Aquino, 14 marzo 2015 TERRA DI LAVORO: DAL CONFINE DIFESO DAI BRIGANTI, AL CONFINE AGGREDITO DALLE MAFIE

Una mite giornata di inverno avvolge, con i suoi primi tepori, i sentieri che si snodano accanto all’antica via Latina, fino ad Aquinum, adagiata sulla piattaforma rocciosa attraversata dalle acque che alla città danno il nome. I primi caldi raggi del sole filtrano tra gli alberi, disegnando strane fogge sul terreno, mentre rimbomba ancora il rumore degli spari, confusi tra i mille suoni del bosco, che coprono fughe infinite ed avventure strabilianti di popolani onesti, grandi lavoratori, che nacquero contadini ma finirono i loro giorni da briganti.

Questa è stata la terra di lavoro e di confine, di un confine che non può essere un segno geografico cui segue una realtà sociologica, ma che appare la traccia, leggibile sul territorio, disegnata da un popolo che questo limes lo vive e pertanto lo rende reale, ne definisce l’esistenza e i contorni. E su queste linee di demarcazione troviamo le tracce lasciate dalla storia, per comprendere o almeno cercare di capire, come ha fatto, dai declivi di Aquino, un gruppo di studiosi coraggiosi, alla ricerca delle motivazioni di un evento storico che ha segnato per sempre l’ombra dello stivale: il brigantaggio meridionale.

Nei solchi del tempo che scorre veloce come il torrente che si infrange sull’arco onorario di Marcantonio, ma non ne sommerge i blocchi di travertino  posati senza calce, dopo aver fiancheggiato la chiesa romanica della Madonna della Libera, che si staglia tra il  verde che colora una morbida altura, cerchiamo le tracce del brigantaggio legittimista, che difendeva il proprio re e le sue istituzioni, che trovavano nel confine con lo Stato Pontificio non una barriera o una divisione ma la porta verso la salvezza, un rifugio e un riparo.. la sopravvivenza.

A cavallo di questo confine, zona di transumanza, si svolgeva la vita di una popolazione abituata ad emigrare giornalmente per i lavori agricoli o per la raccolta delle castagne, possibile dopo il pagamento del dazio, per passare un confine che costituiva, anche se ancora per poco, una  barriera doganale.

In queste zone impervie, da sempre facile nascondiglio, soprattutto al limitare dei boschi, l’agricoltura era spesso estranea alle tecniche di una conduzione moderna, ancorata come era ad usi medievali, in contesti  angusti e difficili che univano uomini e bestie in tuguri, umidi e insalubri. E se accadeva che venisse uccisa da una pattuglia di soldati piemontesi una bimba di 12 anni, M. Grazia Lisi, nella zona controllata dai francesi…questa barbarie, come molte altre, veniva veicolata dagli italiani come un deprecabile incidente…fenomeno di emigrazione…di cui oggi conosciamo ancora altri tragici epigoni.

La contiguità tra i due popoli, che vivevano uno nello stato pontificio e l’altro in quello borbonico appena diventato italiano, divisi giuridicamente ma non dalla lingua né dagli usi e i costumi, ci permette di passare questi confini, ponendoci tanti interrogativi, quelli di Valentino Romano, uno dei più eminenti studiosi del brigantaggio, quelli della  storia, in un ambiente aspro e difficile, dove si fronteggiarono, contro i Savoia nelle vesti di novelli italiani, prima i legittimisti e poi anche tutti i delusi, mentre la lotta esplodeva prima nel cuore e poi nelle mani armate di tanti contadini, braccianti agricoli, sellai, pastori, lavoratori a giornata, seri, onesti, che scelsero la macchia.

Ritroviamo nelle terre di lavoro un’umanità perduta tra stenti e dolori, insieme a tanti altri che credettero prima in un liberatore, il Regno di Sardegna e poi, amaramente, se ne distaccarono, fino a combatterlo, epigono di una lotta sociale contro i vecchi padroni camuffati da nuovi.

Tutti noi siamo stati abbeverati ad una fonte traboccante di ideali, quelli del risorgimento, che i Savoia ed i loro sostenitori hanno tradito, realizzando un’operazione di stampo imperialistico e colonialistico. L’agognata rivoluzione sociale veniva frantumata e con il fascismo rinchiusa nell’ambito criminale. Coloro che tentarono invano di opporsi all’invasione piemontese furono etichettati come pericolosi malfattori. Parenti più o meno prossimi della mafia?

Questo è un accostamento da sfatare, anzi da rigettare, decisamente, come spiega Enzo Ciconte, tra i massimi esperti di criminalità organizzata,  mafia, ‘ndrangheta e camorra. Il brigantaggio non costituisce il prodromo della mafia, il collegamento non ha alcuna argomentazione storica, né alcun nesso geografico. Non esistono briganti della costa, perché il brigantaggio appartiene all’entroterra mentre le mafie si localizzano vicino al mare: la piana di Gioia Tauro, il porto di Napoli o di Palermo… perchè il waterfront è luogo di transito delle merci e spazio strategico di gestione del potere. I mafiosi non hanno un albero genealogico, hanno dovuto costruirsi con varie finzioni i propri antenati, inventando leggende metropolitane come la discendenza spagnola della ‘ndrangheta, i beati paoli della mafia siciliana o l’epopea spagnola per la fondazione della camorra… Sta di fatto che il brigantaggio meridionale come fenomeno di rivolta politica non aveva nulla a che fare con la criminalità organizzata, ma rappresentava un fatto endemico, pronto a riesplodere in tutti quei periodi e in tutte quelle zone dove più stridenti erano i conflitti sociali e peggiori le condizioni di vita che esasperavano i lavoratori ai quali era negato il possesso ed a volte anche l’uso della terra. Il brigantaggio si configurava quindi come un fenomeno non ideologico, ma squisitamente sociale, declinandosi come azione a breve termine, carente di prospettive, in cui era assente ogni progettualità culturale.

Il brigantaggio è percezione, esperienza, che si coniuga con la violenza determinata troppo spesso dalle scellerate modalità con cui si è proceduto all’unificazione dell’Italia, realizzata da una classe dominante che rimaneva inalterata o addirittura degenerava, nulla concedendo al disagio sociale che diventava lotta contadina e poi, privata di sbocco politico, tracimava nel brigantaggio.

Il brigantaggio appare così come un prisma dalle diverse sfaccettature, che riflettono gli innumerevoli malesseri che in fondo appartengono ad ogni sud come meridione del mondo.

Dopo che il brigantaggio venne represso nel sangue, la paura, intrisa di rassegnazione, costrinse la classe contadina a riempire i bastimenti transoceanici per emigrare e  solo più tardi produsse una rielaborazione sindacale e politica, quando si prese coscienza della necessità di cambiare la logica del latifondo, longa manus del potere politico dominante. L’instabilità sociale piano piano diminuì anche grazie alle ingenti rimesse provenienti da oltre oceano che assicurarono al popolo di sopravvivere e alle banche la liquidità necessaria per perseguire la scellerata politica del pareggio di bilancio che ancora ci perseguita.

Ma se il brigantaggio alla fine venne sconfitto e pure la deriva terroristica italiana degli anni settanta e ottanta, ci si chiede perché la mafia non sia stata vinta, ma anzi si sia ramificata e rafforzata, cessando, dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, la conflittualità aperta per adottare un sistema avulso dal sangue, dalle morti e dalle stragi e incentrato sugli interventi, alimentando la corruzione, come accaduto per “mafia capitale”.

I briganti non avevano pensiero politico, non combattevano adeguando la tattica ad alcuna strategia mentre i mafiosi si pongono il problema di durare e stabiliscono delle regole, e cambiando rotta come tutta la criminalità europea, costituiscono un’organizzazione associata e ben programmata che cerca sistematicamente di agganciare i gangli del potere.

Sicuramente tante battaglie culturali sono state combattute sul campo dell’informazione, dell’educazione e del lavoro, ma la guerra non si riesce a vincere perché il bacino di utenza della criminalità è sempre più costituito da una gioventù poco istruita, senza occupazione, senza valori, spesso senza speranze……e ci chiediamo perché nel sud non vi sia una rivolta popolare, perché i giovani scendano in piazza per le partite di calcio e non per rivendicare i propri diritti… Forse la risposta  è nel funzionale ed efficiente…. welfare mafioso che distribuisce solo le briciole, sufficienti però a sfamare chi ha la pancia vuota, a rassicurare in un certo qual modo generazioni spaesate, come fanno le organizzazioni terroristiche, e persino lo stato islamico, prefigurando nelle menti di giovani, timorosi per il futuro, un destino pieno di senso e di gloria.

Bisogna porre un ulteriore confine, continuando l’acuta riflessione sul limes  proposta da un altro brillante storico del brigantaggio, Enzo Di Brango, portando avanti una battaglia politica e culturale, veicolando idee diverse, non permettendo alle ombre, anche se tante, di oscurare i nostri valori e di farci dimenticare la strada che porta alla cabina elettorale. Se non si va a votare la democrazia diventa debole e debole lo è in tutto il mondo occidentale, dove i confini si stanno offuscando… dove la differenza tra destra e sinistra diventa sempre più labile…  ma esistono più la destra e la sinistra?

Una grossa corrente geopolitica si impose negli anni della seconda modernità, che seguirono alla caduta del Muro di Berlino ed al disgregarsi dell’ostblock, veicolando l’idea del superamento di massa dei confini, che internet virtualmente cancellò in pochi anni. Rimangono così solo i limiti che circoscrivono le relazioni ed gli interessi, mentre si stanno svendendo le conquiste dei padri, e appare smarrito il gusto della discussione, dei ragionamenti pacati davanti a zuffe e invettive, governate da un pensiero unico, da una perenne emergenza politica, all’interno di una sorta di cordone sanitario, nel quale la libera circolazione è prevista solo per i capitali.

Il brigantaggio in fondo non si rivela come fenomeno solo italiano ma anche europeo, in quanto prodotto di ogni svolta politica che non si accompagni con il correlato cambiamento socio-economico, quando tutto cambia perché non cambi nulla…ed allora ci chiediamo perché quasi negli stessi anni[1] altre forme di brigantaggio abbiano dilagato dall’altra parte del mondo, nella Cina governata dalla morente dinastia Qing, una dinastia straniera che aveva portato al governo i mancesi, contro i quali un gruppo di rivoltosi, chiamati Taiping, si opposero molto efficacemente, creando uno stato indipendente[2],che governò su una vasta zona della Cina e che non sarebbe mai stato sconfitto senza l’ausilio delle potenze occidentali al termine della seconda guerra dell’oppio[3]. E ci chiediamo perché nel lontano Impero Celeste alcuni contadini che vissero da briganti …morirono Imperatori…il fondatore della dinastia Han, quello della dinastia Ming, fino all’ultimo contadino, un tale Mao Zedong che prese masse di poveri ignoranti e dopo una lunga marcia, durante la quale insegnò loro a leggere ed a pensare, li condusse alla vittoria fondando la Repubblica Popolare Cinese…

Ma di questo parleremo nel prossimo post.

 

[1] Parliamo del periodo che va dal 1850 al 1864 durante il quale nei confini di un Impero disgregato e sconfitto la rivolta dei Taping incendiò gran parte della Cina per essere, nel 1864 soffocata nel sangue di decine di milioni di morti.

[2]tài píng      tiān guó 太 平 天 国Il regno celeste della grande pace

[3] P. Corradini, Cina. Popoli e società in cinque millenni di storia, Giunti, Firenze-Milano, 2005, pag.365

 

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