dei due grandi, per il programma nucleare di Kim Jong-Un e i periodici lanci di missili balistici che minacciano tutto il Pacifico, a partire dai confini segnati dal ponte sul fiume Yalu fino probabilmente alle più remote coste americane, e che stanno esaurendo la pazienza strategica americana. Le decise affermazioni di Trump, diffuse dai twitter e soprattutto dal Financial Times, con cui si prende in considerazione un risolutivo intervento militare, sono per ora sostenute dallo schieramento, nel sud della penisola, del sistema anti-missilistico THAAD, prodromo di ulteriori soluzioni, veicolate come radicali dal Segretario di Stato Rex Tillerson. Non è facile trovare delle modalità di approccio che soddisfino da parte cinese la necessità di porre un freno serio e sostanziale all’arroganza del regime nordcoreano, non dimenticando completamente il ruolo di paladina dei Paesi poveri, di cui la Corea rappresenta un esempio tanto più drammatico quanto dimenticato, unico Paese artificialmente diviso da logiche spartitorie ed espansionistiche, coniugate con interessi economici e intrecciate con la storia di un Paese per secoli vassallo dell’Impero Celeste, la cui stabilità è funzionale all’equilibrio politico ed economico della RPC.  D’altra parte il Governo di Pechino si presenta come l’unico in grado di far ragionare i nordcoreani, riducendo le esportazioni di carbone e altri tipi di sostegno economico, per una posta in palio molto alta: un ammorbidimento sul fronte commerciale in cambio di un irrigidimento su quello nucleare.
In questo quadrante si gioca poi anche la partita del  Mar Cinese Meridionale, in cui il Governo della RPC rivendica vaste aree che si vanno ad accavallare ai mari territoriali e alle zone economiche esclusive dei principali Paesi della zona, in particolare le Filippine di Rodriguo Duterte, alleato (ma non troppo) di un’America che Trump vorrebbe alleggerire dagli impegni internazionali. Questa questione, sovente connessa con i problemi dello sfruttamento delle risorse ittiche e la protezione ambientale, si somma a quella che ha portato all’accordo sul clima, i cui impegni presi alla conferenza ONU di Parigi verranno invece disattesi dalla nuova amministrazione americana.

Fig. 1 – Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il Presidente cinese Xi Jinping si fanno immortalare dai fotografi presso la tenuta di Mar-a-Lago, 7 aprile 2017

2. SORPRESE E MINACCE – Ma questo summit, definito “molto arduo”, per le paventate guerre nucleari, convenzionali e commerciali, ha preso una piega inaspettata la notte del 6 aprile, con la decisione di Trump, prontamente e gentilmente comunicata al proprio ospite, di lanciare 59 missili Tomahawk sulla base siriana di Shayrat da cui, ma sicuro non è, è stato lanciato un attacco chimico a Khan Sheikhoun su civili inermi e tanti bambini. Dall’epoca di Saddam ancora si cercano armi chimiche, ma se i gas non si vedono se ne vedono gli effetti, sui volti disperati di uomini impotenti che abbracciano piccoli corpi smagriti e senza vita. Il mondo in fondo è stanco di guerre ma anche di aggressioni e Trump se ne fa portavoce, in realtà aggredendo a sua volta. Ma le questioni si complicano e intersecano. La contemporaneità degli eventi e la scelta del momento lasciano interdetti come l’avallo, in un certo qual modo, dato dal Dragone alla decisione della Casa Bianca. Insieme ai cinesi è stata avvisata la grande madre Russia, e si è evitato di colpirne i suoi figli, così appena il governo cinese ha stigmatizzato, un paio di giorni dopo, la minaccia all’integrità territoriale siriana, l’agenzia TASS non ha tardato a far rimbalzare la notizia. Insomma la Cina si mantiene equidistante. Nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, immediatamente convocato, ed a porte aperte, non sono mancate i biasimi per l’azione di Trump, accusato di dare una stridente frenata ad un già difficile processo di pace. Washington ha ribattuto accusando Mosca di complicità nell’attacco, un vero e proprio crimine di guerra, l’ennesimo di Bashar al Assad. L’invito è quello di tagliare i legami col sanguinario dittatore, per stroncare alla radice il terrorismo e far prevalere la giustizia, la pace e l’armonia. Parola di Trump.

3. GIUSTIZIA, PACE E ARMONIA – continua a leggere sul caffé geopolitico:

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QUINTA INTERVISTA SU RADIO CUSANO CAMPUS

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Le ambizioni globali della Cina e la crisi del Mar Cinese Meridionale

Un mare strategico per il commercio mondiale e ricchissimo di risorse naturali, il Mar Cinese Meridionale,  diventa uno dei luoghi più contesi del mondo intero: in esso  la Cina sta giocando con il nuovo ruolo di potenza globale

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UN IRENICO SOGNO ARMATO FINO AI DENTI – Il sogno cinese di dominio dei mari, veicolato come pacifista, in realtà viene accompagnato da un massiccio dispiegamento di forze militari per difendere in primo luogo gli interessi nel mare su cui la RPC esercita la propria sovranità, che ricevono nuova linfa, nel contesto della globalizzazione, da equilibri e legami secolari. Nel Grande Oceano del Sud, su cui si affacciano popolazioni forgiate da millenari commerci tra giungla e acqua, modellati in un’identità politica, religiosa, sociale ed etnica spiccatamente sincretica, l’oggetto del contendere non è costituito solo dalle isole, ma soprattutto da un mare ricchissimo di risorse naturali, petrolio ed idrocarburi. Queste acque, importanti per l’ecosistema marittimo e per il settore ittico, danneggiato dalla pesca intensiva cinese, costituiscono anche un nodo strategico del commercio mondiale, in cui transitano, passando dallo stretto di Malacca, beni per circa 5.000 miliardi di dollari, un terzo del commercio mondiale, oltre una quantità di risorse energetiche diciassette volte quella che attraversa il canale di Panama e sei volte quella che passa per il canale di Suez.

NINE-DASH LINE E SPRATLY – La RPC  rivendica, dal 1947,  la sovranità su quasi il 90 per cento del Mar Cinese meridionale, parte integrale del territorio cinese, delimitato dalla “linea dei nove punti” che si estende per centinaia di miglia a sud e ad est dalla provincia più meridionale, Hainan, sovrapponendosi alle acque territoriali di Vietnam, Brunei, Indonesia e Filippine. In questa zona si collocano due arcipelaghi, le Spratly, chiamate in cinese Nánshā Qúndǎo 南沙群岛, e le Paracel (Xīshā Qúndǎo 西沙群岛,) che non hanno mai costituito luoghi di approdo ma solo di transito delle merci provenienti dall’Ovest. La Cina rivendica il possesso delle prime fin dalla Dinastia Tang, ma dagli anni Settanta sono state occupate militarmente da Filippine e Vietnam creando acredini infinite, sfociate nel 1988 in scontri armati che costarono decine di morti. A partire dagli anni Novanta le Filippine reclamano la quasi totalità dell’Arcipelago per contiguità geografica al proprio territorio, ma tutti i Paesi che le circondano (Filippine,  Malesia, Vietnam,  Repubblica di Cina Taiwan e Brunei) rivendicano il possesso di qualche isolotto e quasi tutti ne presidiano militarmente qualcuno. Nel 2012 si è acceso uno scontro militare nello Scarborough Shoal, un atollo a sud, che Cina e Filippine considerano sotto la propria sovranità per il nodo strategico che rappresenta e la ricchezza di risorse di cui abbondano le acque circostanti. In particolare, la Cina ha costruito basi militari a difesa della sicurezza nazionale e le Filippine hanno modernizzato le forze armate sotto l’egida americana, derivante da un trattato del 1951. L’acme di queste diatribe è stato raggiunto con la costruzione sopra scogli sommersi di intere isole artificiali, che fungono da basi militari per una grande rotazione della flotta aerea e dei più nuovi bombardieri.

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PARACEL –  Liberate dai cinesi durante la Seconda Guerra Mondiale, anche le isole Paracel (Paracelso in italiano) sono state oggetto di un aspro scontro militare nel 1974 con il Governo di Saigon. Tornate sotto il controllo della RPC, sono rivendicate da Vietnam e Taiwan. Di recente il Governo di Pechino ha installato una piattaforma petrolifera (poi rimossa) e dei missili terra-aria, che rappresentano una pericolosa minaccia per il Vietnam che, quasi per nemesi storica, ha stilato accordi con la Russia, volti allo sfruttamento congiunto, tra cui quello con Gazprom, che Pechino non ha contestato, ottenendo in cambio un contratto nel 2016 per la fornitura da parte russa di  30 milioni di tonnellate di greggio e 38  miliardi di metri cubici di gas, pagati 400 miliardi di dollari … in yuan! In queste dispute si inserisce anche la questione dello stato di Sabah, il Borneo settentrionale, molto popoloso, ricco di idrocarburi, annesso alla Malesia ma filippino (come le Spratly malesi): tutti questi contrasti rimangono però sotto traccia, per il forte partenariato economico. L’Indonesia, dal canto suo, che da molto tempo non sollevava questioni territoriali sebbene le isole Natuna, nodo strategico del commercio globalizzato, vengano ricomprese nelle carte cinesi, ha organizzato esercitazioni navali, mentre anche il Vietnam sta procedendo alla militarizzazione di alcune aree.

SENKAKU – I confini marittimi vengono ridisegnati anche nel Mar Cinese Orientale rivendicando le Senkaku, a nord-est di Taiwan, costituite da otto isolotti e scogli, noti in Cina come Diàoyútái 钓鱼台 o diàoyúdǎo 钓鱼岛, collocate entro le 24 miglia nautiche a sud del mare territoriale del Giappone, lungo una delle più trafficate rotte commerciali del mondo. Il Paese del Sol Levante se ne impossessò col Trattato di Shimonoseki che concluse la prima guerra sino-giapponese del 1894-1895 e dal 1971 vi esercita nuovamente la sovranità, dopo la parentesi americana. Il Governo cinese sostiene che le Senkaku siano parte del proprio territorio sin dal 1534, e che, come prevedeva la Dichiarazione di Potsdam, dovevano tornare alla Cina. Dal 2012 la diatriba si è riaccesa, nonostante gli intensi rapporti commerciali tra i Paesi coinvolti, quando alcune navi del Governo cinese hanno attraversato il tratto di mare, che il Giappone, difeso dai bombardieri B52 americani, considera territoriale, rivendicando anche il controllo dello spazio aereo. In questo nodo geopolitico si inserisce anche Taiwan, che rivendica oltre le Senkaku anche alcune Spratly (le isole di Pratas e Itu Aba), nella veste di ipotetico corridoio logistico tra la RPC ed i Paesi rivieraschi.

LA CONVENZIONE DELLE NAZIONI UNITE SUL DIRITTO DEL MARE – Antichi contrasti e moderne polemiche vengono reinterpretati dopo la firma, nel 1982, della Convenzione sul Diritto del Mare (United Nations Convention on the Law of the Sea – UNCLOS) che prevede, oltre i confini segnati dal mare territoriale, inteso come la fascia di mare costiero equiparata al territorio dello stato, il controllo esclusivo delle risorse del sottosuolo e delle acque sovrastanti nell’ambito della zona economica esclusiva (artt. 55 e ss. della Convenzione di Montego Bay), che si estende fino a 200 miglia marine dalla costa cioè dalla linea di base del mare territoriale, e quelle della piattaforma continentale (artt. 76 e ss.), costituita dal suolo marino contiguo alle coste, profondo circo 200 metri prima di precipitare negli abissi. Lo Stato costiero, detentore della sovranità in relazione all’uso di tali ricchezze, deve però consentire la navigazione e il sorvolo della zona e la posa di condotte e di cavi sottomarini. Nel caso i cui i confini siano misurati da isole artificiale o scogli o elevazioni a bassa o alta marea, il raggio viene delimitato a 12 miglia. Alla Convenzione non ha fatto seguito però un codice multilaterale di condotta e di risoluzione delle controversie che ha determinato latenti tensioni nel Sud-est asiatico e frequenti crisi bilaterali, aggravate spesso dall’asimmetria del potere militare, economico e politico della RPC.

LA CORTE PERMANENTE DI ARBITRATO – Le questioni delle isole si sono poi ulteriormente complicate da quando le Filippine hanno adìto nel 2013 la Corte Permanente di Arbitrato presso la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja che, il 12 luglio 2016, ha stabilito non fondate le pretese cinesi di estensione della propria sovranità sulle isole del Mar Cinese Meridionale, stigmatizzando, tra l’altro, i danni ambientali causati dalla costruzione di diverse isole artificiali in un fragile ecosistema, le cui risorse sono indispensabili per il sostentamento delle popolazioni rivierasche. La sentenza non è stata accolta dal Governo della RPC, che ritiene escluse dalle procedure di arbitrato obbligatorie la delimitazione delle acque territoriali e le attività militari, in base ad un’interpretazione dell’articolo 298 della Convenzione del 1982. Inoltre la Cina veicola le proprie azioni militari nel Mar Cinese come improntate ad una logica di sicurezza e non di militarizzazione,  a difesa anche delle numerose comunità d’oltremare (huáqiáo 毕 侨), che costituiscono l’ungrounded empire, esportatore di cultura cinese, che si picca di  offrire, attraverso la costruzione delle isole artificiali, prodotti e servizi di pubblica utilità quali il miglioramento della ricerca e salvataggio in mare, la prevenzione, l’osservazione meteorologica, la conservazione ecologica ed anche sicurezza della navigazione.

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Sulla rotta di Zheng He: il mare e la potenza globale della Cina

Fantasticare sulle cose del passato è sempre in funzione del presente, sostiene uno dei più grandi scrittori cinesi contemporanei, Lu Xun. Tentiamo di capire cosa c’è dietro il recupero di un’epopea navale del 1400 e quali sono gli obiettivi marittimi del Governo di Xi Jinping

IL CONFINE MARITTIMO – In cinquemila anni di storia la Cina ha per lo più adottato strategie militari imperniate sulla difesa terrestre del proprio territorio, anelando raramente a politiche realmente espansionistiche. Solo in alcuni limitati periodi il Paese di Mezzo si è spinto verso l’ignoto, solcando il mare che lambisce il lungo confine marittimo dell’est. Il momento culminante di queste esperienze venne raggiunto nel XV secolo, quando l’Impero Celeste, allora il Paese più grande e progredito del mondo intero, si spinse verso l’ignoto con una flotta immane, nemmeno paragonabile con quelle europee. L’ammiraglio che guidò le spedizioni era un eunuco musulmano, intellettuale di vaste vedute, appartenente alla nazionalità Hui, stanziata nello Yunnan controllato dai Mongoli e poi conquistato dalle truppe dei Ming, chiamato Zhèng Hé 郑和, il più grande navigatore che la storia abbia mai conosciuto ma anche ampiamente dimenticato.

LA FLOTTA DEI TESORI DI ZHENG HE – Quando il terzo sovrano della dinastia Ming salì al trono col nome di Yongle, oltre a spostare a Pechino la capitale, edificando la nuova città imperiale, ampliare la grande muraglia e restaurare il grande canale, fece costruire migliaia di imbarcazioni di varia stazza, tra le quali le 62 colossali baochuan 宝船, passate alla storia come le giunche dei tesori, grandi come una moderna portaerei, avvolte in fondo nella leggenda fino al ritrovamento, avvenuto nel 1962, di alcuni resti, tra i quali un immenso timone, datato col carbonio 14. La flotta, voluta da quello che fu uno dei più grandi  imperatori cinesi, prese il largo nel 1405, con un equipaggio di circa 28.000 marinai, per solcare il Mar Cinese e l’Oceano Indiano, spingendosi verso il Golfo Persico e il Mar Rosso (fino a La Mecca) ed arrivando alle coste orientali dell’Africa, tra Somalia e Kenya. Fu così che un Impero terrestre si trasformò per cinque lustri in una potenza marittima che, incoraggiata da un rinnovato senso d’identità culturale, provò a tessere una rete di avamposti commerciali e diplomatici attraverso due continenti che portarono un incredibile afflusso di tributi nella nuova capitale, Pechino.

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REALPOLITIK CINESE – Nel Museo di Colombo è conservata una stele, in tre lingue, che ricorda l’epopea di Zheng He, incisa sul granito ed un’altra si trova a Liuhe, alla foce dello Yangtze. Svariati altri reperti sono stati ritrovati, a testimonianza dei rapporti diplomatici e commerciali, trama e ordito di quello splendido mosaico rappresentato dalla Via della Seta del mare, che ha messo in comunicazione oceani e continenti, andando ben oltre i confini raggiunti dalle dinastie Han e Tang, per ricordare agli antichi stati tributari la supremazia cinese, ma, soprattutto, per affermare la legittima sovranità del Figlio del Cielo ed esercitare un controllo sulle regioni chiave del mondo marittimo, disegnando quella cintura di perle che, tracciata già da allora, è stata sapientemente ripescata dall’amministrazione di Xi Jinping attraverso una fitta rete logistico-economico-commerciale costituita da porti, stazioni di monitoraggio, rifornimento e protezione del traffico marittimo dal Pacifico al  Medio Oriente  fino all’Africa orientale.

ISOLAZIONISMO E CONFINI MARITTIMI – Quando i successivi sovrani Ming abbandonarono la costosa politica espansionistica, la maggior parte delle navi fu data alle fiamme e ai mercanti cinesi si proibì di viaggiare all’estero, con una sorta di damnatio memoriae dell’epopea di Zheng He. Nelle successive storie dinastiche scomparve ogni cenno alla marina cinese e solo per brevi periodi i sovrani Qing revocarono il veto alla navigazione, determinando la fioritura di un network mercantile cinese, che però, non protetto da una marina da guerra, entrò presto in conflitto con i commerci gestiti dagli europei. Fu così che il mondo degli scambi approntato da un Impero all’avanguardia, fu lentamente isolato da una classe dirigente che riteneva questa politica pericolosa per la stabilità di un impero, la cui salvaguardia pareva garantita esclusivamente dalla difesa delle frontiere nord-occidentali. Per questa «abdicazione» (McNeill 1979) l’Impero Celeste fu travolto in un mondo di conflitti, che riportò il Paese ad una politica isolazionista che solo con la Conferenza di Bandung   cominciò a sgretolarsi.

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Fig. 3 – Rapporto tra il numero dei marinai della flotta cinese di Zheng He e quello delle caravelle di Colombo e delle navi utilizzate da Vasco De Gama e Magellano|| Grafico di Elisabetta Esposito Martino

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Fig. 4 – Rapporto tra le navi dei grandi navigatori occidentali e quelle della flotta cinese di Zheng He || Grafico di Elisabetta Esposito Martino

MODELLO DI UNA NUOVA ASCESA – La storia di Zheng He, la tecnologia utilizzata nei cantieri navali Ming e quella necessaria alla navigazione, sono argomenti dibattuti oggi in programmi televisivi, libri, congressi, giornate di studio, e rappresenta un retaggio storico strumentale a raffigurare la nuova Cina, proiettata non solo nel Sud-est asiatico, ma nell’Oceano Indiano ed in Africa. Si è costruito così quell’elemento di continuità necessario a sostenere la  proposta di un equilibrio geopolitico e strategico alternativo a quello voluto dagli Occidentali, che è ancora saldamente ancorato alla presenza americana, sfociato, dopo l’incredibile ascesa economica del XXI secolo, nella politica di riforma e apertura (Gǎigé kāifàng 改革开放) che ha proposto la 21th Century Maritime Silk Route Economic Belt – MSR (“21世纪海上丝绸之路 21 shìjì haishàng sīchóu zhī lù).

TRUMP, LA CINA E L’EUROPA  ….continua a leggere sul Caffé Geopolitico:

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Trump l’anticinese e le lusinghe di Alibaba

In 3 sorsi – In un momento di estrema freddezza tra gli USA e la Cina, in cui si è rimessa in discussione persino la politica dell’unica Cina, il magnate che è nel Presidente Trump non resiste al creatore della più grande impresa dell’e-commerce, Jack Ma, che promette investimenti e posti di lavoro per gli americani. Cui prodest?

1. USA VS CINA? – Il mondo si sveglia all’alba del 2017 in allarme per il contenzioso tra Cina e Stati Uniti, che vede il nuovo Presidente americano Trump sempre più propenso ad adottare una linea dura contro il Dragone, ordinando ai suoi una calorosa accoglienza nel continente americano per la Presidente della Repubblica di Cina e nominando il falco Peter Navarro a capo del White House Trade Council, mentre il Governo cinese invia una portaerei nello stretto di Taiwan, traducendo così le ansie di vendetta per la telefonata tra Trump e Tsai Ing-wen.

 

2. ALIBABA ALLA TRUMP TOWER – Le minacce sempre più concrete di una guerra, non solo tariffaria e valutaria, tra le due più grandi economie del mondo pare però sgonfiarsi improvvisamente quando l’ideatore di Alibaba, Jack Ma, forte del sostegno di Xi Jinping, con una mossa a sorpresa (una specie di “colpo del barbiere”) dà scacco matto ai catastrofisti e riesce non solo ad incontrare il Presidente eletto nella sua Tower, a meno di dieci giorni dal giuramento, ma, soprattutto, ottiene assicurazioni sui futuri rapporti economici tra i due Paesi, leader di questo mondo liquido, che assiste attonito alla progettualità di un tycoon interessato a sostenere le MPI americane, permettendo loro l’accesso alla piattaforma telematica di Alibaba per vendere prodotti made in USA nel territorio cinese, sulla scia dei 7.000 grandi marchi americani che hanno utilizzato nel 2016  la piattaforma Tmall Alibaba, incassando circa  15 miliardi di dollari. Una idea geniale per stimolare la domanda di beni da parte di un popolo caratterizzato ancora da un’altissima propensione al risparmio, ma che sta oggi sempre più subendo il fascino del consumismo, ed un’ancora di salvezza per l’economia statunitense ancora boccheggiante, che cresce solo di un terzo rispetto all’economia dello Stato di Mezzo.

 

3. IL PRAGMATISMO PREVALE – The Donald ……..

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La Brexit al casello cinese: sogni ambiziosi e scomode realtà

La decisione britannica di lasciare la UE è stata presentata da molti analisti come un grande successo per la Cina, pronta a sfruttare l’occasione per rafforzare la propria influenza economica a livello mondiale. Ma è davvero così? Cosa pensa realmente Pechino della Brexit? E in che modo il divorzio tra Londra e Bruxelles influenzerà il futuro delle relazioni anglo-cinesi, rese problematiche da conflitti di visioni strategiche e interessi economici?

IL VASO DI PANDORA – La Premier Theresa May sta elaborando nuove strategie per far fronte all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, rivedendo posizioni pregresse e adottando tattiche in fieri, in particolare  nelle relazioni con la Cina, che andranno riconsiderate in una nuova ottica. Uno dei compiti più importanti del nuovo Governo inglese sarà quello di ridisegnare sia la portata che le modalità dei rapporti internazionali, anche per riuscire ad affrontare le incognite legate all’impatto del Leave nel lungo periodo e a fronte, tra l’altro, dello stallo nel riconoscimento alla RPC, da parte dell’ UE, dello status di economia di mercato.  Un intreccio di situazioni che, come ha scritto il Global Times, apre un autentico vaso di Pandora.
La nuova leadership britannica dovrà necessariamente ridiscutere lo sviluppo infrastrutturale, in cui il ruolo di Pechino non è stato, in passato,  certo secondario, se si considerano i finanziamenti stanziati per le nuove centrali nucleari e gli impianti petroliferi di ultima generazione. Gli accordi per più di 40 miliardi firmati lo scorso anno tra Osborne e Xi Jinping, nel quadro delle iniziative speciali che, secondo David Cameron, avrebbero dovuto avviare un “decennio d’oro” nei rapporti tra i due Paesi, hanno rappresentato un significativo salto in avanti per il Going Out, cioè la strategia di penetrazione delle imprese cinesi all’estero, ma sono stati ferocemente osteggiati da vasti strati dell’opinione pubblica britannica che hanno accusato Downing Street di aver svenduto per business i valori democratici. Ora la nuova Premier sta rivedendo molte posizioni, non più scontate, congelando anche per motivi di sicurezza nazionale il progetto di  Hinkley Point  assegnato alla China General Nuclear Power Company per 24 miliardi, in un marasma politico diffuso che l’Economist ha definito “anarchia nel Regno Unito”.

UN MOMENTO STORICO CRUCIALE – Da parte sua la leadership di Pechino guarda con preoccupazione al collasso delle attività imprenditoriali britanniche seguito all’esito inaspettato del referendum, che ha riportato il Paese d’Oltremanica ai livelli del 2009, quando imperversava la crisi globale. La Cina, le cui esportazioni con l’Unione Europea raggiungono il 16% del totale, perde la testa di ponte che la Gran Bretagna rappresentava verso l’Unione Europea, ma anche e soprattutto la principale piazza finanziaria per l’internazionalizzazione del renminbi. Si teme che l’uscita del Regno Unito dalla UE possa comportare riflessi non di poco conto sia sui mercati valutari, favorendo una serie di dinamiche dagli esiti non prevedibili, che per la Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture (AIIB) e per i vari programmi che hanno lo scopo di far rivivere le antiche Vie della Seta tra la Cina e i suoi vicini attraverso cospicui investimenti.

Il Regno Unito, avvezzo ad una dimensione di internazionalizzazione, conta a sua volta sull’ancora di salvezza dei mercati extraeuropei, soprattutto per i prodotti finanziari. In questa nuova ottica si possono leggere i contatti intrapresi con la leadership cinese da Philip Hammond, nuovo Cancelliere dello Scacchiere, giunto nella RPC per la riunione dei Ministri delle Finanze e dei Governatori delle Banche centrali dei 20 Paesi che costituiscono le economie sviluppate e quelle emergenti, per il vertice del G20 di Hangzhou, tenutosi il 4 e 5 settembre 2016. Nel comunicato finale dell’incontro le difficoltà legate ai molteplici conflitti geopolitici in corso (tacendo del golpe turco), dal terrorismo globale al problema dei rifugiati, sono state oggetto di una parziale rilettura post-Brexit. Questo evento, definito come inaspettato, potrebbe peggiorare le diffuse debolezze strutturali del mondo globalizzato, in un momento in cui è più che mai necessaria una politica coordinata, soprattutto per i tassi di cambio, per incrementare la produzione con ogni strumento disponibile, con la consapevolezza che la politica monetaria da sola non possa portare a una crescita equilibrata.

SFIDE STRATEGICHE INTERCONNESSE – Il Governo britannico, da parte sua, ha assicurato l’apertura dei propri mercati (che naturalmente attraggono soprattutto le imprese cinesi per gli assets diventati più appetibili), ma deve ponderare sapientemente la bilancia commerciale e gli investimenti esteri con la sicurezza nazionale ed i diritti umani, nella necessità di costruire nuove relazioni multilivello, fuori  dall’Unione Europea e dalle organizzazioni ad essa legate, che stanno attraendo la Gran Bretagna nell’orbita delle posizioni americane. Sul piatto dei nuovi equilibri pesa l’incognita della candidatura di Trump, sostenitore di una non ben identificata forma di protezionismo, correlata ad una sfida aperta al Governo di Pechino, accusato di manipolare le valute e l’economia con grosse ripercussioni sul deficit americano e dei Paesi occidentali. D’altro canto, bisogna considerare la partita che la Russia sta giocando per ricostruire la sua tradizionale zona d’influenza nei territori dell’ex URSS, erodendo gli spazi dell’Europa e della NATO, mentre la Cina, intenta a tessere la tela del sogno cinese, non rimarrà sicuramente spettatrice.

CINA SALVAGENTE DELLA BREXIT? – Il questo contesto il G20 diventa una  piattaforma  di rinnovato  lancio per una Cina che, fino a pochi mesi fa, era additata come causa di vulnerabilità dei mercati internazionali, nel timore di un hard landing e di una destabilizzazione di un mercato globale stagnante, sia per gli esiti della sua politica monetaria che per l’overcapacity che produce eccessive esportazioni di acciaio e metallo, cui sono legate le pratiche di dumping. Oggi il fuoco incrociato prodotto da questi fattori di instabilità, insieme alla forte fluttuazione delle materie prime e alla bassa inflazione di alcuni Paesi, sta permettendo a Pechino, già incamminata verso una politica monetaria e fiscale ricalibrata, di interfacciarsi come il più grande Paese in via di sviluppo, che si assume la responsabilità di mantenere e ampliare i diritti e gli interessi degli altri Paesi emergenti, e di presentarsi addirittura come ancora di stabilità per l’economia globale, come sostenuto ripetutamente dal Premier Li Keqiang. Svoltosi con grande pomposità, il G20 di Hangzhou, anche in seguito alla Brexit, si configura quindi come una dimostrazione della crescente influenza sulla scena internazionale di una Cina pronta a guidare il mondo verso una crescita forte, sostenibile, equilibrata e inclusiva, fondata sull’innovazione.

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Quarta intervista su Radio Cusano Campus

Il nuovo anno 2017 si apre con una nuova intervista ad Elisabetta Esposito Martino del  Caffè Geopolitico per la trasmissione “IL MONDO È PICCOLO”, condotta da Daniel Moretti, in cui si mettono sotto la lente d’ingrandimento di Radio Cusano Campus  gli equilibri e gli squilibri della geopolitica.

In questa puntata  si commentano i twitter diffusi da Trump il 3/1/2016 in cui, tra l’altro, si accusa la Cina di aver preso enormi quantità di denaro e di ricchezza dagli Usa, in un commercio totalmente a senso unico, senza dare una mano sulla Corea del Nord.  Il messaggio si conclude con un  “Nice”…che è tutto un programma…I social da una parte all’altra del mondo sono sobbalzati, sulla scia della campagna elettorale appena conclusa.

Noi del Caffè abbiamo riflettuto su queste accuse, subito smentite dal portavoce di Pechino, Geng Shuan, il quale ha ricordato l’impegno cinese sulla denuclearizzazione della Corea del Nord, frutto dell’atteggiamento responsabile di Pechino. Inoltre, nella sua qualità di membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, non solo la RPC non ha posto alcun veto ma ha partecipato attivamente alle discussioni, votando a favore delle risoluzioni di cui ricordiamo l’ultima, il 30/11/2016 n. 2321, che ha imposto pesanti restrizioni commerciali e finanziarie a Pyongyang, in risposta ai lanci di missili balistici ed ai test su testate nucleari e sui missili Musudan.

I timori americani, che si possono scorgere nella recente nomina di Peter Navarro, autore del libro e documentario “Death by China“,  a capo del White House National Trade Council, si possono intuire guardando la copertina del libro,

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che riflette l’immaginario degli americani, mentre i cinesi si trovano ancora in una posizione interlocutoria ed attendono il nuovo anno del gallo erigendo, come accaduto a Taiyuan, nello Shanxi, un’enorme statua di gallo dalle sembianze troppo simili a quelle di Trump…

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Queste diatribe si intrecciano nell’attesa del 20/1/2017, giorno del giuramento di Trump, ma si riconnettono anche ad un altro evento, raccontato alla fine del 2016 sulle pagine del Caffè Geopolitico da Elisabetta Esposito Martino: il 150° anniversario della nascita di Sun Yat-sen.

In questo articolo si ripercorre brevemente la storia del medico, considerato unanimemente il fondatore della Nuova Cina, in un momento in cui in Cina si sognavano sogni diversi…ma ancora oggi il sogno cinese viene declinato diversamente …

a Taiwan si ricorda Sun Yat-sen come costituzionalista, geniale ideatore di una Carta modulata sui checks and balances, derivati dai cinque poteri, che vedono aggiungersi ai tre tradizionali di Montesquieu  i due della tradizione cinese: il Censorato e gli esami, che hanno permesso alla Repubblica di Cina di approdare ad una compiuta democrazia, forse l’unica di tutto l’Oriente. La nuova presidente di Taiwan cerca ora nuovi spazi, per divincolarsi dalle maglie della RPC sperando in Trump…

a Pechino si celebra solennemente l’anniversario ricordando i tre principi del popolo di Sun Yat-sen, sottolineando come il benessere del popolo deve portare le masse verso un rinnovato impegno ed i funzionari ad una maggiore sensibilità verso i bisogni del popolo, rigettando la corruzione ed ogni separatismo ricordando che esiste un’unica Cina, che nessuno potrà mai più dividere…

ad Hong Kong si ricorda Sun Yat-sen come colui che veicolò in Cina la democrazia, di cui nemmeno esisteva il carattere corrispondente, mentre è scosso nell’isola lo stato di diritto e vengono espulsi deputati democraticamente eletti…

ma il sogno cinese, se diventa il sogno della prima superpotenza globale dovrà prima o poi fare i conti con le aspirazioni democratiche che solo Sun Yat-sen seppe armoniosamente rielaborare in un sapiente mixage tra i più preziosi valori della tradizione occidentale con quelli veicolati dai settemila anni di civiltà cinese.

IL PODCAST DELL’INTERVISTA  http://www.tag24.it/podcast/elisabetta-esposito-martino-corea-del-nord/

 

IL LINK ALL’ARTICOLO

Sognare sogni diversi: Sun Yat-sen visto da tre prospettive

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