Ho scritto questo post per scrivere. Parte I

Ho scritto questo post per scrivere. Solo per il gusto e il piacere di scrivere.  Parole in libertà che fanno dimenticare che fanno volare che fanno. Forse solo un verbo, un aggettivo. Ma a che serve la grammatica e la sintassi e la costruzione del periodo? No, servono, ci aiutano ad esprimere tutto quello che forse non sappiamo esprimere, o non vogliamo esprimere. Per dire, fare, dimenticare. E’ solo un testo forse di teatro, se si scriverà, se no rimarranno quattro righe scritte perché avevano deciso di uscire dai pensieri e rimanere su uno schermo di un computer, tipo i sei personaggi che cercano il loro autore, queste parole cercano il significato che qualcuno darà loro, se glielo darà…oppure rimarranno solo parole, scritte su una tastiera, da un computer che funziona lento, lento come i pensieri che poi invece si accavallano, e corrono, liberi come cavalli su una spiaggia fredda di un freddo inverno, per una libertà solo pensata o forse nemmeno pensata solo sognata in una notte mentre il sipario si apre sulla nostra storia. Una storia di teatro. Di teatro? E’ bello, il teatro. Sei il personaggio che non sei, ma lo interpreti talmente bene che ti immedesimi in quel personaggio ed è il personaggio che fa di te un attore.

Ve la racconterò piano piano questa storia. Una storia antica e moderna, strana come la mia penna anzi no, come la tastiera del solito computer lento e forse qualcuno la leggerà, su questo blog, o su un libro domani, o mai, mai nessuno la leggerà ma poco importa.

Il sipario si alza.

Silenzio.

Tanto dolore dietro un silenzio, ma tante risa dentro questo dolore. La vita in fondo va presa così…a ridere, come quando nasce il primo figlio che è tuo, è il tuo bambino e dopo tanto dolore non puoi che essere felice. Felice di toccarlo, di sentire il suo odore di latte misto al fresco di una crema o di uno shampoo , non lo so, quella fragranza che solo i bambini appena nati hanno, e non sai se mangiartelo di baci, se odorarlo e hai paura di abbracciarlo. E lo tieni nelle tue braccia e tutte le cose brutte del mondo sembrano sparire dietro a lui che si lagna, forse piange…ed hai paura che abbia paura, che abbia freddo o abbia caldo, le manine rosse chiuse che non riesci ad aprirle, e non vuoi aprirle perché tengono stretti il segreto di nove mesi di vita dentro di te, come un ospite dolce e movimentato, che ti prendeva a calci nel bel mezzo della notte, ed era un altro ma dentro di te, una commistione troppo strana che però è vera solo nove mesi. E la testa ti scoppia, ma non le prendi le medicine, i dolori ti dilaniano, ma non le prendi le medicine…hai paura di fargli male. E sai che poi, quando nascerà, volente o nolente, tanto male gli farai, comunque. Nolente. Tanto male si fa anche a chi si ama. Forse perché si ama. O non si ama abbastanza o troppo male. E’ il senso della vita, anche di una vita senza senso. Succede che ti svegli.

Hai sognato.

E chi ti sveglia è il tuo bambino.

Corre su un prato troppo verde per essere estate e per essere inverno.

Un giorno di primavera.

Il tuo bambino corre felice inseguendo la linea dell’orizzonte e l’arcobaleno. Perché i bambini sono belli. Sono felici. Credono a tutto quello che gli dici, anche solo per pochi anni. Troppo poco tempo e poi forse non ti crederanno più o rideranno di te. E vorresti tu essere come loro. Credere a quello che ti dicono, e pensi a quello che hai creduto, per molto, troppo tempo.  E ti sei svegliato. Deluso. Dalla vita. Dalla gente. E pensare che in fondo la delusione è solo per le tue pretese, che la vita e la gente debbano essere come pensi tu. Ma non è così. La gente è come è. La vita è quello che è. Ma quando sei bambino non lo sai e corri felice, sperando in un futuro meraviglioso, fantastico, stralunato come sei tu oggi. Come ieri e come domani.

E il tuo bambino corre inseguendo il tuo secondo bambino, quello che quando sei rimasta incinta così troppo presto, beh, quello è stato un momento così felice ma di tanta felicità che nessuno può immaginare. Come la vita, la tua vita, fatta di dolore intessuto di tanta felicità. Trama di dolore in un  ordito di straripante felicità. E se ti fermi che non ti senti bene, e non metti il freno alla carrozzina mentre il bambino più grande sta per cadere dalle scale, l’istinto è terribile ti butti sulla carrozzina, la fermi perché sai che il più grande se la caverà anche se è troppo piccolo. Ma è sveglio e nemmeno inciampa, riesce ruzzolando, ma poco, a vincere una piccola scalinata in discesa mentre tu soddisfatta hai saldamente nelle mani la carrozzina azzurra come il cielo che lascia tra le nubi uno spazio perché il sole ti illumini.

Ed è caldo, questo sole mentre il cuscino popò, il cuscino su cui tutti e due si poggiano e si addormentano e che buttano dappertutto, ti ricorda con la sua morbidezza, la morbidezza della tua di mamma.

La mamma che ti cantava la ninna nanna, fatta di befane che ti prendono una settimana, di lupi neri che ti portano via un mese intero ma se arriva l’orso bianco, quello ti porta via tutto l’anno. Ma la tua mamma no, questo bimba non la dà a nessuno. Se la tiene stretta stretta.

Ninna oh ninna oh questa bimba a chi la do

Se la do alla befana se la tiene una settimana

Se la do al lupo nero se la tiene un mese intero

Se la do all’orso bianco se la tiene tutto l’anno.

Ninna oh ninna oh questa bimba a chi la do

Non la do proprio a nessuno me la tengo stretta stretta, la mia bambinetta.

Stretta al cuor, con tanto amor

È l’amore della mamma che le canta la ninna nanna, ninna nanna, nannarellla, ninna  nanna bimba bella…

Mentre in ciel mille cherubini in cor la ninna nanna canteranno al mio tesor.

Si chiude il sipario.

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