BRIGANTAGGIO/Nacquero contadini, vissero da briganti ma morirono imperatori

TERRE DI BRIGANTI IN ITALIA E IN CINA.

  1. Il mandato celeste

La Repubblica Popolare Cinese è oggi uno dei più ricchi e potenti stati del mondo ed è l’unico ad essere governato da una élite, che si identifica ancora col partito comunista, frutto della più grande rivoluzione contadina che la storia ricordi, quella guidata da Mao, che trionfò nel 1949, riuscendo ad elaborare un sistema politico e istituzionale assolutamente originale, ma sul solco di una tradizione plurimillenaria, che gli permise di raggiungere, tra alterne vicende, purtroppo anche drammatiche, livelli di sviluppo incredibili che hanno cambiato il volto del mondo fino alla realtà che oggi conosciamo. Noi occidentali facciamo fatica ad interpretare quegli eventi la cui fattibilità è stata in fondo misteriosa, come è velata di arcano, per molti versi, l’antichissima civiltà cinese, da sempre molto diversa e molto lontana, ma che nel nuovo millennio, cui appartiene il nostro secolo, appare molto meno lontana, ma non sappiamo se meno diversa.

Nella Cina imperiale le rivolte contadine hanno ritmato le successioni dinastiche e sono riuscite a capovolgere anche i regni più potenti, tanto da richiedere  una chiave di lettura capace di interpretare i fatti non solo da un punto di vista storico, ma anche filosofico, ideologico e persino religioso che ci permetta di capire come mai in occidente, in generale, ed in Italia, in particolare, le cose non siano andate esattamente così.

Questa ricerca mira ad una comparazione, nelle cui pieghe tentare di collocare il brigantaggio, che esiti così diversi ha determinato, sia da una prospettiva storica che da quella geopolitica, in Cina ed in Italia.

“Briganti” sono definiti coloro che si ribellano al potere costituito, di cui non riconoscono la legittimità, aggregando frange di scontenti, poveri, analfabeti e diseredati, in genere appartenenti alla classe contadina, al fine di ottenere, attraverso le rivolte contadine, una modificazione delle scelte politiche spesso sciagurate. L’epilogo di tali rivolte, intessute di speranze disattese, di alternative impossibili, di politiche immutate o demagogicamente manipolate, è stato sempre tragico.

In Italia il brigantaggio fu un fenomeno correlato all’unità di Italia i cui fautori, dimenticando le molteplici promesse, non seppero prospettare alcuna risoluzione ai variegati e  gravi problemi sociali e politici che l’unificazione aveva acutizzato, ricorrendo ad una feroce repressione militare, nonostante l’appello, spesso inascoltato, dei giuristi per la salvaguardia della legge. L’élite al governo, tra silenzi e mistificazioni, abbandonò il popolo meridionale che, senza riforma agraria, senza spazi sociali, senza aneliti culturali, impantanato nelle sabbie mobili dell’ignoranza e della miseria, scelse l’emigrazione per veleggiare verso nuovi lidi e nuove speranze.

Le storie di questi briganti costituiscono la storia, fatta di tasselli e tessere messe insieme per conoscere, capire e interpretare i tanti problemi che ci affliggono ancora oggi, dalle tensioni sociali ai dissidi politici, dai movimenti sussultori tra decentramento e autonomia per il riparto delle competenze tra collettività territoriali  in conflitto perenne, passando per le mafie i cui tentacoli raggiungono i gangli del potere fino a far scorgere nelle modalità adottate nel processo unitario l’origine di tante difficoltà alle quali, a distanza di più di 150 anni, si cerca ancora una soluzione.

Ma in questo nostro mondo interconnesso, globalizzato, aperto e fluido, possiamo e dobbiamo guardare più in là, dove i fatti hanno preso risvolti diversi, nell’oriente del Mondo per millenni lontano ed ora molto vicino.

Tra la fine del III e gli inizi del II millennio a.C.[1], regnarono in Cina prima la dinastia Xia[2] e  poi la dinastia Shang[3],  durante la quale iniziò a forgiarsi  l’idea di Stato e di proprietà privata della terra, il mezzo di sostentamento per eccellenza, su cui si costruisce il pensiero sociale ed economico della stragrande maggioranza dei cinesi. Un mondo agreste nel quale si rendeva culto alle potenze della natura e agli antenati che fungevano da mediatori con il soprannaturale, attraverso i sovrani preposti ai sacrifici, tramite i riti.

Intorno al Mille a. C. venne fondata la dinastia Zhou[4], durante la quale  nacque Confucio[5] (551-479 a.C), che elaborò quel complesso di dottrine filosofiche, a carattere prevalentemente etico-morale, chiamato in occidente, appunto, confucianesimo[6].

Dopo un lungo periodo caratterizzato dalle lotte tra numerosi piccoli stati in un contesto feudale, lo stato di Qin, dal quale deriva il nome Cina[7], prevalse su tutti nel 221 a. C.

Il primo imperatore che la storia cinese conosca, Qin Shi Huang Di[8], unificò il Paese dando la scossa finale al sistema feudale attraverso un sistema fortemente centralizzato e ramificato; istituì 36 divisioni amministrative a livello distrettuale, chiamate prefetture[9], gestite da un governatore civile, da un governatore militare e da un terzo funzionario con l’incarico di riferire all’imperatore sull’operato dei primi due. Si realizzava così un modello di controllo che era destinato a perdurare fino alla caduta dell’Impero, in cui è possibile ravvisare in nuce una forma di divisione dei poteri, garantita anche dai frequenti trasferimenti dei funzionari, che spiegano, in parte, il perdurare per millenni del sistema stesso.

L’Imperatore avviò poi grandiose opere pubbliche[10], soprattutto di carattere idraulico[11] (parliamo di migliaia di chilometri di canali), per evitare le disastrose piene del Fiume Giallo e dei suoi affluenti e per irrigare i campi,  adottò un unico sistema di pesi e misure, la scrittura del piccolo sigillo, unificò la moneta coniata in rame, e persino lo scartamento assiale dei carri che permetteva la formazione di strade percorribili per i cinesi.

Ideò anche il primo nucleo di quel muro di difesa che, durante la dinastia Ming, diventerà la Grande Muraglia[12], abbattendo le muraglie interne e collegando le costruzioni esterne preesistenti, torri di vedetta e muraglioni, pensati per impedire alle tribù nomadi di tracimare nel territorio dell’Impero: la muraglia non è alta[13] perché non risponde al fine di fortificazione in senso medievale ma determina l’impossibilità per le orde barbariche di riversarsi sui territori antistanti con i propri cavalli, effettuare razzie e scorrerie, per poi ritirarsi nei propri confini; permette inoltre, per la sua larghezza, il trasporto di truppe, cavalli (anche 4 affiancati) cibo e armi.

Sotto quella dinastia fu ordinato[14], nel 213 a.C, il rogo di tutte le opere storiche, letterarie e filosofiche appartenenti a scuole diverse da quelle dei Legisti[15], alle cui teorie[16], molto distanti dal confucianesimo, si ispirava l’Impero, che negava ogni dimensione etica, consentendo anche ai mediocri di governare attraverso la mera applicazione di leggi penali.

La forza coercitiva risiedeva in norme estremamente dure che si coniugavano col terrore con cui il regime esercitava il potere. Da queste vicende e dalla loro successiva evoluzione deriva il sostanziale disprezzo cinese per la legge la cui vigenza è correlata alla delinquenza, mentre per il gentiluomo 君子 jūnzǐ, secondo quanto elaborato dalla filosofia confuciana, è sufficiente la persuasione e l’applicazione delle virtù declinate attraverso i riti. Negli ordinamenti occidentali i rapporti sociali sono sempre stati regolati e disciplinati dal diritto, lasciando le regole morali in una dimensione meta-giuridica. In Cina, esclusa la breve parentesi costituita dallo stato di Qin fondato sulle teorie legiste, il confucianesimo, adottato come dottrina dello stato, determinò una netta prevalenza della morale, che guidava il comportamento umano, attraverso l’educazione, finalizzato a realizzare l’armonia con l’ordine naturale universale. Il diritto diveniva così una modalità estrema di soluzione dei conflitti quando gli equilibri dei rapporti sociali risultavano definitivamente incrinati.

In questa ottica si può comprendere quanto scritto dal più grande storico cinese, paragonabile ad Erodoto per l’influenza esercitata sui posteri, Sima Qian[17] nelle sue Memorie di uno storico[18], in cui riporta i più importanti eventi storici, dalle origini fino alla dinastia Han, con estrema precisione ed accuratezza, sostanzialmente confermata dalla ricerca archeologica e filologica. Sulla scia di Sima Qian, tutta la storia della Cina appare caratterizzata da una continuità unica, perché la storia la scrivono i vincitori che, in base ai principi del confucianesimo, usavano il passato per giustificare il presente, modellandolo in funzione del potere attraverso un’interpretazione “politically correct”, che rispettasse le idee e fosse in linea con la filosofia dominante e con i vincoli sociali che essa imponeva. Attraverso queste manipolazioni la Cina appariva sempre uguale a se stessa, sul modello posto da un ideale passato che tanto affascinò l’illuminismo francese. Dalla commistione di queste speculazioni derivava la teoria del mandato celeste[19],  天命 tiān mìng, in base alla quale il Cielo affida la potestà d’Imperio alla dinastia che è in grado di esercitare il potere. Tale potere è legittimo se esercitato nell’interesse del popolo. La prova del possesso di questo mandato è la presenza di un ordine civile che rifletta l’armonia cosmica, sul modello del passato.

In Occidente prima gli imperatori e poi i re avevano ricevuto la corona dalla volontà di Dio in modo irrevocabile; in Cina, invece, il concetto di rivoluzione è in fondo connaturato alla teoria del mandato celeste per la possibilità di revoca: il Cielo poteva, attraverso alcuni “segni” (le carestie, le inondazioni, le calamità naturali, lo scontento sociale, le ribellioni popolari..),  rivelare che la dinastia non era più legittimata ad esercitare il potere ed il «Mandato del Cielo» poteva passare in altre mani. Quando i cinesi si trovarono di fronte alle teorie marxiste-leniniste occidentali non fecero che adottare il termine classico e quindi tradussero “rivoluzione” con  Gémìng 革命, che letteralmente significa appunto cambiare il mandato.

Da questa teoria derivano due fondamentali conseguenze, forse la chiave di volta di tanta diversità.

In primo luogo la manipolazione del presente in chiave giustificativa, attingendo all’archetipo dell’età dell’oro, che fa apparire anche gli eventi più dirompenti in continuità con il passato e la convinzione che le rivoluzioni siano il risultato non di un tradimento dei rivoltosi ma di un tradimento a monte, della dinastia precedentemente al potere, che ha adottato una politica inutile e dannosa, tale da perdere il mandato celeste.

Se operassimo una comparazione col brigantaggio dell’Italia Meridionale ci renderemmo conto di come diversamente sarebbero state interpretate, nel contesto successivo all’unificazione italiana, sia la posizione dei legittimisti borbonici, sia la serpeggiante ribellione al potere costituito che forse, non supportato da un’anàtema socio-culturale, avrebbe potuto ispirare nella dinastia Savoia il desiderio di provvedere a quelle riforme sociali ed economiche che le promesse del Risorgimento Italiano avevano vagheggiato, per ammortizzare tanti squilibri e tante disarmonie che ancora oggi pesano sullo stivale.

In secondo luogo bisogna tener presente una fondamentale diversità filosofica: mentre negli ordinamenti occidentali i rapporti sociali sono sempre stati regolati e disciplinati dal diritto, lasciando le regole morali ad una dimensione meta-giuridica, in Cina, sconfitto lo stato di Qin e abbandonate le teorie legiste, il confucianesimo, divenuto dottrina dello stato, determinò una netta prevalenza della morale che guidava il comportamento umano attraverso l’educazione affinché si ponesse in armonia  con l’ordine naturale universale. Il diritto diveniva così una modalità estrema di soluzione dei conflitti quando la stabilità dei rapporti sociali risultava già definitivamente incrinati, col fine ultimo, comunque, di ricreare la pacificazione sociale, l’equilibrio e l’armonia, garanzie della legittimità del potere in quanto necessari per il mantenimento della civiltà stessa.

Questo rapporto di continuità e sussidiarietà, tra equilibrio ed armonia correlata alla permanenza della stessa civiltà cinese, ha costituito il fondamento del Celeste Impero, da cui  Mao ha attinto a piene mani e da cui sta attingendo l’attuale governo cinese. Il Presidente Xi Jinping non perde occasione per sottolineare il legame tra gli scambi ed il substrato culturale, essenziale testa di ponte tra occidente ed oriente, per implementare il dialogo, allontanare lo scontro di civiltà e realizzare l’armonia delle civilizzazioni. In un mondo in cui le culture e le identità interagiscono e si intersecano, la pace non può essere basata esclusivamente sul mero scambio commerciale, ma implica il rispetto, la condivisione della conoscenza, la comprensione reciproca e la solidarietà[20]. Il governo cinese, oggi come allora, allude alle virtù confuciane di rettitudine e umanità, che non mettono al primo posto il profitto, ma il benessere e l’educazione del popolo che non può comportarsi correttamente se affamato.

In questa luce la storiografia ha riportato gli accadimenti successivi al 210 a. C., quando, dopo la morte improvvisa del sovrano, un gran numero di rivolte scoppiarono in ogni angolo del Paese, che presto divenne preda di briganti, affamati dal regime duro e dispotico dei Qin, del quale rimane a noi oggi il magnifico sito in cui un intero esercito di guerrieri di terracotta ancora vigila con i suoi carri ed i suoi cavalli sulla tomba del primo imperatore…ma questo luogo, scoperto casualmente nel 1974, nei pressi dell’attuale città di Xian, merita un post a parte…

Ed ecco comparire all’orizzonte il primo brigante della storia cinese Liú Bāng 刘邦, nato da una famiglia di contadini e arruolato nell’esercito, che si  unì ad un gruppo di prigionieri, sotto la sua custodia ma sfuggiti dai lavori forzati cui erano destinati presso il futuro Mausoleo dell’imperatore. Divenuto capo di questa banda di briganti, riuscì ad aggregare intorno a sé un vero e proprio esercito, in cui  fece confluire le molteplici ribellioni che stavano infiammando il Paese di Mezzo, segno che la dinastia stava perdendo il mandato celeste … Ma di questi briganti e di come uno di loro divenne imperatore, parleremo nel prossimo post.

[1] Per la datazione adotto quella utilizzata da L. Petech, Profilo storico della civiltà cinese, Torino, 1971, pag. 18 e ss.

[2]  Xià Cháo, 夏朝, dinastia a cavallo tra la storia e la leggenda, collocata dal  XXIII  al XVIII secolo a.C., viene individuata da alcuni studiosi con  la “Cultura di Erlitou”, dal sito di Erlitou di Yanshi nello Henan, che risalirebbe al 1900 a.C. Cfr: http://italian.cri.cn/chinaabc

[3]    Shāng cháo, 商朝, dinastia al potere  tra il XVI e l’XI secolo, di cui si hanno reperti archeologici  presso  Xiaotun, a nord-ovest di Anyang, nello Henan, essenzialmente ossa e gusci di tartarughe con iscrizioni oracolari, circa 160.000 frammenti chiamati “ossa di drago”, su cui sono incisi  oltre 4.000 caratteri, dopo cui si esce dalla penombra della preistoria e si entra nella storia. Cfr: P. Corradini, Cina. Popoli e società in cinque millenni di storia, Giunti, 2005, pag. 45 e ss.

[4] La dinastia Zhou 周朝 Zhōu cháo domina la Cina dal mille a. C. al 771 a.C. (Zhou occidentali; il periodo successivo si definisce degli Zhou Orientali per lo spostamento della capitale ad est.)

[5] Confucio nacque più esattamente nel periodo delle primavere e degli autunni (551-479 a.C), che precedette quello degli Stati  combattenti (481-221 a. C.), durante il quale i vari regni emergenti lottarono tra loro finché prevalse il Regno dei Qin.

[6] Il termine confucianesimo è una romanizzazione del nome di Confucio. In Cina i caratteri  Rùjiā  si riferiscono alla scuola di pensiero di Confucio, chiamata “scuola dei letterati”.

[7] Il termine Cina (mal) traduce Zhōngguó 中国 che significa Stato di Mezzo.

[8] L’imperatore   Qín Shǐ Huáng dì 秦始皇帝 è sepolto  nel mausoleo di Xian, difeso da un esercito di soldati e cavalli di terracotta, rimasto nascosto per due millenni, fino alla  casuale scoperta del 1974.

[9] Il sistema delle prefetture jùn xiàn 郡 县 doveva portare sotto il diretto controllo del governo centrale tutti i territori dell’impero, esautorando l’aristocrazia e costringendola a trasferirsi nella capitale abbandonando il controllo del territorio.

[10] La coscrizione obbligatoria imponeva alle famiglie di fornire un certo numero di maschi adulti che venivano utilizzati per la costruzione delle opere pubbliche.

[11] Karl August Wittfogel in Oriental Despotism conia la definizione di  «società idrauliche».

[12] La grande muraglia,   Chángchéng 长 城  è lunga quasi 7.000  km.

[13] L’altezza media è 10 metri.

[14] L’ordine pervenne dal primo ministro Lǐ Sī 李斯 che fece però conservare una copia di ogni testo nella biblioteca Imperiale.

[15] Il legismo o legalismo considera punto di riferimento fondamentale dello Stato la legge, intesa come norma stabilita dall’imperatore, cui i sudditi devono adeguarsi. Ciò postula una forma di stato assimilabile allo stato assoluto  fondata sulla pienezza e unicità del potere statuale, il cui esercizio è riservato al solo sovrano.

[16] Han Fei fu il filosofo che sviluppò questa teoria politica totalitaria.

[17]  Sīmǎqiān 司马迁 (c.a. 145-90 d.C.).

[18] Un  monumentale  testo di storia  lo  Shǐjì  史记.

[19] La concezione del mandato celeste, come riportato nel Classico dei documenti Shūjīng (书经), viene proclamata per la prima volta nel discorso rivolto alle truppe prima della vittoria contro gli Shang, dal figlio del famoso Re letterato degli Zhou, Wen Wang cfr: P. Corradini, cit., pag. 55.

[20] Sul sito dell’Unesco viene riportato il resoconto della prima visita di un leader cinese: http://www.unesco.org/new/en/media-services/single-view/news/president_of_china_xi_jinping_pays_historic_visit_to_unesco#.VTi8_dKqpHw

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