碎 Frammenti di Cina/Confucio e i riti. Diritto di resistenza

La globalizzazione sta cambiato il mondo, modificando il rapporto con lo spazio e col tempo, nella curva spazio tempo. Quello che era un mondo lontano, quasi irraggiungibile, come la Cina, ora è molto, molto vicino, si può vedere sulle tv satellitari, si può raggiungere con un clic di invio di posta elettronica, mentre si intensifica, come mai accaduto prima, lo scambio reale di merci, anzi, più che scambio, un’invasione di merci e, con esse, il profumo di un’essenza di un mondo, i suoi  usi, i costumi, le tradizioni, e ci pone interrogativi antichi e tuttavia ancora aperti. E allora è necessario saperla leggere questa essenza, fatta di terra, fertile e desertica, e di fiumi, che straripano e cambiano il loro letto, di mare e di montagne, le montagne che il vecchio Yu Gong[1] voleva spostare, di ideogrammi scritti sulle lunghe maniche dei mandarini e che permettevano ai funzionari del governo, che di lingua ne parlavano un’altra perché dovevano venire sempre da molto lontano, di capire il popolo attraverso gli ideogrammi, perché quelli non cambiano, ogni regione, ogni paese li legge diversamente ma sono sempre quelli, quasi immutabili da cinquemila anni. E questa essenza dove si può scorgere se non in colui che più di tutti ha forgiato il pensiero di un popolo sul suo pensiero, quel filosofo in onore del quale, nel 2011, è stata eretta una statua in piazza Tian An Men, accanto al Mausoleo di Mao. Perché proprio Mao aveva dovuto riconoscere, con rassegnazione, che il popolo cinese era totalmente permeato della propria cultura e che, dopo la vittoria della rivoluzione del 1949, dopo la rivoluzione culturale e tutti i cambiamenti epocali del maoismo, nonostante tutto, questa massa straripante di popolazione, ubbidiente e indipendente, sottomessa e autonoma, non opponeva mai aperta resistenza ma tacitamente, passivamente tornava sempre, alla fine, all’eterno ritmo della sua vita.[2]

Confucio[3].

Abbiamo, nel post precedente, raccontato un po’ di questo personaggio, che nacque mezzo millennio prima di Gesù Cristo, contemporaneo di Budda, Socrate e dei profeti del Vecchio Testamento, forse il più sincretico dei filosofi[4], che seppe riunire tutto un insieme di teorie che, partendo dalla concezione del mondo, si riflettevano sullo stato e sui principi sociali ed etici che lo sostenevano.

Del resto il pensiero filosofico cinese[5] ha pochi elementi comparabili con la filosofia occidentale, fondata sul logos e sulle idee, che vengono espresse attraverso la rappresentazione, il concetto e la logica; un pensiero avulso dalla contrapposizione tra anima e corpo, spirito e materia[6], e che, d’altra parte, non si preoccupa della trascendenza. E se pure si veneravano, fino ad un passato abbastanza recente, molte  divinità, chiamate antenati o cielo o con i nomi corrispondenti alla personificazione di tutte le forze della natura[7], non esisteva alcun rapporto personale con esse e quindi la sola responsabilità che si potesse rintracciare non era nei confronti di Dio ma nei confronti della società, la cui struttura piramidale vedeva al vertice il sovrano supremo[8] e alla base i clan familiari, ordinati gerarchicamente.

Nasce così quella dottrina del vivere civile che noi occidentali conosciamo come confucianesimo ma che in Cina si chiama scuola dei letterati[9] (rú jiào), nella quale si insegnavano ai giovani confuciani[10] , provenienti da tutte le classi sociali, senza alcuna esclusione, le sei arti: riti, musica, tiro con l’arco, guida dei carri, scrittura e matematica, secondo quanto tramandato dall’antica saggezza[11]. Il fine era quello di permettere ai giovani di animo più nobile di imparare l’arte di governo, che non necessariamente portava al potere, perché le fortune umane non sono legate al valore degli uomini mentre l’adesione alle regole e ai riti sono la sola misura dello spessore dell’animo umano.

Ma in cosa consistono questi RITI di cui tanto si parla in riferimento a Confucio?

I riti sono gli strumenti, le modalità per praticare le due virtù fondamentali del confucianesimo, la rettitudine e l’umanità, e compiere il proprio dovere, senza cercare il tornaconto personale,  amando il prossimo, in una società fondata sulla famiglia.

I riti sono costituiti da un insieme di norme che regolano i rapporti tra gli uomini, una sorta di codice di comportamento, basato su cinque relazioni fondamentali: sovrano-suddito, marito-moglie, padre-figlio, fratello maggiore-fratello minore, amico-amico[12].

I riti riassumono queste relazioni, fatte di amore e di rispetto, ma scevre da ogni concetto di libertà dell’individuo e di autonomia. Nonostante ciò, l’aggancio ai principi etici, fondati sull’equilibrio e la moderazione, non fa sembrare ragionevole una collocazione del pensiero di Confucio tra le filosofie conservatrici.

I riti sono uno strumento di governo, che lo stesso Confucio, secondo la tradizione, utilizzò per redigere regolamenti che regolassero le onoranze funebri, le riforme agricole e il sistema penale, che provvedessero alla distribuzione dei viveri, sulle basi di un’imposizione fiscale proporzionata alle possibilità di ciascuno (e mi chiedo perché i ministri del Governo italiano, che sta faticosamente stilando uno scempio di legge di stabilità 2014 e quelli dell’Unione Europea, che cavalcano procedure di infrazione e dissanguano popolazioni, non riprendono a studiare il diritto naturale, la filosofia, occidentale ed orientale e pure il confucianesimo?)

I riti e tutta la struttura filosofica confuciana non rimangono immobili ed immutabili, ma sono oggetto di continue rielaborazioni, sempre in un canone fondato sulla fedeltà al Maestro, nei secoli successivi.

Mencio[13] rielabora la speculazione filosofica di matrice confuciana trattando soprattutto della politica e della natura umana. La cura che ogni sovrano deve avere per il benessere dei sudditi prefigura un vero e proprio diritto del popolo, cui segue l’impegno per il buon funzionamento dell’economia e della produzione, in un contesto di armonia universale.

Mencio raffina il concetto di ribellione che diventa legittima quando il sovrano cessa di compiere il suo dovere e di conseguenza perde il “mandato celeste” (come riassunto nel precedente post), perché da esso deriva il suo potere. Anche Locke, uno dei più eminenti filosofi inglesi, ispiratore di quella rivoluzione che ha fatto dell’Inghilterra il paese di più consolidata democrazia, parlava di «appello al cielo[14]».

La teoria del mandato celeste infatti ricorda il diritto di resistenza, concetto molto caro alla filosofia del diritto. E’ resistenza alla tirannide, ad una norma illegittima, che attinge ad una legge superiore, che forgia e modella l’uomo come essere pensante, che è scritta nel cuore degli uomini, dettata dalla natura e dalla propria coscienza.

Come Antigone che, nella tragedia di Sofocle, decide di sfidare il tiranno non rispettandone la legge ingiusta, contraria alla morale, che impedisce ad una sorella di dare sepoltura al corpo di suo fratello. Dice Antigone a Creonte: “Tu uomo hai calpestato le leggi degli dèi, quelle leggi non scritte e indistruttibili. Non soltanto da oggi né da ieri, ma da sempre esse vivono, da sempre: nessuno sa da quando sono apparse[15]»

Come Cicerone che, nel De Legibus[16], combatte il relativismo etico e l’utilitarismo e progetta una riforma della “res publica”, basata sul rispetto della tradizione propria dell’antica Roma e sui principi filosofici universali, fondamento del diritto naturale, riconosciuto anche dalla filosofia cristiana in generale ed, in particolare, dalla tomistica.

In Occidente, come in oriente, il sovrano può essere spodestato quando si comporta da tiranno. E questo concetto viene recepito dal Bill of Rights, seguito alla rivoluzione inglese del 1688, dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, espressione della rivoluzione francese del 1789.

Nelle più moderne costituzioni la separazione dei poteri, il riconoscimento delle diritti e delle libertà, il principio di legalità dovrebbero svuotare questo concetto, ma non è, sempre,  proprio così…

E’ interessante riflettere sulla modernità di questo pensiero in cui deve prevalere la rettitudine e l’umanità anche per ciò che concerne l’aspetto economico: il popolo non può essere ridotto alla fame e quindi tutto il sistema produttivo deve essere organizzato efficacemente, si deve investire nell’agricoltura, in un artigianato specializzato e, soprattutto nell’educazione del popolo.

E questo programma di governo, che solo pallidamente appare nelle nostre norme, è contenuto negli scritti di filosofi di migliaia di anni fa…

D’altra parte risulta ragionevole che un popolo come quello cinese, il cui background culturale è questo e che tanto peso ha avuto nella sua storia millenaria, possa tutto sommato aderire ad un governo che, accanto al liberismo economico, se volete in qualche modo addirittura sfrenato, coniuga un regime per molti versi totalitario.

Questa dicotomia, che a noi occidentali sembra assurda e ci fa guardare con stupore al Paese di Mezzo, assume una diversa connotazione se si inserisce in una speculazione lunga cinquemila anni che non contempla la libertà individuale e l’autonomia del pensiero (almeno come noi occidentali la intendiamo) ma predilige l’etica e la morale sociale. Ed è per questo che non ci deve meravigliare il fatto che grandi lotte si sviluppano in Cina sul tema della corruzione e che, con questa accusa, si ribaltano anche i dirigenti del PCC, mentre in Italia…

In conclusione, tutto questo excursus storico sul pensiero confuciano vuole non solo spiegare la realtà odierna cinese ma, soprattutto, cercare, in un’ottica di comparazione, la strada per attingere a quei valori così tragicamente scavalcati in occidente da un’ottica utilitaristica e, in fondo, scevra da ogni morale per rifondare i nostri di Stati, sulle basi (occidentali) della libertà e dell’uguaglianza e quelle (orientali) dell’etica sociale, ispirate da un Dio che aspira a farsi conoscere e che la Chiesa non cessa di predicare.


[1] “yú gōng yí shān” 愚、公 栘 山 Il vecchio sciocco sposta le montagne, un celeberrimo raccontino (un “cheng yu” 成 语 frase a quattro caratteri, simile ai nostri proverbi) che narra lo sforzo  di un uomo, il vecchio sciocco, che, con la sua famiglia,  decide di spianare le montagne: “continuando a lavorare, vanga dopo vanga, in questo modo, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, come potremmo non muovere le montagne?” perché con l’impegno e la buona volontà, si possono compiere anche le imprese che sembrano impossibili.

[2] Henry A. Kissinger Cina, Mondadori, 2011 – 528 pagine.

[3] La più articolata monografia su Confucio è stata scritta dopo tre secoli dalla sua nascita da Sima qian, nel cap. 47 dello Shi ji, ed è stata inserita non tra quelle dei filosofi, come Laozi, ma addirittura tra quelle dei sovrani, una sorta di riconoscimento postumo della sua dignità quasi regale. P. Corradini, Popoli e società in cinque millenni di storia, Giunti Editore, 2005 – 528 pagine, pag. 85.

[4] Nacque proprio in Cina una spinta al sincretismo, altrove quasi sconosciuta, esemplificata dal principio: sānjiào héyī  三 教 合一   “tre dottrine unite in una”.  Le tre dottrine sono il  Taoismo, il Confucianesimo ed il Buddismo.

[5] Vedi anche M. Scarpari,, Confucianesimo. I fondamenti e i testi, Torino, Einaudi, 2010.

[6] Il termine xīn 心 cuore indica anche la mente, l’anima, intelletto, sede dei sentimenti ma anche dei pensieri.

[7] Vedi A. Abou Abdallah – R. Sorgo, Religioni Ieri e Oggi, Franco Angeli, Milano, 2007

[8] Shàng Dì, il sovrano, figlio del cielo e supremo garante dell’armonia celeste e terrestre, venerato come un dio,  come d’altronde accadeva nell’antica Roma, nell’antico Egitto…

[9] rú jiào 儒 教  la scuola dei letterati, le cui dottrine sono contenute, insieme a quelle della scuola del maestro Mo (Mojia) e della scuola taoista (Daojia) negli «Annali delle Primavere e Autunni del maestro Lü»  呂 氏 春秋 Lüshi chūnqiū, già citato nel precedente post. Composti da 12 libri corrispondenti  ai 12 mesi dell’anno,  3 libri per ogni stagione, dedicatati a un tema specifico: la vita (primavera); la musica e il sapere (estate); la guerra e la strategia (autunno); la morte (inverno). La seconda sezione, rinvia al «Classico dei mutamenti» (易 經 yì jīng, meglio conosciuto in occidente come I Ching  già citato nel precedente post). Encliclopedia Treccani, Dizionario di Filosofia (http://www.treccani.it/enciclopedia/lushi-chunqiu_(Dizionario-di-filosofia)/)

[10] rú jiā 儒家  cioè coloro che appartengono alla famiglia dei letterati: i confuciani.

[11] Confucio  rielabora le dottrine passate e la sua stessa filosofia risulta in fondo una rielaborazione  di coloro che, al pari dell’ipse dixit aristotelico, attribuiranno varie tesi a Confucio 子曰 zi yue, cioè “il maestro disse.” P. Corradini, Popoli e società in cinque millenni di storia, Giunti Editore, 2005 – 528 pagine, pag. 95.

[12] Questi rapporti sono sempre rapporti gerarchici, anche quelli tra amici sono legati all’anzianità.

[13] 孟子, pinyin Mèngzǐ, il filosofo Meng (372 – 289 a. C.)

[14]Locke sostiene che il potere dello Stato viene dal popolo e, se lo Stato vien meno perché non persegue più i fini per i quali il potere gli è stato affidato, tale potere torna al popolo. Locke finì in esilio ma la diffusione del suo pensiero portò alla cacciata degli Stuart e al regno di Guglielmo d’Orange che, in un’Europa soffocata dall’assolutismo, accettò la dichiarazione dei Diritti, le prerogative del Parlamento limitando sostanzialmente i poteri della Corona. Locke, Due trattati sul governo, a cura di L. Pareyson, Utet 2010, p. 243

[15]Edipo re-Edipo a Colono-Antigone di Sofocle.  Testo greco a fronte. Einaudi, Aprile 2009

….e i tuoi bandi
io non credei che tanta forza avessero
da far sí che le leggi dei Celesti,
non scritte, ed incrollabili, potesse
soverchiare un mortal: ché non adesso
furon sancite, o ieri: eterne vivono
esse.

[16] . L. PERELLI, Il pensiero politico di Cicerone. Tra filosofia greca e ideologia aristocratica romana, Firenze 1990, pp. 110 – 130.

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