Frammenti di viaggi/ Un volo d’autunno verso il Marocco. 1′ parte

L’aereo rulla, decolla e sorvola la città eterna. Un volo Ryanair stranamente tranquillo: nel malefico box non hanno infilato nessun bagaglio a mano (nessuno!), anzi hanno concesso anche una piccola borsetta che in realtà, come ogni concessione che si rispetti, è già diventata una grossa shopping bag o addirittura uno zainetto. Anche la valigia, che pesava quasi un chilo di più (proprio non sono riuscita a farla più leggera, tra kit di medicinali, fazzoletti disinfettanti, amuchina e pasticche per la dissenteria, senza trascurare i foulard di varie dimensioni …), è passata tranquillamente. Forse anche i dirigenti della compagnia aerea hanno avuto modo di rimanere interdetti di fronte all’ultima creazione dell’ingegno italiano: il gilet anti ryan air! Sì, proprio così: un gilet dalle capientissime tasche in cui infilare di tutto e di più per circa 10 kg e che poi si trasforma in borsone! Il gilet è stato brevettato e può essere acquistato in rete ma in realtà, se avete qualche vecchio gilet da pescatore o sapete cucire, non è difficile da fare…magari non si trasforma in borsone, ma ve lo tenete addosso! Inoltre quando si viaggia per altri continenti i trip advisors raccomandano il rispetto per gli usi ed i costumi dei paesi ospitanti, ed anche per il Marocco abbiamo trovato questo invito in quanto, pur essendo uno Stato democratico e costituzionale, forse come nessuno in Africa, è pur sempre arabo e musulmano. E penso che il rispetto sia foriero di proficue condivisioni quando sia coniugato con la difesa, anche strenua, delle conquiste civili della nostra Europa, che non vogliamo far diventare “Eurabia”, come scriveva Oriana Fallaci, ma che troppo stiamo svendendo al più ricco offerente, in cambio di investimenti che servono solo ad un mercato scellerato. E penso anche alle pagine un po’ visionarie di Tiziano Terzani, alle sue lettere contro la guerra, che ora sono quelle di papa Francesco, che non teme di scoperchiare gli interessi dei trafficanti di armi, di uomini e di odio, che sottendono a queste guerre giuste solo di nome…e mentre ci interroghiamo e riflettiamo su questa dicotomia, per certi versi straziante, il nostro aereo continua il suo percorso, superando i nostri stessi pensieri.
Dopo aver attraversato il mar Tirreno, copre con la sua ombra snella le aspre montagne della Sardegna, che viene sorvolata da Olbia ad Alghero, lasciandoci ammirare dall’alto un mare verde come uno smeraldo, abbracciato da frastagliate rocce a scoscesa, brullo paesaggio intervallato da ampie conche di acqua, laghi verdeggianti tra gli alti fusti, pale eoliche disseminate tra aride superfici e di nuovo il mare, tra ampie insenature che accolgono l’acqua che si insinua tra le lingue di terra, ordinate e ben costruite, un atollo come un satellite di un’isola tanto più grande. E di nuovo nel mare si addormenta una costa confusa nella nebbia di una giornata uggiosa, di vapori caldi concessi da un mese di settembre che segue un luglio tra i più freddi e piovosi degli ultimi lustri.
E il nostro aereo percorre una rotta colorata da nubi brillanti, tinte dei colori dell’iride, che spolverano i cieli, disperdendosi e rifrangendosi fino a riflettersi sull’acqua. Cerco nelle forme via via assunte dalle nuvole le figure più familiari: una farfalla, uno strano drago, un cavallo dalla criniera evanescente…e il mare…l’infinito del mare che ci ubriaca di azzurro, schizzi di schiuma simili ad una distesa di stelle in una limpida notte…e da lontano la costa africana, in un susseguirsi di insenature regolari, una nebbia giallognola in lontananza che assomiglia alla polvere del deserto, l’Algeria ed il Marocco, fino alla discesa su Marrakesh. Sorvoliamo i rilievi del Rif che corrono paralleli alla costa mediterranea, villaggi sparsi tra gole strette, senza fiumi, qualche campo coltivato, tra rocce marrone bruciato e laghi, cui banchi di nebbia veloci e trasparenti non riescono a fare ombra, mentre voliamo tra l’interno e la costa, coperta dalle nubi africane, tante, spesse, veloci e bianchissime, che scoprono a tratti un terreno rossastro, forgiato da venti che adagiano nella discesa l’aereo che atterra.
È un viaggio strano, una vacanza di fine settembre, mentre la vita ricomincia laboriosa e stressante. Un filo di estate che si confonde nell’autunno, acini d’uva, foglie ingiallite ed una meta intrigante, una delle città imperiali dell’antico Marocco, Marrakesh, terra dei Kouch, una tribù della Mauritania.
Siamo in Africa, nell’Africa berbera, luogo di confluenza delle rotte commerciali tra le regioni centrali e la costa, tra l’Africa e l’Eurasia, oggetto di conquista romana, bizantina e araba, nella città che gli almoravidi elessero a capitale di uno sconfinato impero islamico, che ci accoglie con scritte in arabo e colonne intarsiate di marmi a tessere policrome, mentre una fila indefinita e caotica ci blocca al controllo passaporti. Non avevo mai visto nulla di simile in nessun aeroporto, una bolgia infernale, un caos primordiale. Superato questa specie di incubo, ci avviamo al nastro, nella speranza di ritrovare il nostro bagaglio, ma il volo da Roma non si trova fino a che, ammassate in un angolo, scoviamo un bel po’ di valige tra cui, per fortuna, anche la nostra e non ci chiediamo di più… All’uscita troviamo l’autista che avevamo prenotato insieme all’albergo, seguendo i consigli di trip advisor e “booking”, e mai ce ne siamo pentiti.
Le strade sono trafficatissime, vecchie macchine di cui non si capisce la fabbrica, pezzi di Fiat su vecchie Ford, carretti trainati a mano con dentro capre e montoni, carrozzelle per turisti, moto e scooter che si infilano tra i bus, una babele indescrivibile, clacson, grida che si confondono con quelle dei muezzin che chiamano alla preghiera. Mentre scende la sera appare sul nostro cammino l’elegante minareto della Koutubia, costruito nel XII secolo dopo le distruzioni degli almohaditi, dalla dinastia vittoriosa. Dopo altri secoli di declino durante la dinastia marinide, i sadiani vi ristabilirono la propria corte e la città rifiorì per breve tempo fino all’arrivo di una dinastia araba, la stessa che ora regna in Marocco.
Il taxi ci lascia nel bel mezzo di una piazzetta, tra banchetti di carbone e biada, asini lenti che incrociano biciclette troppo veloci mentre una folla umana variopinta, ognuna dalla sua direzione, si incontra e si scontra, tra vapori misti di cibo e sudore per il caldo africano. È la prima volta che entro nel cuore di una Medina, un confusione vorticosa, assordante. Due uomini tolgono le nostre valige dal cofano e si inoltrano in un dedalo di viuzze strettissime. Noi li seguiamo senza fiatare, attoniti. Queste viuzze scompaiono nel buio totale, prendo la mano di mio marito a dir poco atterrita, mentre una luce lontana rivela degli archi e finalmente una bellissima porta si apre: il Riad.
Avevamo pensato originariamente ad un hotel, un bed & breakfast oppure una pensione, ma poi ci siamo chiesti: vogliamo fare una vacanza o vogliamo scoprire un nuovo angolo di mondo? Vogliamo cercare di condividere un po’, coi limiti che comunque questa scelta comporta, la vita di gente lontana, oppure no?
Ed ecco la scelta di un’avventura per conoscere, capire, meditare… il cui primo step è sicuro un viaggio ryan air, con quel carrello tirato giù all’ultimo minuto che fa atterrare con il fiato sospeso e alla fine fa applaudire il sempre bravissimo pilota di turno. Il secondo step riguarda la scelta del luogo dove dimorare, che permetta un’interfaccia con le peculiarità e le tradizionali espressioni della terra che si vuole visitare. E visto che la scelta era caduta sull’Africa, e poi sul Marocco, non si può non cercare un Riad.
Tante antiche dimore delle città imperiali del Marocco, che stanno vivendo un piccolo boom turistico, sono state più o meno ristrutturate ed utilizzate ad hoc per i viaggiatori stranieri. In genere si trovano all’interno della Medina, la città vecchia, tra vicoli sinuosi e spesso quasi irraggiungibili, dove riescono a passare due persone affiancate, forse un carretto. Mi infilo velocemente dentro la porta di legno, finemente intarsiata, del nostro Riad, Lalla Piccarra, che, chiudendosi alle mie spalle, lascia indietro tutto il rumore, il frastuono ed anche il timore. Ci accoglie il silenzio e la pace che sembra emergere da questo giardino, riad per l’appunto, che costituisce il centro di gravità di questa dimora, il cui albero centrale dona colore e frescura e si riflette nell’acqua, contenuta in una vasca, incorniciata da morbide tende di lino grezzo, che decora uno dei quattro angoli. Alzo gli occhi e rimiro il cielo al tramonto, i cui spicchi si possono intravedere da una copertura ondulata , riparo dalla calura di giorno e dal fresco di notte, creando riflessi di luci tra specchi e maioliche e giochi d’acqua. Su questo piccolo giardino si affacciano, oltre alla vasca e alle scale, un paio di finestre per lato, con al centro un magnifico portoncino, anch’esso intarsiato, da cui si accede alle stanze. Questo cortile è in realtà il salotto di queste antiche dimore, che gli albergatori trasformano in hall, con tavoli sedie e sofà. Entrati nella stanza illuminata da fioche luci, cerco la finestra…nel riad non ci sono finestre che danno sull’esterno, solo nel cortile interno, con le persiane e le inferriate ben lavorate. Un bagno di marmo usurato e cemento liscio, la finestra sempre sulla corte interna, una specie di chiostro. I piani dei riad sono in genere due, al primo piano le stanze più grandi, ed al secondo quelle più piccole o solo i terrazzi da cui non si apre nessun panorama, al massimo qualche tetto che si intravede dagli alti muri.
Una tranquillità assoluta, una frescura impensata, un silenzio avvolgente, regnano in questo Riad.

 

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