Un commento alle poesie politiche dell’abate Martino, come raccolte e commentate dal prof. Giuseppe Antonio Martino.

L’estate scalda la terra arida e asciutta, sulla quale si alternano olivi imponenti dai frutti minuti, di un verde intenso, piegati come in un abbraccio su strade e tornanti, e vigneti rigogliosi, che incoronano prati e boschi, colorati di muschio con sfumature di smeraldo. Camminiamo per un paese del sud, uno dei tanti, molte case abbandonate, altre diroccate, poche abitate. Il Meridione, conquistato ai Borboni, un tessera del più vasto mosaico di cui è composta l’Italia unita, che diventa la patria del Brigantaggio, con le sue terre che si dispiegano in sentieri a volte tortuosi, inerpicati tra colline sinuose inserite tra rocce e montagne, che incorniciano i tetti di lamiere. Un paesaggio ricco di boschi, tra i quali ancora si sente l’eco di spari, fughe mozzafiato ed avventure incredibili vissute da popolani che, dopo aver lavorato duramente tutta una vita, credendo di ottenere il sospirato riscatto, si ritrovarono alla macchia per finire uccisi sotto i colpi sparati da un esercito non più liberatore ma invasore, armato da leggi speciali. In uno spiazzo adagiato su morbide alture, argentee come gli olivi, in una antica chiesa sconsacrata, le cui mura si stagliano, nella loro vetustà, tra una fitta vegetazione che si apre, come un sipario, dietro multiformi pietre opache, che riflettono una diafana luce naturale, di un’estate fresca e piovosa, il prof. Giuseppe Antonio Martino propone una raccolta di poesie. Un certosino, acuto, paziente lavoro di ricerca, per scovare, tra tanti scritti, quelli più interessanti. Ed ecco questi versi, nati dalla penna di un abate, Antonino Martino, che ci racconta di questo sud, che accolse i Mille, o pochi di più, che partirono con entusiasmo per liberare l’Italia, mentre altrettanti mille o molti, molti di più, confusi e attoniti, si svegliavano da un sogno troppo presto infranto a causa di un nuovo re e di un nuovo governo, prima difensore e padre, ma presto patrigno, per finire oppressore e feroce nemico. Un palcoscenico in cui si muovono grandi uomini i cui nomi sono consegnati alla storia, insieme a quelli dei più famosi briganti e persino delle brigantesse, in una rivolta in cui forte si leva la voce della Chiesa, almeno di quella dei poveri, per ottenere giustizia, equità, libertà …o forse solo un tozzo di pane, sotto i Borboni come sotto i Savoia. Qualche pagina sui libri di storia. Un gruppo di miserabili delinquenti foraggiati dai Borboni perdenti, forse, ma stroncati dalla legge Pica, emanata da uno stato nato da un’unificazione voluta dal popolo oltre che, in molti modi, dall’intellighenzia dell’epoca, cui si oppone solo un manipolo di straccioni. Questo avevo imparato da quelle pagine, ma  la storia, si sa, la scrivono i vincitori, mistificando o tacendo, come è accaduto a piazza Tiananmen. A Pechino, nell’immensa piazza della città, il cui nome è tutto un programma, “porta della pace celeste” (天安门Tiānānmén), nella primavera dell’89, un anno speciale quell’anno, si erano radunati giovani e meno giovani chiedendo a gran voce la libertà, considerata  la quinta modernizzazione, che doveva coronare le quattro modernizzazioni in campo agricolo, industriale, scientifico e tecnologico e militare,  portate avanti dal governo di Deng Xiao Ping per creare un socialismo con caratteristiche cinesi[1]. La Commissione Militare Centrale, nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, decide di sgomberare l’immensa piazza con i carri armati. Alcuni generali si rifiutano di intervenire sulla popolazione inerme, altri permettono  a migliaia di giovani di andar via pacificamente.  Gli studenti che rimangono vengono massacrati. Ma è stato un massacro che non si trova sui sussidiari cinesi, nemmeno sui libri di storia; qualcosa viene spiegata, mistificando e tacendo, nei seminari universitari. Ma la gente non sa, pochissimi conoscono gli eventi, quelli che hanno studiato all’estero, i figli dei dissidenti. E forse nemmeno noi sappiamo la verità. Le informazioni che ha decriptato al mondo Wikileaks mettono in dubbio la strage: il Telegraph riassume i dispacci scambiati tra le ambasciate occidentali che riferiscono solo di pochi colpi di armi da fuoco, almeno nella piazza.  E forse questa verità non la sapremo mai. Allo stesso modo ci stiamo interrogando sui misteri di casa nostra, di una nazione troppo a lungo divisa che aveva riscoperto il proprio idem sentire, “una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor”[2], combattendo, molti fino a morirne, per ricreare questa unità, quasi contestualmente scalfita dalla deriva drammatica del brigantaggio. Nello sforzo profuso da molti studiosi, volto a rileggere le carte ed i fatti di questo scorcio di secolo, si può ricomprendere quello del prof. Giuseppe Antonio Martino, che commenta e traduce le “Poesie politiche di un liberale deluso” (Qualecultura, Vibo Valentia, pagg. 126), scritte in dialetto calabrese dall’abate Antonino Martino. Il prelato racconta in versi il malessere di una popolazione tenuta nella più buia ignoranza, cui è preclusa non solo la cultura ma anche una vita dignitosa, e se ne fa portavoce, prima denunciando gli innumerevoli problemi causati dall’estrema povertà in cui versano le classi subalterne, di cui considera colpevole il regno borbonico, dal quale viene perseguitato, e poi opponendo una fiera resistenza alla stessa unità d’Italia che, apparsa in un primo tempo come ancora di insperata salvezza, si disvela come vera e propria incorporazione al Regno di Sardegna, e, come tale, porta con  sé le tracce di invasione e di sottomissione, di annientamento delle persone, del dialetto, degli usi, dei costumi. Il poeta non teme di stigmatizzare l’estrema indigenza  in cui versano i contadini del sud, ridotti alla fame, e viene imprigionato per quattro lunghi anni e liberato per una amnistia. Tutto deve cambiare perché non cambi nulla[3], questo è il deludente risultato di anni di lotta per l’indipendenza che arriva, con l’Unità, allontanando dal suolo italiano i due Franceschi, di Borbone e di Asburgo, e portando la  libertà, forse e comunque solo per pochi, e non per le masse contadine, unite unicamente attraverso un’imposizione fiscale pesante e sentita drammaticamente tale perché iniqua. Allora come oggi, questo popolo riversa le proprie speranze sul nuovo potere esecutivo: allora il re piemontese, oggi il novello presidente del consiglio fiorentino, affinché veda le condizioni drammatiche in cui versa la popolazione e affinché provveda. E così è sintetizzato nei versi del “Paternoster”, acme poetico e target politico, dedicati a gente affamata, su cui infieriscono imposte esose, non finalizzate a provvedere ai bisogni del popolo, ma a soddisfare l’avidità di pochi, della casta al potere, allora come oggi. L’attualità di tali versi è stupefacente e si percepisce dai commenti del Curatore dalla cui lente viene messa a fuoco un’Italia che grida, inascoltata, soffocata, in un’agonia che attraversa i secoli. Masse immiserite da una crisi economica indotta allora dalla priorità data all’economia del nord Italia, ora del nord Europa. La speranza di un tempo nuovo, legata ad una grande nazione a lungo sognata, e poi elaborata filosoficamente e studiata politicamente e finalmente approdata al suo compimento, sia  nel  marzo 1861  sia nel marzo 1957[4], si infrange sull’irta e frastagliata scogliera della realtà effettuale, fatta di imposte, coscrizione e poche terre da dare ai contadini e troppe da lasciare al latifondo dai connotati feudali allora, come ora in una nuova realtà, certo più ricca e più evoluta, ma sempre fatta di imposte, di disoccupazione, di fallimenti, di vuoto materiale e spirituale. Su tutto domina, da allora, una classe dirigente sempre più incompetente e sanguisuga, che arriva ai gangli del potere e ne detiene i fili, quelli con cui muove i burattini a disposizione, allora come oggi, del burattinaio di turno. E la terra di conquista è sempre il sud, d’Italia d’Europa e del mondo, con i suoi  movimenti di liberazione, veicolati come forme di banditismo, primavere democratiche inascoltate. Da questi versi fatti di sconfitte, amarezze e cocenti delusioni per il fallimento di un grande sogno tragicamente tradito, emerge una fioca luce, quella della speranza, la speranza di un mondo nuovo che non si può creare dal nulla ma che si può forgiare, passo dopo passo, con una lenta opera di tessitura ed una rinnovata maieutica, trasmettendo alle giovani generazioni, con coraggio e determinazione, quei valori che danno spessore ad ogni uomo e danno senso alla nostra vita, che non può essere misurata con lo spead, proprio no!

[1] Il socialismo con caratteristiche cinesi:中国特色社会主义(Zhōngguó tèsè shèhuì zhǔyì): il termine 特色tèsè indica una peculiarità, un carattere distintivo. La Repubblica popolare cinese pone in essere così una tipologia molto particolare di economia di mercato che riesce a coniugare le necessità imposte dalla globalizzazione con la forma di stato socialista, che si differenzia appunto per le peculiarità che la caratterizzano, che affondano le loro radici nella millenaria storia cinese. [2] Alessandro Manzoni “Marzo 1821” [3]Tutto cambia affinché nulla cambi“, questa frase riassume magistralmente l’articolato discorso che Don Fabrizio, il principe di Salina, rivolge  al cavaliere Chevalley, giunto  in Sicilia per contattare la classe dirigente del nuovo Regno d’Italia:  un’analisi intensa, acuta, per certi versi stupefacente delle ragioni dell’arretratezza e dell’immobilismo  del sud, contenuta nel romanzo il Gattopardo di  Tomasi di Lampedusa. [4] Il 17 marzo 1961 viene proclamata l’Unità di Italia,  il 25 marzo 1957 vengono firmati i trattati di Roma che danno vita alla Comunità Economica Europea (CEE)  e alla Comunità Europea dell’energia Atomica (Euratom)

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