La Cina guarda lontano dopo le due Sessioni – liǎnghuì 两会

Dal 3 al 15 marzo si sono tenute, in una Pechino coperta da una coltre di polvere plumbea, le two Sessions, (liǎnghuì 两会), le sessioni plenarie del Parlamento e della Conferenza Consultiva Politica del Popolo Cinese. Questo importante appuntamento rappresenta il volano che dovrà, stimolando la forza motrice e rilasciando energia (pulita!), assicurare la tenuta della potente macchina cinese, per compensarne le oscillazioni, rendere uniforme lo sviluppo e realizzare obiettivi sempre più ambiziosi, riflessi più che mai nella geopolitica di tutti i continenti
STRUTTURE PIRAMIDALI – L’apertura dei lavori del Comitato Nazionale della Conferenza Consultiva Politica del Popolo Cinese ha preceduto di un paio di giorni, come da prassi, l’avvio della quarta sessione plenaria della XXII Assemblea Nazionale del Popolo, vertice di una piramide di assemblee popolari articolate in più livelli, che ha deliberato i target del XIII Piano quinquennale per il 2016-2020, già discussi in seno al CC del PCC. Il Comitato Nazionale della Conferenza ha formulato molteplici proposte, sostanzialmente recepite dal Parlamento, in interazione dialettica con l’organo consultivo che, dal 1945 al 1949, svolse funzioni legislative e che, da allora, riunisce le diverse formazioni politiche della Repubblica Popolare, che non è mai stata formalmente a partito unico, ma lo è sostanzialmente per il ruolo di direzione che il PCC svolge. Si è confermata anche quest’anno l’estrema importanza, nella vita politica e sociale dello stato, delle Liǎnghuì per una costruzione socialista moderna, la tutela dell’unione e dell’unità dello Stato, come recita il preambolo della Costituzione cinese vigente e come i vertici governativi non cessano di ricordare.

 

QUESTIONI CHIAVE – Le questioni sul tappeto hanno toccato i gangli vitali dell’apparato sociale, economico e politico della RPC, con rilevanti ripercussioni per la politica estera. Il Governo, assecondando la globalizzazione e i processi di integrazione sovranazionale, aspira al cambio di governance dei mercati internazionali attraverso una stabilizzazione della crescita economica, che, per alcuni versi, riecheggia le teorie reaganiane in quanto rivolta all’offerta. Per la prima volta viene fissato un obiettivo flessibile del tasso di crescita, compreso in un range tra il 6,5% ed il 7%, che deve permettere alla Cina non solo di scongiurare il sempre paventato hard landing, ma soprattutto di puntare sul miglioramento qualitativo, sostanza della nuova normalità, di tagliare il debito, di riformare le imprese di Stato e di regolare i mercati finanziari.

 

LE VIE DELLA SETA – Lo sviluppo può consolidarsi solo in una prospettiva di lungo periodo e di massima apertura, mai concepita prima in maniera così forte, dando un ulteriore input all’OBOR (One Belt One Road), intreccio della storica Via della Seta con la Maritime Silk Road del nuovo millennio, per tessere un nuovo regionalismo multilaterale, che potenzialmente coinvolgerebbe un’area che rappresenta il 55 % del PIL del mondo, il 70 % della popolazione mondiale e il 75 % delle riserve energetiche conosciute, e che viene trasfuso in una vasta gamma di accordi per uno stanziamento di circa 40 miliardi di dollari. Ma la strategia va molto oltre, fino al cuore dell’Europa, attraverso la costruzione di stretti legami con i suoi Paesi orientali (come il Presidente cinese ha sostenuto nel viaggio di fine marzo nella Repubblica Ceca), in un network di cooperazione che si sta estendendo, attraverso ingenti investimenti su progetti a basso rendimento in Paesi ad alto rischio, a tutto il mondo post-occidentale, che la Cina aspira a guidare, distribuendo 50 miliardi di dollari per la nuova Banca Asiatica di investimento per le infrastrutture (AIIB) e 10 miliardi per Nuova Banca di Sviluppo, guidata dai BRICS.

 

UNA CINA GREEN – La normalizzazione dello sviluppo procede attraverso una riqualificazione in senso innovativo, fondata su una economia green ed ecosostenibile, implementando la lotta all’inquinamento, diminuendo i consumi di energia del 15% e le emissioni di CO2 del 18% rispetto al 2015. In quest’ottica sono previste politiche industriali nuove, soprattutto nei settori siderurgico e minerario, sferzati da importanti crisi di sovraccapacità ed oggetto di profonda riconversione (soprattutto per le aziende statali altamente improduttive, definite zombies companies). Nel corso del viaggio di Xi Jinping in Medio Oriente e Nord Africa molto spazio si è dato all’approvvigionamento di risorse energetiche (proprio per non attingere alle risorse inquinanti interne) e per l’uso dell’energia nucleare in una cornice protetta, come emerso anche al Summit sulla Nuclear Security.

 

PROBLEMI SOCIALI – Le nuove politiche economiche, che prevedono tagli per 1,8 milioni di posti di lavoro nei settori del carbone e dell’acciaio, dovranno però tener conto dei riflessi che impattano pesantemente sul tessuto sociale e richiedono il varo di solide politiche di welfare state per attenuare le troppo stridenti disuguaglianze, che conducono a proteste sempre più diffuse, sintomatiche di un disagio in espansione. È previsto lo stanziamento di massicci fondi (si parla di 100 miliardi di yuan) per il ricollocamento dei lavoratori in altri ambiti, soprattutto metropolitani, a seguito del sorpasso storico dei cinesi stanziati in città su quelli residenti in aree rurali, prevedendo però l’hukou urbano solo per il 45% della popolazione totale. Il XIII Piano quinquennale fonda la fattibilità su un postulato: la profonda riforma del sistema di registrazione, che consentirà anche alla popolazione proveniente dalle campagne di poter consumare senza preoccupazioni il proprio reddito in quanto, potendo fruire pienamente dei servizi pubblici, sarà possibile un’inversione di tendenza della tradizionale propensione al risparmio delle famiglie cinesi.

“ASSALTARE” LA POVERTÀ – Le riforme sono quindi avviate, tra molte contraddizioni, in un Paese flagellato ancora dalla povertà, che avviluppa più di 70 milioni di cinesi nonostante la forte crescita dei salari e del reddito delle famiglie. Il Piano appena approvato si focalizza pertanto non tanto sugli investimenti e l’export (che comunque supereranno i 600 miliardi di dollari), quanto sui servizi e sui consumi interni, prevedendo un aumento notevole dei fondi destinati alle politiche educative e alla sanità, fissando un obiettivo ambizioso: il raddoppio entro il 2020 del PIL pro capite e un aumento di 6 punti percentuale del settore servizi, che pare da una parte in continua ascesa. Si tenterà anche di abbassare il tasso di disoccupazione, ora intorno al 5,1%, ma probabilmente calcolato per difetto, creando posti di lavoro per un futuro dinamico, di benessere condiviso tra i nuovi attori della globalizzazione, afflitti da enormi disparità interne.

 

CHIUSURA DELLE SESSIONI – Li Keqiang, nella conferenza di chiusura delle due Sessioni, ha sostenuto che il malfunzionamento dell’economia reale rappresenta il maggiore rischio per una reale stabilizzazione della Cina, inserita in un contesto di crescita globale ancora fiacca e di una inquietante mutevolezza del quadro geopolitico. Inoltre, il Governo deve procedere con il riaggiustamento strutturale attraverso radicali riforme, che passano anche per i mercati finanziari, soprattutto dopo i recenti crolli di borsa, che hanno diffuso il timore di una svalutazione dello yuan da cui deriverebbe una ancor maggiore volatilità dei mercati globali. In questa ottica si collocano sia il taglio dei tassi di interesse che le riduzioni mirate alle aliquote di riserva imposte alle banche, al fine di creare un legame proficuo tra l’economia reale e le istituzioni finanziare, sfidando la supremazia del dollaro da una piattaforma più solida, ancorata all’information technology, che sta dando amplio contributo all’informazione e alla crescita, oltre che alla lotta contro il terrorismo internazionale, arrivato alle frontiere cinesi.

LE PROSPETTIVE FUTURE – Emerge così una progettualità nuova, da grande potenza né aggressiva né egemonica, che sta cercando di inserirsi nell’attuale ordine internazionale, dirigendolo verso nuovi confini, come appena delineato nel corso del China Development Forum 2015 (CDF2015) che, dal 2000, si tiene nella capitale cinese, e riunisce un numero sempre più consistente di delegati di Governi ed organizzazioni internazionali, studiosi di fama mondiale e rappresentanti delle imprese più competitive. L’impegno che il Governo cinese si prefigge, corollario di quanto emerso nel corso delle lianghui, è quello di lavorare per raggiungere non solo una società moderatamente prospera in Cina, ma di esportare un po’ di benessere sulle strade tracciate dalla Via della Seta fino ai confini del mondo, seppur tra mille dubbi e incertezze.

 

 

Un chicco in più
Per comprendere a fondo l’entità della trasformazione economica cinese, basti pensare che nei Paesi europei il passaggio da “economia essenzialmente agricola” ad “economia industriale avanzata” si è realizzato in circa quattrocento anni, mentre in Cina lo stesso sviluppo ha richiesto solo quarant’anni, e oggi nel Paese di Mezzo le diverse coordinate geografiche fanno scorrere il tempo avanti o indietro di anni, palesando contraddizioni e contrasti a volte drammatici, a volte inquietanti, a volte stupefacenti. Per una breve ma interessante analisi dell’argomento, si consiglia Yu Hua, La Cina in dieci parole, Feltrinelli, Milano, 2012.

 

Scritto da

Elisabetta Esposito Martino

Articolo  pubblicato il 22/4/2016 sul Caffè Geopolitico

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