“Missing Hong Kong”: la Cina tra piani, premi, ombrelli gialli ed editori scomparsi

Spesse e grigie nubi coprono il cielo di Hong Kong:

ten-yearssiamo nel 2025, in una città ormai stretta nella morsa del governo di Pechino, dove non si sentono più risuonare gli otto toni del cantonese, mentre la vita  si dipana tra storie tragiche ed inquietanti.  Questo è lo scenario di Ten Years, una pellicola, interpretata da attori non professionisti e prodotta con un ridottissimo budget, che ha ricevuto la nomination al 35°Hong Kong Film Awards, ed ha già incassato 6 milioni di HK$. Questo successo, inaspettato, ha però suscitato nella Mainland China acerrime critiche: il Global Times ha stroncato i cinque racconti  definendoli assurdi e troppo pessimistici, un “virus della mente”. E quindi il film non sarà proiettato nel continente, la cerimonia della premiazione del prossimo 3 Aprile non sarà trasmessa dalla CCTV e nemmeno in broadcasting da Tencent, anche se rappresenta uno degli eventi cinematografici più importanti di tutta l’Asia. Dopo la vittoria elettorale del partito democratico progressista, anche il Taipei Golden Horse Film Awards che si svolgerà alla fine dell’anno a Formosa non sarà trasmesso nella RPC.

Tra Fishball e Umbrella revolution

Questo cinema indipendente, veicolo di critica sociale e politica, viene collegato agli scontri avvenuti nel distretto di Mong Kok, durante i festeggiamenti per il nuovo anno della scimmia, sfociati in guerriglie urbane che hanno prodotto arresti e feriti, mentre la polizia tentava di sgomberare i venditori ambulanti di pesce. La Fishball Revolution, secondo il Ministero degli Esteri della RPC, è stata pilotata da un’organizzazione indipendentista radicale, Hong Kong Indigenous. In realtà non si è ancora sopita, tra le strade del porto profumato, l’Umbrella Revolution che, dal settembre al dicembre 2014, ha veicolato molto vivacemente la richiesta di compiuta democrazia, che troppo tardivamente la Corona britannica aveva concesso alla propria colonia e che la Cina Popolare sembra scolorire in una sempre più flawed democracy, erodendo diritti e libertà.

I librai desaparecidos

Gli incessanti cortei reclamavano anche il rispetto dei diritti fondamentali, sempre più in bilico dopo la scomparsa di cinque librai, che pubblicavano, col gruppo Mighty Current e la casa editrice Sage Communications, testi considerati all’indice  (i contestati  禁书 Jìn shū) nella madrepatria. La TV satellitare Phoenix  ha in questi giorni intervistato alcuni di loro, riferendo che sono stati liberati mentre Gui Minhai è in carcere nel continente, per crimini pregressi che avrebbe dichiarato di aver commesso. Dopo l’intervista è ricomparso nell’isola Cheung Chi-ping, non lesinando dichiarazioni rassicuranti sulla vicenda; l’ultimo, Lee Bo, fondatore della Causeway Bay Bookshop, sarebbe volontariamente andato in Cina per un’inchiesta, ammettendo alcuni reati, probabilmente sotto pressione. La sua rinuncia alla cittadinanza del Regno Unito sembrerebbe un escamotage, in risposta all’intervento diplomatico del Regno Unito e alle paventate azioni in violazione del diritto internazionale. Dopo questi fatti, alcune riviste hanno lasciato la sede di Hong Kong per motivi di sicurezza.

L’autonomia garantita ad Hong Kong

La longa manus di Pechino sta violando lo status di Hong Kong, enclave in cui la Basic Law garantisce l’habeas corpus, presidio della libertà individuale contro ogni forma di arbitrio, garantito dallo speciale regime vigente dal primo luglio 1997, data che ha segnato il ritorno alla madrepatria  dell’isola e dei territori ceduti dall’Impero Celeste al Regno Unito con i cosiddetti Trattati Ineguali?

La tutela dell’ex colonia discende dalla Costituzione del 1982, che aveva previsto l’istituzione di aree amministrative speciali definite SARs (Special Administrative Regions) per predisporre il futuro inglobamento nello Stato di tutti i luoghi, storicamente cinesi, ma non sottoposti alla sovranità della RPC, da Hong Kong a Macao, vagheggiando il grande ritorno, quello di Taiwan.

Da allora è sempre stato rispettato il principio “un paese due sistemi”, in base al quale in un unico Stato, la RPC, coabitano due sistemi politico-istituzionali: quello socialista e quello capitalista.  La formula permette ai residenti di quelle aree di godere di una certa rappresentanza democratica, di un sistema giudiziario indipendente e di un’organizzazione multipartitica, atta a garantire una lenta transizione dell’ordinamento economico e giuridico che si compirà definitivamente nel 2047.

 

La parabola di Hong Kong

Nel rispetto delle peculiarità riconosciute ad Hong Kong, il Comitato permanente della XII APN, nel 2014,aveva modificato il sistema elettorale, abrogando il precedente, che prevedeva sia un sistema proporzionale, a suffragio universale diretto, in circoscrizioni delimitate geograficamente (Geographical Constituencies) sia una rappresentanza di categorie professionali (Functional Constituencies).  Il nuovo procedimento contemplava il suffragio universale, ai sensi degli art. 25 e 26 della Legge Fondamentale della Hong Kong SARs, delimitando però l’elettorato passivo ai soli candidati (due o tre) selezionati da un Comitato di Designazione. Tali modifiche non hanno ottenuto, nel 2015, l’approvazione del Consiglio Legislativo, con un voto che ha sorpreso Pechino e il mondo, ma che le elezioni locali dello scorso novembre, in un certo senso, hanno vanificato.

Utopie e distopie

A questo punto il Life Style dei sette milioni di abitanti di Hong Kong pare vacillare. Fino a pochi mesi fa, il governo cinese aveva evitato eccessive intromissioni, consentendo il godimento delle libertà costituzionali e persino le veglie commemorative dei fatti di piazza Tian’anmen. Negli ultimi tempi, invece, forme di controllo sempre più stringenti stanno tracimando dai limiti del continente, attraverso un articolato sistema che coinvolge cultura, media, editoria, istruzione ed alimenta tensioni e incomprensioni, come profetizzato in Ten Years.  Si allungano così precocemente le ombre del tramonto dell’autonomia di Hong Kong?

Intanto a Pechino sono in corso le due Assemblee (Liǎnghuì 两会): la quarta sessione della XXII Assemblea Popolare Nazionale e della Conferenza Consultiva Politica del Popolo Cinese, nell’ambito delle quali si stanno discutendo i target del 13 Piano quinquennale, già delineati dal CC del PCC e riassunti in cinque parole chiave: economia dell’offerta (per nuovi orizzonti di Reaganomics?), innovazione, lotta alla povertà, apertura, Internet Plus Plan. La realizzazione di questi obiettivi per raggiungere una crescita tra il 6, 5 ed il 7%, non può prescindere dall’hub di Hong Kong.

Le Periferie dell’ortodossia

La RPC intende rivestire pienamente lo status di active participant allo sviluppo globale, in un mondo multilaterale e condiviso armoniosamente, nel rispetto delle differenze. Questa aspirazione che guida l’esercizio del soft power cinese a livello globale, non può essere disgiunta dalle periferie dell’ortodossia, Hong Kong e Taiwan, dove dallo scontro tra il rispetto della sovranità e quello della libertà si potrebbe realmente elaborare un modello alternativo, raccordo tra solidarietà, rettitudine e senso del dovere, retaggio dei cinquemila anni di cultura cinese, con la coscienza dei diritti umani sgorgata dall’Illuminismo. Il coraggio di affrontare gli epigoni della rivoluzione colorata di giallo nel laboratorio di Hong Kong, melting  pot di popoli e civiltà, di common law e civil law, Western-style democracy e socialismo con caratteristiche cinesi, misurerà la credibilità internazionale della leadership del Paese di Mezzo e, tra nuovi percorsi e millenarie tradizioni, svelerà se e in che misura la Cina tutta possa aspirare alla leadership del mondo globalizzato.

Elisabetta Esposito Martino

L’articolo originale, è stato pubblicato su:

AFFARI INTERNAZIONALI

http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3383

quello che leggete nel mio blog risulta ampliato in più parti…limiti editoriali ce lo imponevano…

l’articolo è stato ripreso da


Longa manus di Pechino su Hong Kong

Annunci