碎 Frammenti di Cina /Il confucianesimo, di ieri e di oggi:“Raccogliere l’eredità del passato per aprire il cammino del futuro”

Non c’è libro, giornale, telegiornale, blog che non metta in luce, accanto ai problemi di casa nostra, la legge di stabilità 2014 (che non sarà oggetto del prossimo blog, me ne guardo bene!), la recessione, la disoccupazione, il paventato default negli Stati Uniti, le intercettazioni americane a danno dell’Europa, la politica economica tedesca…a danno dell’Europa e del mondo (forse)… l’importanza epocale del boom del continente asiatico, pur nelle sue contraddizioni: una velocissima crescita economica tra povertà e prospettive di sviluppo, fondamentalismo islamico e primavere arabe, rivoluzioni del gelsomino (queste sì materia per un prossimo blog!) e dittature di partito, tessiture di democrazia sotto coltri di autoritarismo.

Il confronto con queste realtà, così difficili e contraddittorie, ma così stimolanti, che ci fanno tornare indietro negli anni, al nostro dopoguerra, alle speranze di ricostruzione materiale ed interiore, dopo due guerre mondiali che hanno devastato il “secolo breve”, rende ancora più stridente la differenza tra noi e loro, tra Occidente ed Oriente in generale, tra Cina e resto del mondo, in particolare.

La Cina è un Paese complesso e variegato, in cui sviluppo e tradizione si sono intrecciati in un insieme di trame e ordito di etnie, le più diverse, di lingue, con varietà di toni, di religioni, dal confucianesimo al buddismo fino all’ateismo di stato, di dinastie diverse, cinesi[1] e barbare poi sinizzate, in un’armonia vista come massima aspirazione dei singoli e dello stato stesso.

Non credo che ci sia bisogno di sottolineare come questo Paese sia straordinario e, in definitiva, unico.

Un Paese, uno dei pochi rimasti, ancora saldamente in mano al Partito Comunista, composto da una classe dirigente unica come è unica la matrice culturale che la ispira, la burocrazia del celeste Impero e come unico è il pensiero filosofico, affascinante come nulla mai, ma, stranamente, troppo ancorato alla realtà effettuale, senza, o almeno con pochissimi, slanci spirituali.

E tutte queste pagine orientali ed i frammenti di Cina sono solo un tentativo di capire questa gente, vista da occhi che a mandorla non sono, ma che, comunque, cercano di percepire i perché di questo mondo così diverso e così lontano, che poi tanto lontano non lo è più ed in fondo nemmeno tanto diverso, anzi, per tanti aspetti, a volte, anche troppo vicino e troppo uguale!

E tutti questi scritti (e questi post sono solo l’inizio!) cercano di essere, come dire, una traduzione di una lingua, di un ambiente, di un mondo che oggi è tanto difficile da capire, figurarsi da spiegare, e dei troppi perché che ci chiediamo su questo popolo di un oriente misterioso che ora si trova accanto ai nostri negozi, dentro i nostri palazzi, sugli stessi banchi di scuola dei nostri figli, nelle nostre università, possiede le nostre banche, le nostre aziende e forse presto più di metà del mondo.

Un paese, uno dei pochi rimasti, che non ha conosciuto, se non per pochi momenti ed in maniera limitata, il messaggio di Cristo che la Chiesa cattolica, tra evangelizzazione e persecuzioni, ha cercato di portare, senza sosta e senza paura, una luce al servizio concreto della giustizia, del diritto e della pace[2].

Nulla di quello che è la Cina oggi, i suoi paradossi e le sue eccellenze, quel che ci stupisce come quello che ci sconcerta, nulla di tutto ciò si può comprendere né studiare né ripensare senza una preliminare riflessione sulla sua storia e sulla sua filosofia e , in primo luogo, sul confucianesimo, chiave di volta per comprendere l’agnosticismo, l’ateismo di questo popolo, che poco ha a che vedere con l’ideologia marxista, declinata in chiave maoista.

Confucio[3], filosofo non interessato alla speculazione e al soprannaturale, era considerato il “maestro” per antonomasia, intento a raccogliere i testi antichi che riunì nel “Classico della Poesia”[4] e nel “Classico dei Documenti”[5], inseriti dalla dinastia Han tra i cinque classici, insieme al libro dei Riti[6] e agli “Annali delle Primavere e degli Autunni”[7] che Confucio rielaborò, tornato nello stato di Lu (l’odierno Shangdong), dopo aver inutilmente cercato un sovrano probo, capace di riportare nel mondo la prosperità e la pace.

Confucio, deluso dal fallimento della sua missione, in un tempo di crisi per un paese sconvolto da lotte senza quartiere, finì i suoi giorni[8], intento a studiare il senso della vita e la situazione cosmica, i principi di yang ed yin, come contenuti nel  “Classico dei mutamenti”[9].

Il  confucianesimo è l’espressione di un popolo legato alla terra, spettatore impotente (o quasi) di fronte alle forze della natura, in continuo divenire ed in continua contrapposizione. Queste forze sovrastano l’uomo che le osserva, a volte con terrore, molto più spesso con ammirazione e stupore ma comunque con la convinzione che quasi nessun controllo è possibile su di esse.

Unica via che porta ad una comprensione dei misteri della natura è la speculazione filosofica, attraverso la quale è possibile sintonizzarsi con l’universo, accettandone il divenire, le contraddizioni derivate dall’incontro dei due principi fondamentali, yang e yin, opposti dialettici, maschile e femminile, positivo e negativo, forza e debolezza, luce e tenebre, uniti da un equilibrio instabile per sua stessa natura. La leggenda narra che durante i riti i maschi prendevano posto al sole (l’ideogramma [10]yang contiene il simbolo del sole), le femmine all’ombra (l’ideogramma yin[11] il simbolo della luna).

Questi due principi, legati indissolubilmente, dalla cui unione dialettica tutto ha origine, si ricompongono attraverso il Tao (in pinyin[12] Dao)[13] una via ideale, nella quale l’uomo si può immergere per essere felice in ogni situazione in cui la vita lo condurrà e quando sopraggiungerà la morte sarà pronto anche per quella.

Stupisce come questa elaborazione di tipo filosofico non vada oltre questa armonia, né ricerchi una consolazione ultraterrena né un aiuto dalla divinità, ma si limiti ad osservare la forza misteriosa che dirige il mondo: la volontà del Cielo, che si deve temere, senza nessun passo ulteriore che permetta un approdo metafisico.

In effetti le uniche divinità collocate nell’Olimpo cinese sono gli antenati, modelli di sapienza, da venerare. Il culto degli antenati diventa così un fondamento del confucianesimo insieme  alla “pratica della virtù della pietà filiale”[14] che forgia tutti i rapporti familiari.

In realtà però l’unica forza che dirige il mondo non è dio ma la volontà del cielo, di un cielo personificato, che determina il susseguirsi delle stagioni, i buoni raccolti, l’armonia della società attraverso il rispetto delle regole, codificate nel libro dei Riti e considerate alla stregua dei nostri comandamenti. I cinesi, nella loro incredibile razionalità rifiutano la mistica e credono nelle forze della natura, in un cielo che non crea ma assicura l’ordine cosmico. La presenza di questa complessiva armonia è la prova del possesso del Mandato Celeste[15] da cui deriva il potere dei sovrani.

Coloro che ricevono il mandato celeste hanno il diritto di governare ma se trascurano sia i doveri rituali (i riti)[16] che la responsabilità morale verso il popolo, causano inevitabilmente il disordine sociale e gravi sciagure naturali.

Questi eventi sono segni della perdita del Mandato celeste, che può essere tolto ai sovrani in quanto il loro non è un potere derivante dallo jus sanguinis. Questa teoria permette di collocare anche le rivoluzioni nell’armonia del cosmo in quanto conseguenza evidente della perdita del mandato celeste[17].

Il termine rivoluzione, usato anche dai comunisti, si dice 革命  gémìng, cambiare il mandato.

Confucio pensava che anche le parole devono essere in armonia con la realtà delle cose: “se le parole non sono in accordo con essa, gli affari non possono essere portati a compimento; se gli affari non sono portati a compimento, i riti e la musica non vengono coltivati; se i riti e la musica non vengono coltivati, le punizioni non vengono assegnate nel modo giusto; se le punizioni non vengono assegnate nel modo giusto, il popolo non sa come muovere le mani ed i piedi. Perciò il saggio nomina solo ciò di cui può parlare, parla solo di ciò che sa fare: nelle parole del saggio non ci può essere nulla di inesatto”.[18]

Questo si ottiene con la “rettificazione dei nomi”[19] facendo seguire le parole ai fatti, per riprodurre l’armonia dell’universo da cui discende la conoscenza del mondo intorno a noi e la consapevolezza dei propri doveri.

La vita e le opere di Confucio sono state interpretate in molti modi, alcuni hanno visto in lui un riformatore progressista, altri un reazionario che cercava invano di restaurare un ordine sociale ormai in decomposizione.

E, dopo la morte di Confucio, molto lontano, nascono  altri saggi, come quelli dell’antica Grecia, come lo storico Tucidide[20], che ugualmente stigmatizzano la degenerazione del linguaggio ed il suo uso perverso, frutto della degenerazione morale al tempo delle guerre del Peloponneso[21].

Questo concetto, che studiando la filosofia pareva a tutti noi così arduo, sembra oggi di  una cristallina chiarezza, soprattutto se lo applichiamo, come cerchiamo di fare in questa comparazione, all’Europa (e soprattutto all’Italia) di oggi: è importante poter conoscere ogni fatto realmente per quello che è, e che i nomi siano corrispondenti all’oggetto cui si riferiscono, a cominciare dalle leggi, spesso emanate come contenitori informi di una grande varietà di norme, che disciplinano le materie non solo non coordinate tra loro, ma spesso addirittura in contrasto.

Perché le sentenze siano sentenze e siano applicate per tutti.

Perché la legge sia uguale per tutti.

Ed ogni carica sia attribuita non per nascita ma a uomini virtuosi e competenti: “Ai brillanti letterati le alte cariche”, diceva Confucio.

Perchè nell’Italia del 2013 le cariche sono ancora distribuite per ius sanguinis, i professori sono figli di professori (come dimostra la dilagante baronia universitaria), i giudici e i notai figli di giudici e notai ed i figli dei poveri (di denaro e/o di cultura) disoccupati o sotto occupati, a volte disperati…in un intreccio tra poteri, mafie ed occupazioni (di poltrone) che appare inestricabile.

Diceva Confucio ad un principe: “Per governare il popolo, avete bisogno della pena di morte? Siate voi stesso virtuoso e il vostro popolo sarà virtuoso”.

Confucio riproponeva gli ideali di un passato remoto ed ideale, nel quale lo Stato non governava sostenuto dalla forza, con la legge, destinata ai criminali, ma sul fondamento della virtù, la forza interiore presente in ogni uomo che, come nella maieutica socratica, va coltivata attraverso l’educazione.

Questa virtù è chiamata ren[22], cioè amore, altruismo, bontà, benevolenza, gentilezza, carità. Anche Confucio dice: “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te, fai agli altri ciò che vorresti venga fatto a te” e crede che, per salvare la società bisogna salvare l’uomo, e bisogna educarlo l’uomo, tanto colui che governa quanto colui che è governato, con sapienza[23], nella rettitudine[24] e nella verità[25]. Secondo i riti. Ma di questi parleremo nel prossimo post.

Sicuramente tutte queste virtù possono essere considerate il denominatore comune di molte filosofie e i fondamenti dell’etica civile. Certamente Dio ha seminato nel cuore di ogni uomo queste aspirazioni al bene e all’amore e da un confine all’altro della terra ritroviamo lo stesso anelito, perché chiunque sia preposto non occupi un posto ma serva lo stato, sia se laico, per dovere morale e filosofico e, ancor di più, se cristiano, per servire i fratelli, evangelicamente.

 

 

 

 


[1] La maggioranza etnica cinese è definita hàn dal nome della dinastia che prese il potere nel 206 a. C.

[2] (Francesco I, Lettera Encliclica Lumen fidei , 29 luglio 2013, n. 51, pag. 70 http://www.vatican.va/lumen-fidei/it/html/index.html#70

[3] Kǒng iuQ Qqqqq Qiū  孔丘, chiamato maestro Kong (孔夫子 Kǒng Fūzǐ), meglio noto in Occidente come Confucio (551-479 a.C.)

[4]  Shījīng (诗经)

[5]  Shūjīng (书经)

[6] Lǐjì (礼记)

[7] Chūnqiū (春秋)

[8] Confucio morì nel 479 a.C. in un periodo di lotte tra gli stati feudali, preludio alla formazione di uno Stato unitario da cui nascerà l’Impero cinese.

[9] Yì jīng (易 經)

[10] yáng 阳: il lato della collina 阝illuminato dal sole 日. Questo approccio vuole essere un tentativo di dare un’idea del funzionamento di una lingua tanto affascinante quanto lontana da noi, senza addentrarci nelle nozioni tecniche, legate alle  parti costitutive di un singolo carattere (pianpang), ai morfemi…etc etc…

[11]  yīn 阴: il lato della collina 阝in ombra, indicato dalla luna 月

[12] Hànyǔ Pīnyīn (汉语拼音, letteralmente: “traslitterazione della lingua Hàn”), che è un sistema di romanizzazione  per mezzo del quale si possono leggere gli ideogrammi così come vanno pronunciati, toni compresi, del cinese mandarino, chiamato anche Putonghua (普通话, in pinyin Pǔtōnghuà, letteralmente “linguaggio parlato standard”), la lingua ufficiale della Repubblica Popolare Cinese che ha per base (lessicale) i dialetti del Nord della Cina, come pronuncia standard quella di Pechino, e come norma grammaticale le opere esemplari moderne in volgare; le “direttive sulla diffusione del Putonghua” sono stare promulgate dal Consiglio degli Affari di Stato nel febbraio 1956 (v. Renmin Ribao, 2/2/1956).

[13]  dào 道: questo ideogramma contiene, come solo la bellezza di questa lingua permette di fare, il significato del termine: camminare seguendo la strada principale, per raggiungere l’armonia con tutta la natura che è anche armonia interiore, svuotamento di sé, ritorno alla sorgente per divenire tolleranti e comprensivi.

[14] pietà filiale 孝xiào

[15]天命Tiān Mìng “Esiste un destino umano che appartiene al mandato celeste. Chi lo conosce e lo pratica ha diritto di governare, è un degno governatore. Altrimenti, anche se ha il potere, non ne ha il diritto. Analects XII, 5 http://www.acmuller.net/con-dao/analects.html

[16] Li (礼, ordine, regole di condotta, ideale)

[17]L’ideogramma cinese che traduce il termine sovrano, re “王” è composto da tre tratti, la terra, gli uomini ed cielo, uniti da una forza unificatrice e simboleggia perfettamente la vera essenza della sovranità, la rettitudine di chi venera gli antenati e mantiene l’ordine cosmico e l’armonia, segno del mandato celeste.

[18] Confucio (“Dialoghi”, XIII, 3)

[19] Rettificare I nomi正名 zhengming.

[20] Tucidide, generale ateniese e storico  nasce nel 460 circa e muore nel 395 a. C.

[21] Tucidide III, 82 in Erodoto e Tucidide, Firenze, 1967

[22] Ren (仁 ), Li (礼, ordine, regole di condotta, ideale),

[23] Zhi (智, saggezza, intelligenza, ingegno)

[24] Yi (义, giustizia, rettitudine, equità, moralità)

[25] Xin (信, verità, tener fede alla parola data, sincerità, coerenza).


 [1]

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