pagine orientali / Step1: teorie dello Stato.

Vi riassumo un mio scritto di qualche anno fa di cui intravedo l’estrema attualita’, alla luce degli eventi politico costituzionali, sociali ed economici che hanno caratterizzato il nuovo millennio. Desidero da tanto tempo riflettere sulla nostra deriva culturale e politica cercando non solo le cause ma soprattutto le modalita’ per trovare, come in fondo sempre e’ accaduto nei secoli…i corsi e i ricorsi storici di vichiana memoria…..una strada nuova da costruire pian piano e da percorrere con entusiasmo.
Naturalmente questo scritto diciamo scientifico e’ solo il primo “step” di una riflessione radicata in un profondo background europeo e cristiano ma anche intarsiata di quell’arcobaleno che ha arricchito la mia gioventu’, le mille sfaccettature della cultura cinese: lingua, storia, filosofia, letteratura, geopolitica, diritto e teoria dello stato…

Allora ….ecco Step 1

Teorie dello Stato in Cina e in Germania all’inizio del secolo

1. l tre principi del popolo di Sun Yat-Sen

La dottrina dello Stato elaborata da Sun Yat-sen tra la fine del secolo scorso ed i primi due decenni di questo consentì alla Cina ed al partito Guomindang da lui fondato di avere un programma politico moderno che potesse sostituire la vecchia ideologia statale confuciana, sulla quale si fondava l’Impero. Questa dottrina, in seguito, sarebbe stata sostituita da quella marxista del Partito Comunista Cinese, ma su di essa esercitò una non trascurabile influenza.

La dottrina di Sun Yat-sen presentava aspetti di originalità e modernità tali da consentire anche una comparazione con le dottrine coeve elaborate nell’Europa occidentale e particolarmente nella Germania di Weimar. Sia l’una che le altre non ebbero il successo politico che meritavano, sommerse da totalitarismi che, ancorché di segno diverso, hanno portato gravi danni allo sviluppo civile dei due paesi.
Sun Yat-sen1 fece nascere in Cina, attraverso una profonda elaborazione filosofica, l’idea di Stato moderno, operando una originale fusione dei valori attinti dalla cultura occidentale e di quelli trasmessi dalla tradizione cinese. La strada tracciata per permettere alla Cina repubblicana2 di incamminarsi verso un governo costituzionale, si basava sui cosiddetti “Tre Principi del Popolo”3 , cardini di una teoria il cui fulcro andava ricercato in una profonda azione politica tra le masse ed in una effettiva presa di coscienza della peculiarità della nazione cinese.

Il primo dei tre principi, che viene usualmente chiamato del “benessere del popolo”, postulava la necessità di ricostruire la nazione cinese mantenendo la proprietà privata limitatamente al pubblico interesse, tutelabile attraverso l’intervento dello Stato. Tale teoria, già adombrata nella lettera inviata nel 1884 a Li Hongzhang4 , che fu uno dei protagonisti del periodo del cosiddetto “autorafforzamento”, cominciò a prendere forma concreta nel momento in cui si fece procedere di pari passo all’industrializzazione lo svecchiamento delle istituzioni. Per perseguire tale scopo Sun Yat-sen, vedendo nella struttura feudale della proprietà fondiaria la principale causa di arretratezza della Cina, abbracciava le teorie di Henry George5 . Il suo scopo era quello di impedire che venisse premiata la rendita non agganciata al miglioramento del fondo. Il George, nella sua opera Progress and Poverty, sosteneva la necessità di applicare un’unica imposta sui terreni, la single tax, coerentemente alla tesi che vede nella rendita fondiaria un surplus, possibile oggetto di tassazione, anche elevata, onde realizzare una forma di nazionalizzazione6 . Tale teoria collegava, negli Stati Uniti, il presupposto impositivo all’aumento di valore degli appezzamenti agricoli per l’urbanizzazione e la riconversione in altre attività produttive, senza calcolare, nella base imponibile, il surplus derivato dall’impiego del fattore lavoro e del fattore capitale. L’adozione di una simile imposta non avrebbe causato distorsioni degli incentivi della produzione né compromesso l’efficienza economica perché l’offerta del bene “terra”7 , la cui quantità risulta fissa, è anelastica. Tale rigidità comporta l’invariabilità del prezzo precedente l’imposta, fatto che impedisce ogni forma di traslazione; l’onere fiscale sarebbe andato a pesare così esclusivamente sul proprietario8 . Il fine che Sun Yat-sen si prefiggeva aderendo alle teorie del George, era quello di rendere vantaggioso per la società l’aumento di valore dei terreni legato all’urbanizzazione. La sua idea non teneva conto, però, della diversità tra la struttura produttiva americana e quella cinese, nella quale una simile politica economica non poteva trovare concreta applicazione9 . La trasformazione prevista da Sun Yat-sen mimava un occidente idealizzato, dal quale voleva “prendere tutto quanto vi fosse di positivo”10 , come lo sviluppo tecnologico e il sistema rappresentativo, evitandone, nel contempo, i riflessi negativi come lo sfruttamento capitalistico”11 .

Il secondo principio, che in Occidente si è voluto impropriamente chiamare “nazionalismo”12 , venne elaborato in maniera originale, tanto da distanziarsi sia dal concetto aulico ed aristocratico proprio della cultura tradizionale cinese13 , sia dall’idea di nazione elaborata dallo Chabod14 ed abbracciata dall’occidente. Per millenni in Cina si era affermata una concezione culturalista strettamente sinocentrica15 , in base alla quale non era il concetto di nazione a determinare le forme di aggregazione politica ma la tradizione confuciana, unica misura del livello di civiltà. Secondo questa ottica, la nazione raccoglieva il popolo e la classe dirigente alla quale spettava il compito di risvegliare la coscienza nazionale16 . Sun Yat-sen distingueva, inoltre, l’appartenenza etnica dalla nazione”17 , sostenendo che, in Cina, i due termini si sono sempre identificati tanto da non lasciare posto alle disparità18 . Il compito di ricostruire la Cina poteva poi essere intrapreso solo utilizzando la solida base del confucianesimo19 , portatore di valori inalienabili come la pietà, la fedeltà, la carità, l’altruismo, lo spirito pacifico, il distacco dal proprio interesse precedenti il diritto20 e capaci di condurre l’uomo ad agire secondo coscienza, a “fare per niente”21 .

Nel riflettere sugli strumenti utilizzati per conquistare il consenso delle masse in Cina durante tutto il nostro secolo, emerge, anche laddove si sia avviata una lotta contro il confucianesimo, come siano state combattute soprattutto le degenerazioni apportate dalla classe dirigente (composta da mandarini o da funzionari del Partito Comunista). L’intento di questa lotta era, comunque, quello di salvaguardare sempre quanto appariva connesso con un retaggio culturale davvero prezioso. È, infatti, doveroso attribuire a Sun Yat-sen il coraggio di aver ridato importanza, in un momento di totale dissacrazione della tradizione, a quanto di buono era contenuto nella ideologia tradizionale cinese.
L’itinerario da percorrere per recuperare l’identità nazionale passava per il terzo principio, il potere del popolo, cioè la “democrazia”. Questo principio presentava un carattere di estrema originalità per le novità che esso apportava nella concezione statuale del Paese di mezzo (in cinese in effetti non esisteva nemmeno l’ideogramma e tantomeno l’espressione corrispondente alla parola “democrazia”22 ). Inoltre tale riflessione si poneva al passo con altre ricerche di nuovi ordinamenti da sostituire a quelli del passato, come stava avvenendo ed avvenne nella Germania di Weimar23 .

2. L’impianto costituzionale dei cinque poteri

Nell’ambito della formulazione di questo principio Sun rielaborò la teoria della divisione dei poteri, affiancando però ai tre tradizionali, risalenti a Montesquieu, quello di esame e quello di censura, di ispirazione squisitamente cinese24 .

In effetti, studiando i sistemi politici della famiglia romano-germanica e della common-law25 , Sun Yat-sen ne aveva colto i limiti ed aveva compreso l’impossibilità di trapiantarli nel suo paese senza il filtro dei settemila anni di civiltà cinese. Inoltre, anche se la libertà di esercitare i diritti personali e familiari era sempre stata ammessa in Cina, la loro tutela non era riconosciuta in sede giurisdizionale in quanto affidata soltanto alla rettitudine26 dei funzionari, che erano letterati e non giuristi. In conseguenza Sun Yat-sen partiva dal presupposto di una uguaglianza sociale delle posizioni iniziali chiamata “uguaglianza alla radice” che, in Cina, a suo parere, era garantita dal fatto che il mandarinato27 fosse accessibile praticamente a tutti. Tale convinzione sembrava essere confortata dal fatto che gli esami venivano espletati con la massima serietà, al punto che la pena (almeno in teoria) per una semplice raccomandazione o per ogni altra forma di corruzione era la decapitazione28 . I funzionari del governo venivano scelti attraverso una particolare procedura concorsuale, presieduta da soggetti indipendenti, onde evitare che esponenti dell’esecutivo, partecipando alle selezioni, si prestassero a qualsivoglia sorta di clientelismo. In uno Stato fondato sulla divisione in cinque poteri29 , quindi, si veniva così a creare un organo precipuamente finalizzato al controllo degli altri rami dell’amministrazione, il censorato, affiancato dal potere di esame. A Sun non sfuggì (cosa che accadde al Costituente di Weimar), che le disgregazioni politiche emergenti in un paese che stava faticosamente risorgendo dalle ceneri di un impero (così come accadeva anche in Germania) avrebbero potuto annullare, in pratica, una costruzione teorica che lasciasse tali controlli all’opposizione30 . La razionalizzazione del potere31 , che il Costituente di Weimar32 aveva elaborato in modo magistrale, attraverso una suddivisione in pesi e contrappesi, risulta quindi comparabile con un sistema che in Cina risaliva ad antichità remota33 e che gravava sui funzionari, scelti in modo meritocratico e non per ius sanguinis. Fin dal tempo della dinastia Qin, in Cina, si era affermato uno Stato burocratico centralizzato dove i funzionari erano sottoposti al controllo incrociato del Primo Ministro (Chengxiang) titolare, fino al 136934 , della funzione di indirizzo e del Gran Censore (Yushi Dafu). A quest’ultimo poi era sempre possibile effettuare adeguata collazione degli atti con i precedenti, conservati in documenti scritti, custoditi da un organo specifico35 a ciò precipuamente addetto, sotto la supervisione dell’imperatore.

La divisione dei poteri elaborata da Sun Yat-sen e trasfusa nella Costituzione Provvisoria del 1912, riprendeva, in effetti, un’antica tradizione cinese in base alla quale l’imperatore rivestiva il ruolo di garante dell’equilibrio tra l’ordine terrestre e quello cosmico. I funzionari, invece, detenevano il potere effettivo utilizzando il “sistema delle prefetture”, jun xian, attraverso il quale il governo centrale controllava tutti i territori dell’impero, col conseguente esautoramento della aristocrazia terriera, alla quale non rimaneva che la possibilità di tentare l’accesso al mandarinato36 . A capo di tutta questa organizzazione (dal tempo dei Qin e fino all’inizio dei Ming) vi era il Primo Ministro (Chengxiang) al quale, oltre alla funzione di nomina diretta di alcuni funzionari, competevano: la proposta al sovrano per la scelta degli uomini che dovevano occupare le più alte cariche dello Stato; la stesura del bilancio dello Stato che veniva poi approvato dall’imperatore; la presidenza del Consiglio di corte; la supervisione del governo delle province. L’originalità del sistema cinese, oltre a riposare nel fatto che l’accesso a qualsivoglia carica fosse subordinato al superamento di una serie sempre più ardua di esami, era legata alla funzione del Gran Censore37 , in grado di controbilanciare il potere del Primo Ministro38 prima, del Gran Consiglio e del Gran Segretariato poi. Tale funzione si concretizzava nella supervisione su tutti i funzionari della burocrazia imperiale e nel potere di controllo sistematico di tutti gli atti emanati. La facoltà di riferire direttamente all’imperatore rendeva effettivo tale controllo. È proprio da tale prassi che ebbe origine il Censorato, un organo che limitava le possibilità di arbitrio dei ministri del governo centrale e dei governatori periferici. Tale sistema era così efficiente da dar vita ad un potere autonomo, a volte addirittura contrapposto a quello dell’imperatore. Nei periodi di crisi, a causa delle mire dispotiche di alcuni sovrani, si è sovente verificata una confusione tra potere legislativo ed esecutivo, ma mai questo “accaparramento” ha interessato il potere di controllo il quale è rimasto sempre nettamente e decisamente separato. A causa di ciò molti studiosi hanno attribuito ai funzionari una sorta di potere di impeachment39 nei confronti dell’imperatore, consistente nella censura avverso gli atti emanati. All’origine di tutto questo vi era il ruolo del tutto marginale assunto dalla legge in Cina, dove non aveva senso parlare dell’importanza del potere giudiziario.

3. La forma di governo semipresidenziale

La forma di governo semipresidenziale40 è il denominatore comune delle due formulazioni teoriche da cui si parte per approfondire questa trattazione.

L’ipotesi della comparabilità tra la Costituzione tedesca del 1919 e il modello cinese elaborato da Sun Yat-sen è suffragata dalla possibilità di inserire il parallelismo in una realtà statuale estremamente somigliante: la titolarità del potere sovrano spettava, in entrambi i casi, fino a pochi anni prima, all’imperatore. Tale potere passava in Germania attraverso il Cancelliere, in Cina era filtrato dal Gran Consiglio (Junjichu) e dal Gran Segretariato (Neige); in ambedue gli Stati i metodi di gestione dell’Impero tracimavano nel paternalismo autocratico attraverso il ruolo preponderante della burocrazia. A fronte del crollo dell’impero, in tutti e due i Paesi si verificava un pericoloso caos politico-istituzionale accompagnato da una grave crisi economica legata alle clausole vessatorie del trattato di Versailles41 . In ambedue i casi l’esperienza democratico-liberale42 naufragava producendo effetti totalitari. In entrambi il dibattito costituzionale precedente la stesura definitiva della Carta Costituzionale fu difficile in quanto non solo osteggiato dall’Impero ma anche fiaccato dai contrasti interni. L’oggetto del contendere ineriva alla scelta definitiva del sistema normativo che definisse i termini della modernizzazione, tra l’altro non da tutti auspicata43 .

Sun Yat-sen elaborò una forma di governo di tipo semipresidenziale, segno del compromesso tra i fautori di uno Stato autoritario ed i teorici del sistema parlamentare. Per i primi, molti poteri dovevano essere concentrati nelle mani del Presidente, carica assunta in un primo tempo dallo stesso Sun Yat-sen ma poi detenuta dall’ambigua figura di Yuan Shikai. I secondi sostenevano l’opportunità di condizionare il governo alla fiducia del Parlamento. Una scelta simile fu operata in Germania nel 191944 , attraverso un’opzione conforme alla tradizione del costituzionalismo monarchico democratizzato. Tale teoria sosteneva la necessità di opporre un contrappeso plebiscitario (attraverso l’elezione diretta del Presidente, capo dell’apparato burocratico e militare) al Parlamento ed al governo. I rapporti tra questi ultimi, basati sull’istituto della fiducia, erano estremamente difficili a causa del panorama politico disgregato e polarizzato. Ogni eventuale contrasto era poi risolto con l’appello al popolo, referente finale di ogni conflitto, attraverso il diritto di voto in forma di suffragio universale, ed il diritto di revoca dei propri rappresentanti. L’Assemblea Nazionale, di fronte alla quale il governo era responsabile, poteva deporre il Presidente (ma tale deposizione doveva essere sottoposta a voto popolare ex art. 43 della Costituzione). Al Capo dello Stato spettava il potere di scioglimento45 e di revoca del Cancelliere e dei suoi Ministri e la possibilità di sottoporre a referendum le leggi formali ordinarie. Il sostanziale equilibrio tra esecutivo e legislativo era quindi garantito dal ruolo del Presidente, in forza della sua elezione che avveniva a suffragio universale (art. 41 della Costituzione). A fronte di ciò, i cittadini controllavano tutta la gestione della res publica attraverso l’esercizio della revoca46 , dell’iniziativa e del referendum47 la cui attivazione era affidata alla scelta del Presidente che disponeva, inoltre, della possibilità di proclamare lo stato di emergenza e di disporre quindi di poteri eccezionali (ex art. 48 della Costituzione di Weimar)48. In sostanza in tale forma di governo si realizzava la fusione di elementi propri del sistema parlamentare (fiducia e scioglimento) e di quello presidenziale (elezione diretta del Capo dello Stato al quale spetta la direzione dell’apparato e che ha durata fissa).

4. Il fallimento del tentativo di democratizzazione di Sun

Il popolo cinese non ha mai conosciuto il diritto inteso come attività tecnica ed obiettiva. Per millenni le norme a cui uniformare il comportamento non sono state ricercate nelle leggi ma nei li, cioè in quell’insieme di valori tradizionali che indicano ciò che è conveniente e conforme al buon ordine sociale, ottenuto attraverso la composizione delle controversie, coerentemente all’etica e all’equità. Tale richiamo ai valori morali49 potrebbe essere foriero di nuove prospettive nel continente europeo, che della separazione fra diritto e morale ha fatto un cardine dell’ordinamento giuridico, nel tentativo di mettere in discussione presupposti ormai accettati.

Nel Celeste Impero c’è sempre stata un’identificazione tra diritto e morale per cui le persone brave ed oneste si comportavano in base a ciò che i principi etici postulavano; gli stessi reggitori della res publica praticavano la virtù per governare lo Stato50 . Di grande attualità appare un brano dei “Dialoghi”51 in cui Confucio risponde al funzionario che lamenta l’imperversare di ladri nello Stato: “Se tu stesso non fossi così corrotto, quelli non ruberebbero nemmeno se li pagassi”. In tutta la filosofia confuciana la legittimazione del potere è data dalla specchiata onestà con cui il capo governa gli uomini52 , cercando di educarli all’osservanza dei doveri sociali, dei riti53 . Il fa, la legge, non è per gli uomini probi, ma per i delinquenti, in quanto non è ritenuta un mezzo idoneo per la risoluzione delle controversie54 . La separazione tra diritto e morale, operata dal diritto romano55 , in Cina non si è quindi verificata.

Sun Yat-sen ha avuto, in relazione a questi problemi, una importante intuizione, suffragata dal caos del Parlamento di Anfu56 passato alla storia (come quello di Weimar)57 per la sfrenata corruzione e la degenerazione morale: il popolo cinese non era maturo politicamente, non aveva una coscienza democratica sviluppata58 . A tal fine era necessario procedere, in primo luogo, ad un’opera di educazione e ad un lavoro finalizzato alla acquisizione del consenso al fine di creare una Costituzione valida non solo sulla carta, ma anche alla prova dei fatti.
A questo convincimento Sun approdò in seguito al fallimento dei suoi tentativi di rivoluzione democratica sommersi dalla guerra civile.

5. I “vecchi” ed i “nuovi” principi del popolo

Non c’è dubbio che Mao Zedong abbia compreso il valore della costruzione ideologica di Sun Yat-sen ed infatti, non a caso, anche la Cina comunista lo venera come “grande precursore della rivoluzione cinese”59 . La Costituzione provvisoria, promulgata nel Marzo 191260 , era affondata nel vortice delle lotte tra i “signori della guerra”, in un clima di generale anarchia61 . Sun Yat-sen, però, aveva sostenuto che il successo nella realizzazione di un sistema politico era indissolubilmente legato alla possibilità di educare ed istruire il popolo, obiettivo che sarebbe stato poi perseguito pervicacemente, naturalmente a loro vantaggio, dai comunisti nel 1949. Il procedere vorticoso degli eventi, che aveva spazzato via la costruzione di Sun Yat-sen, si può comparare a quello determinatosi in Germania, a dimostrazione che l’efficienza di un sistema politico del tipo sopra descritto sta sicuramente nello spirito democratico che deve animare il popolo, nel consenso, nell’educazione al rispetto reciproco tra maggioranza e minoranza, in una opposizione non eversiva. Ad un edificio così perfettamente calibrato, quale è stato Weimar, è venuto a mancare un quid. Non c’è dubbio che, come unanimemente sostenuto dalla dottrina62 , sia stata la totale frantumazione dei partiti politici a determinare il fallimento di questa forma di governo semipresidenziale. A ciò ha inoltre contribuito il substrato sociale che non si identificava nei nuovi valori democratici, ma tendeva all’eversione, anche per la paurosa crisi economica. È comunque innegabile che la causa prima sia da cercarsi nella scarsa legittimazione della Costituzione, considerata, come sostiene Schmitt, una Konstitution, cioè una “legge fondamentale”, e non una vera Verfassung, cioè “la concreta condizione generale dell’unità politica e dell’ordinamento sociale di un determinato Stato”63 .

Questo fallimento non aveva coinvolto, quindi, gli ideali tridemistici, ma sembrava legato, essenzialmente, ai risvolti autoritari presi dal Guomindang di Jiang Jieshi (Chiang Kai-shek). Alla luce di ciò i comunisti cercarono di utilizzare le teorie di Sun Yat-sen64 , il quale, prima del prematuro decesso avvenuto nel 1925, aveva preso coscienza del fallimento dei suoi tentativi rivoluzionari imputandolo alla mancanza di un vasto appoggio popolare65 . Nella relazione al Comitato Esecutivo del Guomindang, a Canton, in occasione del I Congresso, Sun Yat-sen aveva sintetizzato il cammino percorso: da una lotta essenzialmente antidinastica ed antimperialista si era passati al tentativo, il cui acme va ricercato nella Costituzione del 1912, di realizzare riforme di vasto respiro. Gli strumenti utilizzati erano ispirati, in parte, alle ideologie occidentali, trampolino di lancio per approdare ad una concezione più propriamente rivoluzionaria. In questa ottica il Guomindang era da considerare un partito rivoluzionario il cui scopo precipuo era però una radicale rivoluzione nazionale che avrebbe portato, come conseguenza, la rivoluzione comunista66 . Questa situazione poneva, all’epoca, il partito in una posizione interlocutoria di fronte alla III Internazionale, anche perché l’adesione al marxismo non era ideologica ma frutto di “una necessaria scelta di campo”67 . Mao mise in pratica effettivamente le idee di Sun, interpretandole da un’angolazione più aderente all’ideologia comunista68 , il cui fulcro è costituito dal popolo69 , fonte di quel consenso che ha dato al “Grande Timoniere” l’arma decisiva per la vittoria. Questo è il substrato da cui scaturirono le tre politiche volte ad applicare i Tre Principi del Popolo: appoggio ai contadini e agli operai, collaborazione tra Guomindang e Partito Comunista e amicizia con l’Unione Sovietica70 .

Sull’origine delle “tre politiche” si è disquisito71 in quanto, da un attento esame dei documenti del Congresso, nulla lascia trasparire un qualsivoglia accenno in proposito da parte di Sun Yatsen. In effetti, il primo riferimento esplicito ad esse è successivo alla morte di Sun, avvenuta nel 1925. Nel 1927 la vedova di Sun Yat-sen, Song Qingling sostenne (però con eccessive contraddizioni) che esse fossero state indicate dal coniuge come concreta attuazione dei suoi tre principi.

In occasione della pubblicazione, nel 1927, del “Rapporto di inchiesta sul movimento contadino nel Hunan”, Mao fece un breve cenno ai “Tre principi”, ma solo dieci anni dopo li incluse ufficialmente nel programma del P.C.C., onde utilizzare a proprio vantaggio la popolarità del “Padre della Patria”. I Tre Principi del Popolo avanzati da Sun Yat-sen costituivano, per lui, i principi e il programma della rivoluzione democratica borghese in Cina. Secondo Mao, nel 1924, sul Manifesto del I Congresso Nazionale del Guomindang, Sun Yat-sen aveva dato ai tre principi popolari una nuova interpretazione. Al nazionalismo era stato attribuito il significato di lotta contro l’imperialismo attraverso il pieno appoggio al movimento degli operai e dei contadini. In tale modo i vecchi tre principi si trasformavano nei nuovi tre principi popolari con le tre politiche fondamentali: alleanza con la Russia, alleanza con il Partito Comunista, sostegno ai contadini e agli operai. Essi potevano diventare la base politica della cooperazione del Partito Comunista cinese con il Guomindang72 . Una simile forzatura poteva risultare oltremodo ardua se non fosse stata suffragata dalle dichiarazioni della vedova di Sun Yat-sen73 , la quale si autodefinì l’interprete autentica delle idee del marito. Ciò permise ai comunisti di fondare la loro ideologia rivoluzionaria su radici così profonde che, al momento della rottura dell’alleanza ad opera di Chiang Kai-shek nel 1927, il movimento comunista aveva acquistato un peso rilevante. La tattica posta in essere utilizzando le tesi di Song Qingling permise a Mao di elaborare una strategia di più ampio respiro, trasfusa, in parte, nel Programma di Nuova Democrazia. In tale programma egli, tra l’altro, affermò: “Prima del movimento del 4 Maggio”74 la direzione politica della rivoluzione democratica borghese in Cina apparteneva alla borghesia […], il proletariato cinese non era ancora apparso sulla scena come forza di classe cosciente ed indipendente […]. Dopo il Movimento del 4 Maggio […] la direzione politica della rivoluzione democratica borghese in Cina non apparteneva più alla borghesia ma al proletariato.”75 L’alleanza con il Guomindang, frutto delle tre politiche in questione, fu di fondamentale importanza perché permise al P.C.C., che contava ancora pochi aderenti, di usufruire delle strutture del Partito Nazionalista, riorganizzato su basi popolari76 , e di assurgere ad un ruolo primario entrando a far parte del governo. Al momento dello scoppio della guerra contro il Giappone, nel 1937, apparve chiaro che l’unico baluardo, di fronte allo spirito capitolazionista e alla scarsa combattività del Guomindang, fosse costituito dal partito comunista. Nacque così a Yan’an quel clima di collaborazione patriottica per la resistenza che sfociò nel II Fronte Unito77 . In tutti questi anni, una fervida e tenace politica di indottrinamento della popolazione andò di pari passo con la guerra civile e con la lotta di liberazione contro il Giappone, tanto che Mao affermava di combattere su due fronti, il “fronte della penna e il fronte della spada78 ”. Tralasciando il fronte della spada, si vuole sottolineare l’opera portata a termine, per ciò che concerne la creazione del consenso, elaborando una teoria dello Stato che prese forma concreta nel “Programma Comune79 “, approvato il 29 settembre 1949, contenente le norme fondamentali dell’organizzazione costituzionale80 . II supporto ideologico di tale costruzione istituzionale è costituito dal programma di “Nuova Democrazia”, nel quale Mao si riferisce espressamente ai Tre Principi del Popolo sottolineando la necessità di una rivisitazione in chiave di “ringiovanimento”, come già espresso a Yan’an81 . A questo scopo distinse i vecchi tre principi di matrice nazionalista da quelli nuovi per utilizzarli in vista della convocazione di un’assemblea dalla quale venisse approvata una Costituzione, come già raccomandato da Sun Yat-sen82 . Sul merito della differenziazione tra vecchi e nuovi principi, nulla si evince se non il riferimento alle tre politiche, onde ricercare il consenso delle frange meno estremiste e la giustificazione, di fronte ai comunisti più intransigenti, delle scelte moderate, in attesa di un più pieno sviluppo delle forze socialiste. Il tramonto di questa fase di “nuova democrazia” venne sancito dalla promulgazione della Costituzione del 1954, che dava il via al periodo di democrazia popolare, ulteriore tappa nella strada che doveva portare alla realizzazione del comunismo.

6. La ricerca del consenso al nuovo regime

L’evoluzione della situazione tedesca è stata per molti aspetti dissimile da quella cinese, per cui ogni comparazione si deve trasferire su un piano diverso. Si devono quindi mettere a fuoco non più le similitudini strutturali della forma di governo, ma piuttosto le problematiche più generali inerenti al consenso, fattore indispensabile alla sopravvivenza di ogni regime, e agli strumenti utilizzati dal potere per ottenerlo. In effetti, la tragica situazione che si andava profilando dopo la morte di Sun Yat-sen aveva reso, in Cina, ancora più urgente la necessità di un governo legale. La lotta contro le formazioni armate dei “signori della guerra”83 , dietro le quali si nascondevano le potenze europee, ha fatto sì che il dibattito costituzionalistico per portare a termine la modernizzazione del paese84 assumesse una configurazione particolare. Scorrendo velocemente il susseguirsi degli eventi fino al 1949, anno della definitiva vittoria comunista, emerge chiaramente come la causa primigenia del fallimento delle costruzioni statuali del Guomindang si possa scorgere nel progressivo abbandono della plurimillenaria cultura cinese (della quale si è giunti a rifiutare in blocco ogni retaggio) e nel contemporaneo abbraccio indifferenziato (poi dimostratosi sterile) di tutto ciò che sapeva di “occidentale”. Era fallito, infatti, il tentativo di trasfondere nella Costituzione del 192485 l’organizzazione politico-sociale di stampo europeo, in quanto nessuna istituzione era stata passata al setaccio della tradizione cinese, così diversa per usi, costumi, sentimenti86 .

La teoria dello Stato dei nazionalisti, nonostante i numerosi tentativi di revisione costituzionale87 , non era, dunque, attecchita nel continente in quanto non era stata ben utilizzata la teoria sincretica di Sun Yat-sen, cosa che, al contrario, Mao ha saputo fare benissimo. Inoltre le due costituzioni di tendenza presidenziale, del 1931 e del 194688 , erano degenerate in una sorta di dittatura di Chiang Kai-shek89 .
In questa ottica non è difficile comprendere come non solo le classi più povere, ma anche una grossa parte della intellighenzia del paese abbiano appoggiato la lotta partita dalle basi rosse. Il Partito Comunista ha saputo, infatti, raccogliere il consenso delle masse90 , come ha dimostrato l’epopea della Lunga Marcia, puntando l’attenzione sulla necessità di modernizzare il Paese liberandolo dall’impasse sociale ed economica in cui si era, da troppo tempo, impantanato. A questo scopo Mao è anche ricorso alla strumentalizzazione del carisma di Sun onde conquistare il più vasto consenso al suo regime, tenendo fermi i valori nazionali e sottolineando la diversità della nazione cinese.

In effetti la linea di Mao, negli anni venti, era risultata largamente vincitrice, in un contesto politico caratterizzato da un’analisi marxista estremamente semplicistica91 , in quanto il grande timoniere era riuscito ad elaborare una concezione sinizzata92 del comunismo. In effetti, in Cina, la lotta di classe, così come era stata intesa da Marx ed Engels93 , non poteva avvalersi né di una classe operaia consistente né di una borghesia autonoma. La prima, praticamente inesistente, non poteva provocare la scintilla della rivoluzione; la seconda era completamente confusa con l’apparato statale in quanto coloro che accedevano alla carica di funzionari erano, sovente, emanazione della gentry, tanto che in Cina non si era potuta realizzare la lotta della borghesia capitalista contro la rendita fondiaria. Nei suoi scritti, lo stesso Mao rivela quanto fosse vaga la sua comprensione, non solo dei concetti, ma della struttura di fondo del pensiero leninista94 . Dalla sua personalissima visione del marxismo è emersa negli anni una teoria dello Stato che, pur distaccandosi completamente dalla costruzione ideologica di Sun Yat-sen, rivela un collegamento, non scevro da forzature come poco sopra esposto, sia con il tridemismo che con i germi “rivoluzionari” del confucianesimo95 . Da una parte, in effetti, nel 1949, vennero eliminate le vecchie strutture feudali e patriarcali con la riforma agraria96 e la legge sul matrimonio97 ; dall’altra, sotto nuova veste, vennero accolti tutti quegli elementi che, deputati al sostegno della società per migliaia di anni, ne determinarono il consenso. Senza dubbio Mao, benché abbia preconizzato sin dalla giovinezza la necessità di una vera rivoluzione, capace di rompere i legami con il passato, ha dimostrato di essere ancorato, con profondità, alle proprie radici culturali98 .

7. La ratio della comparazione ed i suoi scopi

Molti sostengono che le categorie logiche che fanno parte della cultura giuridica occidentale sono inutilizzabili per effettuare una comparazione con la Cina; in verità, questa convinzione appare frutto di un’interpretazione estremamente formale dell’ordinamento giuridico cinese. Se l’esame si fa più approfondito, ecco che emergono degli ancoraggi validi: il raffronto che potrebbe operarsi è basato sul marxismo sinizzato, da una parte, e sulla teoria di Carl Schmitt99 , dall’altra. Questo autore, ritenuto, probabilmente a torto, l’ideologo del nazismo, e recentemente rivalutato, sosteneva il rifiuto del formalismo di Kelsen, consistente, tra l’altro, nella volontà di operare una netta scissione tra i concetti di diritto e di giustizia, attraverso una separazione del diritto dai presupposti metafisici che ne sono alla base. Si potrebbe comparare questa insofferenza per le teorie Kelseniane100 (poi ulteriormente elaborate da Alf Ross10 ) con il persistente rifiuto, presente sia nella Cina imperiale che in quella popolare, della legge, a favore di norme suffragate dalla morale e dalla persuasione102 . Schmitt ed altri teorici di epoca weimeriana (Heller, R. Smend)103 rifiutarono la separazione kelseniana tra “essere e dover essere”, approdando ad un “decisionismo” fondato sui principi etici e sulla realtà oggettiva, con la quale è indispensabile il confronto. In effetti, da una analisi attenta del regime di Pechino, emerge che l’unità politica, attraverso alterne vicende, viene sempre a crearsi attraverso un’interazione tra decisione del Partito e azione delle masse104 . I comunisti cinesi hanno sempre avuto davanti agli occhi il fallimento delle pur originali teorie di Sun Yat-sen e dei repubblicani che non riuscirono a suscitare nella Cina post-imperiale un coordinamento tra volontà politica e azione rivoluzionaria. Cosciente di ciò Mao, nel tessere la trama volta alla presa del potere, ha mirato ad unificare, dopo il 1927, “la spinta generica e spontanea delle grandi masse105 (da sempre protagoniste in Cina!) con l’attività di elaborazione politica ed ideologica di soluzioni precise, nuove, radicali e concrete”106 , facendole confluire in un unico movimento diretto dal Partito comunista107 . Schmitt sostiene, in relazione a quanto detto, che l’idea di democrazia non è affatto inconciliabile con l’idea di autorità, anzi la sua massima intensità si tocca nel momento in cui il popolo si identifica con detta autorità, come, da millenaria tradizione, si verifica in Cina. Il pensiero confuciano sostiene che “il principe è incaricato di una missione civilizzatrice i cui effetti si estendono alle cose come agli uomini, […]; il tradizionalismo ed il lealismo lasciavano grande spazio allo spirito democratico e persino allo spirito critico […]; la pratica del confucianesimo richiedeva un’opera di cultura interiore che ha ispirato, nel corso della storia, innumerevoli atti di coraggio che, a volte, si traducevano in censure vigorose […]; i letterati cinesi avevano potuto salvare lo Stato perché avevano penetrato la natura dei legami che, nel loro paese, univano gli uomini in società”108 . Tucidide, in un breve giudizio sulla azione politica di Pericle, espone il concetto di democrazia da elogiare: “Una democrazia capace di resistere ad ogni manifestazione demagogica e ad ogni eccesso incontrollato, una democrazia che sia anche frenata e controllata dai migliori […] per tenere cioè a freno la massa in modo che non si scateni e, nello stesso tempo, rispettare incondizionatamente la sua libertà”109 .

È da rilevare, in conclusione, l’importanza del rifiuto di Schmitt di equiparare lo Stato di diritto borghese allo Stato costituzionale. Tale teoria ha permesso, tra l’altro, di portare a termine questa comparazione, nel tentativo di enucleare quegli elementi costitutivi del consenso che hanno, pur tra alterne vicende, reso sostanzialmente stabile l’assetto statuale del “Paese di mezzo”. Lo scopo è quello di utilizzare quanto eventualmente emerso in una prospettiva diversa, in un momento di crisi delle democrazie occidentali, minate da una sempre più grave decadenza, connessa a quella che Schmitt chiamava “la dissoluzione pluralista”.

Tali presupposti ci pongono un quesito: è possibile attingere, in un paese lontano quale la Cina, in un popolo dalla tradizione plurimillenaria, a noi occidentali tanto sconosciuta quanto affascinante, qualche tessera del mosaico della teoria dello Stato che possa aiutarci per portare a termine una rivisitazione critica delle strutture statuali?

MONDO CINESE N. 86, MAGGIO-AGOSTO 1994

Note

1 Sun Yixian, conosciuto in occidente con la pronuncia cantonese Sun Yat-sen, è più noto in Cina col nome di Sun Zhongshan.
2 2 “La fondazione della Repubblica non fu il risultato di una rivoluzione, ma l’ultimo atto del processo di disintegrazione dell’Impero”. Cf. E. Masi, Breve storia della Cina contemporanea, Roma-Bari 1979, p. 34.
3 Viene usato il termine min sheng (che molti traducono con socialismo) in quanto la definizione socialismo she hui zhuyi non era per Sun Yat-sen abbastanza ampia da raccogliere tutte le sue idee. Cf. Bottazzi, La posizione di Sun Yat-sen di fronte al marxismo e al socialismo, in Cina 12, Is.M.E.O., Roma 1975, p. 52.
4 T’eng Ssu-Yi e J. K. Fairbank, China’s Response to the West, Cambridge, 1954, p. 216.
5 P. Samuelson e W. Nordhaus, Economia, Bologna, 1990, pp. 588 e 589.
6 Il meccanismo previsto era semplice: i proprietari denunciavano il valore della terra in un apposito ufficio governativo; una dichiarazione sottostimata poteva comportare l’acquisizione del lotto in questione da parte dello stato al prezzo precedentemente dichiarato. Cf. M. Abbian, “Sulla politica agraria di Sun Yat-sen” in Cina 12, cit. , p. 69.
7 La “terra”, in termini economici, è una rendita economica pura.
8 Questa imposta, che non difetta certamente in efficienza, trova uno scoglio praticamente insormontabile nel secondo aspetto che la caratterizza: l’essere fortemente regressiva. L’impossibilità di coniugare efficienza ed equità ha determinato l’insuccesso di questa corrente del pensiero economico, nonostante i tentativi di Ramsey di formulare una moderna teoria delle imposte. Vedi Samuelson, cit. , p. 590.
9 “La teoria georgiana […] in una società post-rivoluzione industriale a struttura economica borghese ormai sviluppata e avanzata poteva, tutt’al più, considerarsi riformista […] ma la stessa teoria trasferita nel contesto particolare cinese, dove la rendita fondiaria presentava ancora un volume che comprometteva la riproduzione delle condizioni di lavoro e dei mezzi di produzione stessi […] poté rivelarsi il contenuto base rivoluzionario della lotta borghese.” in M. Abbian, cit. , p. 72.
10 E. Bottazzi, “La posizione di Sun Yat-sen di fronte al marxismo e al socialismo”, in Cina 12, cit. , pp. 45 e sgg.
11 M. Sabattini, I movimenti politici della Cina, Roma, 1972, p. 16.
12 “Fin dai tempi antichi i cinesi hanno chiaramente distinto tra cinesi e barbari, ma la distinzione è più culturale che razziale [. . . ] quando i Mongoli e i Manciù conquistarono la Cina essi avevano già adottato in considerevole misura la cultura cinese; dominarono i cinesi politicamente ma vennero dominati culturalmente [. . . ] I cinesi non badarono molto alle distinzioni razziali [. . . ] Quando nel XVI e nel XVII secolo, per la prima volta i cinesi vennero in contatto con gli europei, essi pensarono che questi non fossero che dei barbari [. . . ] I cinesi cominciarono a turbarsi quando si accorsero che gli europei possedevano una civiltà elevata quanto quella cinese, sebbene di tipo differente.” Fung Yu-Lan, Storia della filosofia cinese, Vicenza, 1975. , p. 149.
13 “L’appello nazionalistico percorrerà 70 anni di storia cinese, a tessere un’unità interna, per il resto compromessa in molteplici direzioni. Ma come ipotesi politica alternativa alla frammentazione provinciale e localistica e alle spaccature di classe resterà velleitario e più volte fallimentare [. . . ] i cinesi erano spinti a riconoscersi come nazione perché erano condizionati dalla dominante borghesia internazionale; ma nel loro paese mancava la base sociale capace di dare un contenuto effettivo a quel concetto, che restava puramente mitologico. E. Masi, Breve storia della Cina contemporanea, Bari-Roma, 1979, p. 32.
14 F. Chabod, L’idea di nazione, Bari, 1967.
15 “La Cina, nel corso della sua millenaria storia, non aveva saputo elaborare un concetto di nazione: la indubbia superiorità culturale di fronte ai popoli coi quali essa era entrata in conflitto o in contatto, aveva condotto questi ultimi ad un progressivo assorbimento [. . . ] che spesso si era concluso con un elevato grado di sinizzazione” in F. Pansieri Parolini, “Il concetto di nazionalismo nel pensiero e nell’azione di Sun Yat-sen”, in Cina 12, cit. , p. 101.
16 Tali problematiche vennero approfondite da tutti quegli autori che, scrivendo sulla rivista “Gioventù nuova” (Xin Qingnian), parlarono di “Guo cui” intendendo, con questo termine che indica il distillato di riso molto puro, la quintessenza della nazione che nel popolo doveva ridestarsi al fine di “ottenere l’indipendenza dal dominio occidentale e liberarsi totalmente dalla dinastia mancese che aveva distrutto l’identità nazionale”. Lo Kuang, Sun Yat-sen, Brescia, 1950, p. 33.
17 Per Sun Yat-sen l’appartenenza etnica “è un prodotto naturale, la nazione è una costruzione umana, formata da un legame politico il quale può essere creato e mantenuto dalla volontà umana”. Lo Kuang, cit. , p. 34.
18 Sun Yat-sen sosteneva, coerentemente a ciò, l’uguaglianza tra le 5 popolazioni cinesi: han ren, mancesi, mongoli, hui min e tibetani. LO KUANG, cit., p. 42.
19 “Il Confucianesimo potremmo quindi chiamarlo la dottrina della vita umana, non secondo le nozioni della scienza empirica, ma secondo il rispetto della libera volontà umana [. . .]. Il Confucianesimo ha una parte metafisica, una parte morale, contiene nozioni religiose e nozioni politiche [. . .]” Lo Kuang, La sapienza cinese, Roma, 1945, pag. 2.
20 Tsien Tche-Hao, “La responsabilité civile délictuelle en Chine populaire”, in Revue International De Droit Compare, 1967, pp. 875 e sgg.
21 Per una panoramica esaustiva del pensiero di Confucio: Feng Yu-Lan, cit. , Vicenza, 1975.
22 Gli ideogrammi ora utilizzati derivano dalla traduzione letterale del termine greco: potere del popolo.
23 Il fascino della Costituzione di Weimar sta nell’aver saputo realizzare una mirabile razionalizzazione del potere sul cui modello si cerca oggi di costruire le forme di governo dette “semipresidenziali”. Vedi F. Lanchester, Alle origini di Weimar, Milano, 1985, p. 218; M. Duverger, I sistemi politici, Bari, 1978 pagg. 281 e sgg.
24 Si noti che, per la sua originalità, la rielaborazione di Sun Yat-sen, ingiustamente ignorata da politologi e costituzionalisti occidentali potrebbe, ancor oggi, costituire un contributo veramente importante per una originale costruzione di ingegneria costituzionale.
25 Per una panoramica completa dell’argomento vedi R. David, I grandi sistemi giuridici contemporanei, Padova, 1980.
26 “La parola Politica (zheng zhi, in cinese) si pronuncia come la parola Retto, Raddrizzare (zheng zhi). Perciò la politica significa raddrizzare e disciplinare il popolo.” S. Lo kuang “Sun Yat-sen”, Brescia, 1950, p. 6.
27 “In Cina, durante la fase iniziale di ogni dinastia, la funzione oggettiva della burocrazia fu di proteggere lo stato e i contadini dalle pretese della nobiltà terriera, della gentry, [. . . ] ma il burocrate rimaneva dipendente dall’arbitrio dello Stato, della Corte, dell’Imperatore [. . . ] per questo, durante la seconda metà di ogni ciclo dinastico si operava generalmente un’integrazione progressiva tra la gentry e la burocrazia. Nella misura in cui i burocrati di stato si fondevano con la nobiltà terriera, la centralizzazione del sovrapprodotto sociale veniva intaccata, il potere dello stato diminuito, la pressione sui contadini aumentata e il loro reddito diminuiva [. . . ] l’esodo rurale, le rivolte contadine, il banditismo, le insurrezioni si generalizzavano; infine la dinastia crollava. Una nuova dinastia, che spesso prendeva origine dai contadini, sorgeva e restaurava l’indipendenza relativa dello Stato e della burocrazia nei confronti della nobiltà terriera [. . . ]. Negli ultimi decenni, nella società sovietica, si è svolto un processo analogo.” E. Mandel in Gorbaciov e la crisi del socialismo reale, Milano, 1988.Note

1 Sun Yixian, conosciuto in occidente con la pronuncia cantonese Sun Yat-sen, è più noto in Cina col nome di Sun Zhongshan.
2 2 “La fondazione della Repubblica non fu il risultato di una rivoluzione, ma l’ultimo atto del processo di disintegrazione dell’Impero”. Cf. E. Masi, Breve storia della Cina contemporanea, Roma-Bari 1979, p. 34.
3 Viene usato il termine min sheng (che molti traducono con socialismo) in quanto la definizione socialismo she hui zhuyi non era per Sun Yat-sen abbastanza ampia da raccogliere tutte le sue idee. Cf. Bottazzi, La posizione di Sun Yat-sen di fronte al marxismo e al socialismo, in Cina 12, Is.M.E.O., Roma 1975, p. 52.
4 T’eng Ssu-Yi e J. K. Fairbank, China’s Response to the West, Cambridge, 1954, p. 216.
5 P. Samuelson e W. Nordhaus, Economia, Bologna, 1990, pp. 588 e 589.
6 Il meccanismo previsto era semplice: i proprietari denunciavano il valore della terra in un apposito ufficio governativo; una dichiarazione sottostimata poteva comportare l’acquisizione del lotto in questione da parte dello stato al prezzo precedentemente dichiarato. Cf. M. Abbian, “Sulla politica agraria di Sun Yat-sen” in Cina 12, cit. , p. 69.
7 La “terra”, in termini economici, è una rendita economica pura.
8 Questa imposta, che non difetta certamente in efficienza, trova uno scoglio praticamente insormontabile nel secondo aspetto che la caratterizza: l’essere fortemente regressiva. L’impossibilità di coniugare efficienza ed equità ha determinato l’insuccesso di questa corrente del pensiero economico, nonostante i tentativi di Ramsey di formulare una moderna teoria delle imposte. Vedi Samuelson, cit. , p. 590.
9 “La teoria georgiana […] in una società post-rivoluzione industriale a struttura economica borghese ormai sviluppata e avanzata poteva, tutt’al più, considerarsi riformista […] ma la stessa teoria trasferita nel contesto particolare cinese, dove la rendita fondiaria presentava ancora un volume che comprometteva la riproduzione delle condizioni di lavoro e dei mezzi di produzione stessi […] poté rivelarsi il contenuto base rivoluzionario della lotta borghese.” in M. Abbian, cit. , p. 72.
10 E. Bottazzi, “La posizione di Sun Yat-sen di fronte al marxismo e al socialismo”, in Cina 12, cit. , pp. 45 e sgg.
11 M. Sabattini, I movimenti politici della Cina, Roma, 1972, p. 16.
12 “Fin dai tempi antichi i cinesi hanno chiaramente distinto tra cinesi e barbari, ma la distinzione è più culturale che razziale [. . . ] quando i Mongoli e i Manciù conquistarono la Cina essi avevano già adottato in considerevole misura la cultura cinese; dominarono i cinesi politicamente ma vennero dominati culturalmente [. . . ] I cinesi non badarono molto alle distinzioni razziali [. . . ] Quando nel XVI e nel XVII secolo, per la prima volta i cinesi vennero in contatto con gli europei, essi pensarono che questi non fossero che dei barbari [. . . ] I cinesi cominciarono a turbarsi quando si accorsero che gli europei possedevano una civiltà elevata quanto quella cinese, sebbene di tipo differente.” Fung Yu-Lan, Storia della filosofia cinese, Vicenza, 1975. , p. 149.
13 “L’appello nazionalistico percorrerà 70 anni di storia cinese, a tessere un’unità interna, per il resto compromessa in molteplici direzioni. Ma come ipotesi politica alternativa alla frammentazione provinciale e localistica e alle spaccature di classe resterà velleitario e più volte fallimentare [. . . ] i cinesi erano spinti a riconoscersi come nazione perché erano condizionati dalla dominante borghesia internazionale; ma nel loro paese mancava la base sociale capace di dare un contenuto effettivo a quel concetto, che restava puramente mitologico. E. Masi, Breve storia della Cina contemporanea, Bari-Roma, 1979, p. 32.
14 F. Chabod, L’idea di nazione, Bari, 1967.
15 “La Cina, nel corso della sua millenaria storia, non aveva saputo elaborare un concetto di nazione: la indubbia superiorità culturale di fronte ai popoli coi quali essa era entrata in conflitto o in contatto, aveva condotto questi ultimi ad un progressivo assorbimento [. . . ] che spesso si era concluso con un elevato grado di sinizzazione” in F. Pansieri Parolini, “Il concetto di nazionalismo nel pensiero e nell’azione di Sun Yat-sen”, in Cina 12, cit. , p. 101.
16 Tali problematiche vennero approfondite da tutti quegli autori che, scrivendo sulla rivista “Gioventù nuova” (Xin Qingnian), parlarono di “Guo cui” intendendo, con questo termine che indica il distillato di riso molto puro, la quintessenza della nazione che nel popolo doveva ridestarsi al fine di “ottenere l’indipendenza dal dominio occidentale e liberarsi totalmente dalla dinastia mancese che aveva distrutto l’identità nazionale”. Lo Kuang, Sun Yat-sen, Brescia, 1950, p. 33.
17 Per Sun Yat-sen l’appartenenza etnica “è un prodotto naturale, la nazione è una costruzione umana, formata da un legame politico il quale può essere creato e mantenuto dalla volontà umana”. Lo Kuang, cit. , p. 34.
18 Sun Yat-sen sosteneva, coerentemente a ciò, l’uguaglianza tra le 5 popolazioni cinesi: han ren, mancesi, mongoli, hui min e tibetani. LO KUANG, cit., p. 42.
19 “Il Confucianesimo potremmo quindi chiamarlo la dottrina della vita umana, non secondo le nozioni della scienza empirica, ma secondo il rispetto della libera volontà umana [. . .]. Il Confucianesimo ha una parte metafisica, una parte morale, contiene nozioni religiose e nozioni politiche [. . .]” Lo Kuang, La sapienza cinese, Roma, 1945, pag. 2.
20 Tsien Tche-Hao, “La responsabilité civile délictuelle en Chine populaire”, in Revue International De Droit Compare, 1967, pp. 875 e sgg.
21 Per una panoramica esaustiva del pensiero di Confucio: Feng Yu-Lan, cit. , Vicenza, 1975.
22 Gli ideogrammi ora utilizzati derivano dalla traduzione letterale del termine greco: potere del popolo.
23 Il fascino della Costituzione di Weimar sta nell’aver saputo realizzare una mirabile razionalizzazione del potere sul cui modello si cerca oggi di costruire le forme di governo dette “semipresidenziali”. Vedi F. Lanchester, Alle origini di Weimar, Milano, 1985, p. 218; M. Duverger, I sistemi politici, Bari, 1978 pagg. 281 e sgg.
24 Si noti che, per la sua originalità, la rielaborazione di Sun Yat-sen, ingiustamente ignorata da politologi e costituzionalisti occidentali potrebbe, ancor oggi, costituire un contributo veramente importante per una originale costruzione di ingegneria costituzionale.
25 Per una panoramica completa dell’argomento vedi R. David, I grandi sistemi giuridici contemporanei, Padova, 1980.
26 “La parola Politica (zheng zhi, in cinese) si pronuncia come la parola Retto, Raddrizzare (zheng zhi). Perciò la politica significa raddrizzare e disciplinare il popolo.” S. Lo kuang “Sun Yat-sen”, Brescia, 1950, p. 6.
27 “In Cina, durante la fase iniziale di ogni dinastia, la funzione oggettiva della burocrazia fu di proteggere lo stato e i contadini dalle pretese della nobiltà terriera, della gentry, [. . . ] ma il burocrate rimaneva dipendente dall’arbitrio dello Stato, della Corte, dell’Imperatore [. . . ] per questo, durante la seconda metà di ogni ciclo dinastico si operava generalmente un’integrazione progressiva tra la gentry e la burocrazia. Nella misura in cui i burocrati di stato si fondevano con la nobiltà terriera, la centralizzazione del sovrapprodotto sociale veniva intaccata, il potere dello stato diminuito, la pressione sui contadini aumentata e il loro reddito diminuiva [. . . ] l’esodo rurale, le rivolte contadine, il banditismo, le insurrezioni si generalizzavano; infine la dinastia crollava. Una nuova dinastia, che spesso prendeva origine dai contadini, sorgeva e restaurava l’indipendenza relativa dello Stato e della burocrazia nei confronti della nobiltà terriera [. . . ]. Negli ultimi decenni, nella società sovietica, si è svolto un processo analogo.” E. Mandel in Gorbaciov e la crisi del socialismo reale, Milano, 1988.
28 Boulais, Manuel du Code Chinois, Taipei 1966, pgg. 120 e 121, n. 239 e 240.
29 “The five separate powers were to be exercised by five independent branches of the national government. The division of power among the Executive Yuan, the Legislative Yuan and the Judiciary Yuan basically derived from Montesquieu’s principle of the separation of powers. The control Yuan serves as a watchdog over bureaucratic behavior and practice, and the Examination Yuan dealt with the recruitment, promotion, and retirement of the administrative personnel” Hung Maotian, Government and Politics in Kuomintang China, 1927-1937 Stanford (California), 1972, p. 19.
30 In Inghilterra, “. . . anche se fanno difetto i freni che altrove sono affidati ai controlli di carattere giurisdizionale dell’attività dei pubblici poteri [. . .] l’equilibrio riposa in sostanza sulla funzionalità del congegno bipartitico in cui l’opposizione assume una posizione istituzionale che con l’alternativa al potere dell’uno o dell’altro partito, garantisce la costante aderenza dell’azione di governo alle esigenze di volta in volta emergenti nel corpo elettorale”. Quanto detto si fonda naturalmente su un “radicato costume di reciproca tolleranza e di amore della libertà”. Mortati, cit. , p. 190 e p. 168.
31 B. Mirkine Guetzevich, Les constitutions européennes, Paris, 1951, p.14.
32 G. Amato, “Forme di stato e forme di governo” in Amato e Barbera, Manuale di diritto pubblico, Bologna, 1986, pp. 69 e sgg.
33 Per trovare in Occidente un termine di paragone si potrebbe accennare un riferimento all’Ombudsman, una figura introdotta in Svezia con la Legge sulla forma di governo del 1809, in qualità di organo ispettivo, di nomina parlamentare, col compito di verificare l’azione della Pubblica Amministrazione per la corretta applicazione della legge; a tal fine era dotato di una vasta sfera di autonomia per cui doveva sottostare esclusivamente a direttive di carattere generale ma mai ad istruzioni specifiche. In origine fu configurato come uno strumento di controllo politico continuativo dell’esecutivo monarchico in assenza di un controllo parlamentare. De Vergottini, cit. , pp. 480 e sgg.
34 Cioè fino a quando l’Imperatore Ming Taizu non eliminò questa figura prendendo su di sé tutta la gestione del potere. Cf. Corradini P. , “Hu Wei-yung’s rebellion and its consequencies in Chinese administration” in Atti del XV Congresso Internazionale di Sinologia, Cina 8, Is.M.E.O., Roma, 1964, pp. 17-20.
35 Incaricato alla sovrintendenza degli archivi era il “Maestro dei Documenti” (Shangshu).
36 Ancora nel 1911 l’amministrazione si suddivideva in sei dipartimenti (liu bu).
37 C. Hucker, A dictionary of official titles in Imperial China, Stanford California 1985: da p. 11 si trova un’esaustiva descrizione delle cariche a partire dalla dinastia Han.
38 Ibidem, p. 157.
39 C. Hucker, The censorial system of Ming China, Stanford California, 1966, pp. 233 e sgg.
40 La nozione di “regime semipresidenziale” è stata elaborata da M. Duverger, I sistemi politici, Bari, 1978, pp. 281 e sgg. e ripresa, per ciò che concerne Weimar, da F. Lanchester, Alle origini di Weimar, Milano, 1985, pp. 218 e sgg., per ciò che concerne la Cina da Biscaretti Di Ruffia, Introduzione al diritto costituzionale comparato, Milano, 1988. Riferimenti a questa forma di governo si trovano, inoltre, nell’Enciclopedia del diritto, alla voce: forme di governo, curata da L. Elia, Milano, 1970, vol. XIX, p. 634 e nell’Enciclopedia giuridica Treccani, alla voce: forme di stato e forme di governo, curata da Rescigno, Roma, 1989, vol. XIV, pp. 1-23.
41 De Vergottini, Diritto costituzionale comparato, Padova, 1991, pp. 104, 106 e 107.
42 “Gli storici comunisti sostengono che la rivoluzione democratico-borghese del 1911 ha modificato la forma di governo (zhengtii) e non la forma di stato (guoti). Sabattini, “La rivoluzione del 1911 e la questione costituzionale: alcune note introduttive.” in Cina 11, Roma, Is.M.E.O. 1974, pp. 17 e sgg.
43 Sull’argomento, per la Germania: F. Lanchester, Nascita di una Costituzione: il dibattito costituzionale alle origini della Repubblica di Weimar, cit.; per la Cina: F. De Napoli, “I tentativi di riforma costituzionale alla fine dell’Impero Cinese” in Cina 14, Is.M.E.O., Roma, 1978, pp. 53 e sgg.
44 Mortati, cit., pp. 217 e sgg.
45 Solo una volta per lo stesso motivo: art. 25 della Costituzione di Weimar (11-8-1919).
46 “Sun Yat-sen si pose l’obiettivo di attuare questo tipo di democrazia per i cinesi, cosciente che, formalmente, la democrazia era nuova per i cinesi, ma, sostanzialmente, era connaturata alla loro mentalità, in quanto, nel Confucianesimo, la stessa autorità imperiale deve essere esercitata in funzione del popolo, nel quale risiede la sovranità. Spetta infatti al popolo destituire il sovrano quando questo dimostra, diventando tiranno, di aver perso il mandato celeste. Si potrebbe arditamente sostenere che il concetto di voto e di revoca è presente, in nuce, nel sistema politico tradizionale cinese. ” Lo Kuang, cit., p. 68.
47 “Si ritrova il concetto di referendum nello Shi Jing, uno dei cinque classici, quello sulla poesia, frutto di raccolte di canti popolari che trasmettevano l’opinione del popolo di cui i sovrani tenevano conto nella loro amministrazione.” Lo Kuang, cit., p. 68.
48 Sull’argomento: C. Mortati, Lezioni sulle forme di governo, Padova, 1973, pp. 199 e sgg.
49 Già Aristotele, nella Politica, definiva “ideale una democrazia di cittadini moralmente ottimi”. Le Costituzioni-Antologia di prosa storica a cura di Nedda Sacerdoti, Milano, 1970, p. 4.
50 Tra i “gentiluomini” venivano proposti al trono giovani di talento; i prescelti, in base al famoso editto del 196 a. C., erano inviati a corte dove venivano educati e poi impiegati come funzionari. Fu questa la base su cui si sviluppò più tardi l’originalissimo sistema degli esami di concorso per l’accesso alle pubbliche cariche, sistema che, rimaneggiato a diverse riprese, fu imitato anche in Occidente e fu definitivamente abolito nel 1905. L. Petech, cit., p. 59.
51 Confucio, I Dialoghi, Milano, 1975, p. 141.
52 “I confuciani affermavano che il popolo deve essere governato mediante “li” e moralità, non mediante leggi e punizioni e continuarono a difendere il metodo tradizionale di governo [. . .]. In questo erano conservatori. Ma in alcune loro idee si mostrarono sensibili alle mutate condizioni sociali e in questo senso furono rivoluzionari. Cosi rinunziarono a difendere le tradizionali distinzioni di classe basate sulla nascita e sulla fortuna; certamente Confucio e Mencio continuarono a parlare della differenza tra l’uomo di rango principesco e l’uomo comune ma la distinzione poggiava sul valore morale dell’individuo più che sulle ereditarie differenze di classe. Fung Yu-Lan, cit., pag. 130.
53 La traduzione del termine “Li” con “riti” è riduttiva: li è “retta condotta, cerimonia, gentilezza, formalità, sentimento di rispetto e riverenza, buone maniere.”
54 E. Dell’Aquila, Il diritto cinese, Padova, 1981, pp. 10 e sgg.
55 Padelletti-Cogliolo, Storia del diritto romano, Firenze, 1886, p. 23.
56 E. Collotti Pischel, Storia della rivoluzione cinese, Roma, 1982, p. 119.
57 Sull’argomento: E. Eych, Storia della Repubblica di Weimar, Torino, 1966, pp. 68 e sgg.
58 Questa consapevolezza, come mancò alla Cina, mancò sicuramente anche alla Repubblica di Weimar.
59 Da un discorso pronunciato da Mao al I Plenum della Conferenza Politica Consultiva del Popolo Cinese, il 21/IX/1949 in Stuart R. Schram, II pensiero politico di Mao Tse-tung, Firenze, 1974, p. 136.
60 Per una lettura esaustiva dei documenti inerenti al periodo in esame: M. Shieh, The Kuomintang, Selected Historical Documents, 1894-1969, Jamaica, NY, 1970 (in particolare da pp. 63 e sgg.).
61 Sabattini, cit., p. 33.
62 Mortati, cit., pp. 199 e sgg.; B. Mirkine Guetrevitch, Les constitutions européennes, Paris, 1951, pp. 14 e sgg.
63 “La Costituzione è il principio attivo di un processo dinamico di energie effettuali, un elemento del divenire, ma realmente, non una procedura regolamentata di norme”, C. Schmitt, Dottrina della Costituzione, Milano, 1984, p. 19.
64 “Sun Yat-sen proponeva di “sollevare le masse popolari” e di “dare assistenza ai contadini e agli operai” [. . .] Perché quaranta anni di rivoluzione sotto Sun Yat-sen sono finiti in un fallimento? Perché all’epoca dell’imperialismo, la piccola borghesia e la borghesia nazionale non sono in grado di condurre alla vittoria nessuna autentica rivoluzione”, Stuart R. Schram, Il pensiero politico di Mao tse-tung, Firenze, 1974, p. 188.
65 M. Abbiati, cit., p. 69.
66 Bottazzi, cit., pp. 53 e sgg.
67 F. Pansieri Parolini “Il concetto di nazionalismo nel pensiero e nell’azione di Sun Yat-sen” in Cina 12, cit., pp. 102 e sgg.
68 L. Poropat, “L’influenza del pensiero populista russo in Sun Yat-sen” in Cina 12, cit., pp. 37 e 38.
69 Bottazzi, cit., p. 63.
70 “La rielaborazione dei tre principi del popolo si accompagnò ad una profonda ristrutturazione interna del Guomindang che assunse i caratteri di un’organizzazione di massa con una complessa struttura cellulare, un solido apparato, un corpo di propaganda.” M. Sabattini, “Sun Yat-sen ed il partito politico”, in Cina 12, cit., p. 85.
71 P. Corradini, “L’influenza del pensiero di Sun Yat-sen nell’elaborazione del concetto di Nuova Democrazia”, in Cina 12, cit., p. 109.
72 Cf. “Sulla nuova democrazia”, cap. X del vol. II in Mao Zedong, Opere scelte, Pechino, 1971, vol. I, p. 56.
73 P. Corradini, “I tre principi del popolo di Sun Yat-sen e la nuova democrazia di Mao Zedong”, in Mondo Cinese n. 57, pp. 10. e sgg.
74 In seguito alle decisioni della Conferenza di Versailles scoppiò una violenta protesta, capeggiata dagli studenti e dagli operai contro il dominio imperialista, notevolmente influenzata dall’esito vittorioso della Rivoluzione di Ottobre in Russia.
75 Mao Zedong, sulla “Nuova Democrazia” in Opere Scelte, cit., vol. II, p. 364.
76 Relazioni Internazionali, 24-31/12/1949, p. 775.
77 Mao Zedong, Linea politica, misura e prospettiva della lotta contro l’attacco giapponese (23/7/37); Opere Scelte, cit., pp. 7-16.
78 Mao Zedong, Discorsi alla Conferenza di Yenan sulla letteratura e l’arte”, (Maggio 1942), cit., pp. 67-98.
79 Ye Ming-Hua, Manuel pour l’étude des trois chartes, Shanghai, 1949, p. 35.
80 Sull’argomento: telegrammi del 29/9/49 e del 3/10/49 del Consigliere Generale a Pechino al Segretario di Stato in Foreign Relations Of United States, 1949, vol. VIII, p. 532 e p. 546.
81 P. Corradini, I tre principi del popolo in Sun Yat-sen e la nuova democrazia di Mao Zedong, cit., pp. 14 e sgg.
82 Mao Zedong, Il regime costituzionale di nuova democrazia in Opere Scelte, cit., pp. 428-430.
83 Traduzione letterale dell’appellativo cinese junfa.
84 Statement of the fundaments of national reconstruction, Sept. 24, 1924, in Milton Shieh, cit. , p. 91.
85 Questa costituzione fu adottata il 28-1-1924.
86 Chesneaux, La Cina contemporanea, vol. I, Roma-Bari, 1977, pp. 155-158.
87 M. Shieh, cit., pp. 381 e sgg.
88 Costituzioni straniere contemporanee, testi scelti e commentati da P. Biscaretti Di Ruffia, vol. II, pp. 40 e sgg.
89 Fairbank-Reishauer-Craig, Storia dell’Asia Orientale, vol. II, Torino, 1979, p. 821.
90 Non disdegnando persino un riferimento esplicito alle tradizioni morali del confucianesimo. Cfr Relazioni Internazionali, n. 9 del 2/3/74
91 Li Dazhao e Chen Duxiu furono i primi divulgatori, in Cina, del pensiero marxista. Nell’ “appello ai giovani”, con cui si apre il primo numero della rivista Xin Qingnian (Gioventù Nuova) il 15-9-1915, le esortazioni date ai giovani sono estremamente vaghe, in quanto il marxismo sembrava inapplicabile per l’assenza di quelle concezioni etiche e morali cardini della filosofia confuciana. Sull’argomento: La Cina contemporanea a cura di J. Chesneaux, Bari, vol. I, p. 171.
92 “Rapporto d’inchiesta sul movimento contadino del Hunan”, Marzo 1927, in Mao Tse-Tung, Opere scelte, vol. I, Pechino, 1969, pag. 19 e sgg.
93 Manifesto del Partito Comunista, Roma, 1983, pp. 54 e sgg.
94 Stuart R. Schram, II pensiero politico di Mao tse-tung, cit., p. 37.
95 “Sulla dittatura democratica popolare”, vol. IV, Mao, cit., pp. 423 e sgg.
96 “Punti essenziali della Riforma agraria nelle nuove zone liberate”, Mao, cit., p. 203; “Il lavoro di riforma agraria ed il consolidamento del partito per il 1948”, Mao, cit., p. 259; The Agrarian Reform of the People’s Republic of China, Pechino, 1951.
97 “Legge sul matrimonio” del 10-5-1950 in Chesneaux, La Cina contemporanea, vol. II, Roma-Bari, 1975, pagg. 447-449
98 “Per Mao la sinizzazione del marxismo implicava chiaramente che chiunque facesse professione di analizzare i problemi della Cina di oggi sulla base del marxismo avrebbe dovuto avere una profonda conoscenza della storia del paese e saper mettere il presente in relazione con il passato […]. Il cinese di oggi deve essere l’erede delle antiche virtù.” Stuart R. Schram, cit. , p. 89.
99 C. Schmitt, La dottrina della Costituzione, Milano, 1984.
100 Kelsen, La dottrina pura del diritto, (trad. it.), Torino, 1966.
101 Ross, Diritto e giustizia, (trad. it.) Torino, 1965.
102 Relazioni Internazionali, 1955, n. 3, p. 85.
103 Dall’introduzione di A. Caracciolo alla “Dottrina della Costituzione” C. Schmitt, cit., p. IX.
104 “Sulla nuova democrazia”, Mao, cit., p. 368.
105 “Una massa entusiasta crea l’immagine mitica, che porta avanti la propria energia [. . . ] solo così un popolo o una classe diventano motori della storia universale. Laddove ciò manchi, non si regge più alcun potere sociale e politico e nessun apparato meccanico può costruire un argine quando si scatena una nuova corrente di vita in senso storico”, C. Schmitt di H. Quaritsch in Behemot, Luglio-Dicembre 1993, p. 34. 106 E. Collotti Pischel, “Le origini ideologiche della rivoluzione cinese,” Torino, 1979, p. 6.
107 “Qualsiasi regime riesce a stento a suscitare un’unità di volontà ed azione quando questa unità non esiste nel popolo”. Aron, Teoria dei regimi politici, Milano, 1973, p. 187.
108 M. Granet, La religione dei cinesi, Milano, 1973 p. 108 e sgg.
109 Dalla prassi adottata da Pericle nasce una forma di governo mista, che porta il nome di democrazia e ne mantiene le caratteristiche essenziali, ma che, di fatto, era il potere del primo cittadino. Tucidide, 11, 65, 1-10 in Erodoto e Tucidide, Firenze, 1967, p. 547.

Saggio scritto da ELISABETTA ESPOSITO MARTINO e pubblicato sulla rivista MONDO CINESE N. 86 (maggio/agosto 1994)

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