DEMOCRAZIA ATENIESE AD HONG KONG

 

Dal 10 Aprile scorso nel Porto Profumato si è diffusa una nuova fragranza, quella della democrazia ateniese. Joshua Wong ha fondato un nuovo partito politico, battezzato Demosisto, insieme al gruppo di giovanissimi che, nell’autunno 2014, aveva dato vita al movimento Occupy Central, animando le strade di Hong Kong con una protesta che, anche dopo lo sgombero dell’ultimo accampamento, avvenuto nel dicembre dello stesso anno, non si è mai spenta definitivamente.

Il nome del nuovo Partito vagheggia e profonde lo spirito che anima il comitato fondatore, un richiamo al demos, il popolo, come nucleo fondante della costituzione della polis greca, espressione concreta di una visione politica egualitaria, in cui tutti i cittadini sono posti sul medesimo piano, fusi nella totalità del corpo civico, nell’appartenenza che sostanzia la democrazia di Atene. Al demos si aggiunge il verbo latino sisto (sisto, is, stĭti, stătum, ĕre) che, in tutte le accezioni (innalzare, erigere, costruire, consolidare, rafforzare, stare, fermarsi, comparire, presentarsi, resistere, perseverare…) racconta i sogni del popolo di Hong Kong, che  vuole “resistere” ed “erigersi” a baluardo di democrazia e di libertà, fermarsi e stare, come “sentinelle in piedi” in terra d’oriente e, da ultimo, vuole “presentarsi”, in vista delle prossime elezioni.

I giovani che, guidando la rivoluzione degli ombrelli, hanno chiesto per due anni a gran voce una reale democrazia, hanno deciso di affrontare un nuovo agone, quello del Parlamento della Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong. Dopo l’“attivismo da strada” è giunta l’ora di un impegno meno improvvisato, strutturato politicamente e culturalmente, che affronterà il primo esame nel corso delle elezioni per il Consiglio Legislativo, per le quali il fondatore del Demosisto ed i suoi collaboratori non potranno candidarsi non avendo ancora compiuto i 21 anni richiesti per l’elettorato passivo.

STAND FOR DEMOCRACY

Il Programma della nuova formazione politica, richiama il coraggio e le aspirazioni che avevano permesso a pochi studenti di trainare un movimento sfuggito di mano ai borghesi moderati, sovente pedine di Pechino, nel distretto finanziario che rappresenta la forza motrice dell’incredibile sviluppo cinese. La volontà che emerge è quella di entrare nei gangli del sistema politico, creando un partito capace di influenzare concretamente l’agenda politica, tessendo un consenso che spinga all’autodeterminazione e strappi l’isola dalle soffocanti maglie della rete del governo della RPC  e del capitalismo più sfrenato.

Le dichiarazioni ufficiali sollecitano i sette milioni di abitanti di Hong Kong a non permettere al Partito Comunista di determinare il futuro dell’isola ma, insieme alle altre formazioni politiche, di lavorare per mantenere ed aumentare l’autonomia nel panorama cinese, che declina la democrazia limitatamente al rule by law, come rappresentato dai potenti movimenti filo-Pechino.

Il nuovo partito guarda al 2047, quando finirà lo spazio per  “un paese, due sistemi” e Hong Kong scivolerà completamente nel sistema politico costituzionale della RPC. L’unico argine che possa frenare questo precipizio, secondo i giovani dell’isola, è rappresentato dalla democrazia che, mai compiutamente realizzata sotto il dominio coloniale inglese, aveva però radicato il rispetto delle libertà fondamentali, almeno fino ai recenti casi degli editori scomparsi, della Fishball Revolution a Mong Kok durante il capodanno lunare, resi più inquietanti dal panorama distopico evocato dal film Ten Years, miglior film dell’Hong Kong Awards 2016 e dalla minacciata chiusura del Museo che ricorda i fatti di piazza Tiananmen del 1989, inaugurato nel 2014. Per impedire tutto ciò si chiede come prima azione politica un referendum, una sorta di HKexit,  per uscire dal tunnel evocato nel logo del partito.

 

DEMOCRAZIA E CINA

Ma questo vagheggiare il demos dell’antichità classica, se per l’occidente è foriero di un messaggio profondo, fatto di democrazia, di libertà e di uguaglianza, per un cinese è un vuoto risuonare. Innanzitutto il nome del partito risulta impronunciabile, tanto da richiede in rete un soccorso informatico completo di dizione. Inoltre il nome in cinese (cantonese)  香 港 眾 志 (众志) Xiānggǎng zhòng zhì si allontana dall’immaginario evocato per tornare ad un mixage tra aspirazione, ideale, volontà di un  popolo allora compattato contro i barbari (persiani), ma ora da compattare contro i nuovi barbari, che però barbari non sono, anzi, tacciano di barbarie i “non han”.

In effetti il concetto stesso di democrazia è stato, nel continente del Dragone, rielaborato e combinato prima con la tradizione classica, come fece Sun Yat-sen con i “tre principi del popolo” e poi con quella socialista, come fece Mao con i discorsi “sulla nuova democrazia”, focalizzando la  partecipazione del popolo e declinando diversamente pluralismo e libertà. Inoltre le categorie occidentali non sono applicabili al sistema politico cinese, frutto di cinquemila anni di storia, segnati dal modello confuciano ora come allora.

NUOVI ORIZZONTI

Ad oggi non sappiamo quanta presa una simile formazione politica possa avere ad Hong Kong e sarà la storia a raccontarlo. Certamente la specificità di Hong Kong, città globale, la cui gente si considera cittadina del mondo, “smart”, efficiente ed  imprenditoriale, libera dalle catene della corruzione, forte nelle libertà ed anche per la tela di interessi economici, potrebbe costituire un laboratorio, dove declinare i diritti e le libertà, la separazione dei poteri e l’equilibrio di checks and balances di matrice europea con il senso del dovere e dello stato e l’armonia ispirata dallo spirito confuciano.

Certo è che la partita che si gioca ad Hong Kong non riguarda solo sette milioni di cittadini ma il futuro dell’idea universale di democrazia.

Elisabetta Esposito Martino

 

Il titolo originale era: Hong Kong riscopre la democrazia ateniese…

ma dato che probabilmente Hong Kong non l’ha mai scoperta la democrazia ateniese, almeno fino ad oggi, o forse le è stata octroyée cioè solo concessa graziosamente per  volontà della Corona britannica, con una connotazione concessiva e limitata….nel  mio blog riassegno al pezzo il titolo che, proprio per questo, avevo diversamente pensato e che è stato pubblicato  il 29/4/2016 su Affari Internazionali da Elisabetta Esposito Martino

http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3432

 

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