La Brexit al casello cinese: sogni ambiziosi e scomode realtà

La decisione britannica di lasciare la UE è stata presentata da molti analisti come un grande successo per la Cina, pronta a sfruttare l’occasione per rafforzare la propria influenza economica a livello mondiale. Ma è davvero così? Cosa pensa realmente Pechino della Brexit? E in che modo il divorzio tra Londra e Bruxelles influenzerà il futuro delle relazioni anglo-cinesi, rese problematiche da conflitti di visioni strategiche e interessi economici?

IL VASO DI PANDORA – La Premier Theresa May sta elaborando nuove strategie per far fronte all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, rivedendo posizioni pregresse e adottando tattiche in fieri, in particolare  nelle relazioni con la Cina, che andranno riconsiderate in una nuova ottica. Uno dei compiti più importanti del nuovo Governo inglese sarà quello di ridisegnare sia la portata che le modalità dei rapporti internazionali, anche per riuscire ad affrontare le incognite legate all’impatto del Leave nel lungo periodo e a fronte, tra l’altro, dello stallo nel riconoscimento alla RPC, da parte dell’ UE, dello status di economia di mercato.  Un intreccio di situazioni che, come ha scritto il Global Times, apre un autentico vaso di Pandora.
La nuova leadership britannica dovrà necessariamente ridiscutere lo sviluppo infrastrutturale, in cui il ruolo di Pechino non è stato, in passato,  certo secondario, se si considerano i finanziamenti stanziati per le nuove centrali nucleari e gli impianti petroliferi di ultima generazione. Gli accordi per più di 40 miliardi firmati lo scorso anno tra Osborne e Xi Jinping, nel quadro delle iniziative speciali che, secondo David Cameron, avrebbero dovuto avviare un “decennio d’oro” nei rapporti tra i due Paesi, hanno rappresentato un significativo salto in avanti per il Going Out, cioè la strategia di penetrazione delle imprese cinesi all’estero, ma sono stati ferocemente osteggiati da vasti strati dell’opinione pubblica britannica che hanno accusato Downing Street di aver svenduto per business i valori democratici. Ora la nuova Premier sta rivedendo molte posizioni, non più scontate, congelando anche per motivi di sicurezza nazionale il progetto di  Hinkley Point  assegnato alla China General Nuclear Power Company per 24 miliardi, in un marasma politico diffuso che l’Economist ha definito “anarchia nel Regno Unito”.

UN MOMENTO STORICO CRUCIALE – Da parte sua la leadership di Pechino guarda con preoccupazione al collasso delle attività imprenditoriali britanniche seguito all’esito inaspettato del referendum, che ha riportato il Paese d’Oltremanica ai livelli del 2009, quando imperversava la crisi globale. La Cina, le cui esportazioni con l’Unione Europea raggiungono il 16% del totale, perde la testa di ponte che la Gran Bretagna rappresentava verso l’Unione Europea, ma anche e soprattutto la principale piazza finanziaria per l’internazionalizzazione del renminbi. Si teme che l’uscita del Regno Unito dalla UE possa comportare riflessi non di poco conto sia sui mercati valutari, favorendo una serie di dinamiche dagli esiti non prevedibili, che per la Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture (AIIB) e per i vari programmi che hanno lo scopo di far rivivere le antiche Vie della Seta tra la Cina e i suoi vicini attraverso cospicui investimenti.

Il Regno Unito, avvezzo ad una dimensione di internazionalizzazione, conta a sua volta sull’ancora di salvezza dei mercati extraeuropei, soprattutto per i prodotti finanziari. In questa nuova ottica si possono leggere i contatti intrapresi con la leadership cinese da Philip Hammond, nuovo Cancelliere dello Scacchiere, giunto nella RPC per la riunione dei Ministri delle Finanze e dei Governatori delle Banche centrali dei 20 Paesi che costituiscono le economie sviluppate e quelle emergenti, per il vertice del G20 di Hangzhou, tenutosi il 4 e 5 settembre 2016. Nel comunicato finale dell’incontro le difficoltà legate ai molteplici conflitti geopolitici in corso (tacendo del golpe turco), dal terrorismo globale al problema dei rifugiati, sono state oggetto di una parziale rilettura post-Brexit. Questo evento, definito come inaspettato, potrebbe peggiorare le diffuse debolezze strutturali del mondo globalizzato, in un momento in cui è più che mai necessaria una politica coordinata, soprattutto per i tassi di cambio, per incrementare la produzione con ogni strumento disponibile, con la consapevolezza che la politica monetaria da sola non possa portare a una crescita equilibrata.

SFIDE STRATEGICHE INTERCONNESSE – Il Governo britannico, da parte sua, ha assicurato l’apertura dei propri mercati (che naturalmente attraggono soprattutto le imprese cinesi per gli assets diventati più appetibili), ma deve ponderare sapientemente la bilancia commerciale e gli investimenti esteri con la sicurezza nazionale ed i diritti umani, nella necessità di costruire nuove relazioni multilivello, fuori  dall’Unione Europea e dalle organizzazioni ad essa legate, che stanno attraendo la Gran Bretagna nell’orbita delle posizioni americane. Sul piatto dei nuovi equilibri pesa l’incognita della candidatura di Trump, sostenitore di una non ben identificata forma di protezionismo, correlata ad una sfida aperta al Governo di Pechino, accusato di manipolare le valute e l’economia con grosse ripercussioni sul deficit americano e dei Paesi occidentali. D’altro canto, bisogna considerare la partita che la Russia sta giocando per ricostruire la sua tradizionale zona d’influenza nei territori dell’ex URSS, erodendo gli spazi dell’Europa e della NATO, mentre la Cina, intenta a tessere la tela del sogno cinese, non rimarrà sicuramente spettatrice.

CINA SALVAGENTE DELLA BREXIT? – Il questo contesto il G20 diventa una  piattaforma  di rinnovato  lancio per una Cina che, fino a pochi mesi fa, era additata come causa di vulnerabilità dei mercati internazionali, nel timore di un hard landing e di una destabilizzazione di un mercato globale stagnante, sia per gli esiti della sua politica monetaria che per l’overcapacity che produce eccessive esportazioni di acciaio e metallo, cui sono legate le pratiche di dumping. Oggi il fuoco incrociato prodotto da questi fattori di instabilità, insieme alla forte fluttuazione delle materie prime e alla bassa inflazione di alcuni Paesi, sta permettendo a Pechino, già incamminata verso una politica monetaria e fiscale ricalibrata, di interfacciarsi come il più grande Paese in via di sviluppo, che si assume la responsabilità di mantenere e ampliare i diritti e gli interessi degli altri Paesi emergenti, e di presentarsi addirittura come ancora di stabilità per l’economia globale, come sostenuto ripetutamente dal Premier Li Keqiang. Svoltosi con grande pomposità, il G20 di Hangzhou, anche in seguito alla Brexit, si configura quindi come una dimostrazione della crescente influenza sulla scena internazionale di una Cina pronta a guidare il mondo verso una crescita forte, sostenibile, equilibrata e inclusiva, fondata sull’innovazione.

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